martedì 20 novembre 2012
lunedì 19 novembre 2012
Batman - Terra Uno
Gotham
City: una città che per i suoi abitanti è sinonimo di
corruzione e marciume. Un luogo dove l'ingiustizia regna e ogni ombra
nasconde insidie spaventose. Ora, un misterioso personaggio
mascherato da pipistrello ha preso ad aggirarsi per le strade della
metropoli degradata, assetato di vendetta, furioso e confuso. La
rabbia lo acceca, non sembra molto pericoloso, ma le sue apparizioni
concitate suscitano caos. La stampa locale ha battezzato questo
pazzo fuori controllo... Batman.
La genesi di Batman –
Terra Uno è la medesima che ha prodotto la miniserie Superman – Terra Uno, firmata da J. Michael Straczynski e disegnata
da Shane Davis, del quale è in uscita, negli Stati Uniti,
l'atteso seguito. L'etichetta Terra Uno era stata concepita dalla DC
Comics come speculare alla linea Ultimate della concorrente Marvel.
Un universo alternativo, dove personaggi classici potevano essere
ridefiniti partendo da zero, con l'aggiunta di varianti più o
meno significative rispetto alle versioni ufficiali. Il recente
reboot del cosmo DC, quel New 52 che ha rimodellato l'intero
olimpo supereroistico che conoscevamo, non ha intaccato l'espandersi
del progetto Terra Uno, che va avanti e già annuncia un
seguito anche per il Batman riveduto e corretto da Geoff Johns e Gary
Frank in questo primo volume. Niente di rivoluzionario, certo. Ci
troviamo di fronte al consueto aggiornamento di icone ormai ben salde
nell'immaginario collettivo di molte generazioni, e neppure il
recente riavvio dell'intero parco testate deve far pensare che ci
sarà mai alcunché di definitivo al riguardo. Nonostante
tutto, però, questa ennesima rilettura delle origini dell'Uomo
Pipistrello non manca di spunti interessanti, e pur non suscitando
particolari entusiasmi offre forse più occasioni di
divertimento del Superman rivisitato da Straczynski.
La genesi di Batman –
Terra Uno è la medesima che ha prodotto la miniserie Superman – Terra Uno, firmata da J. Michael Straczynski e disegnata
da Shane Davis, del quale è in uscita, negli Stati Uniti,
l'atteso seguito. L'etichetta Terra Uno era stata concepita dalla DC
Comics come speculare alla linea Ultimate della concorrente Marvel.
Un universo alternativo, dove personaggi classici potevano essere
ridefiniti partendo da zero, con l'aggiunta di varianti più o
meno significative rispetto alle versioni ufficiali. Il recente
reboot del cosmo DC, quel New 52 che ha rimodellato l'intero
olimpo supereroistico che conoscevamo, non ha intaccato l'espandersi
del progetto Terra Uno, che va avanti e già annuncia un
seguito anche per il Batman riveduto e corretto da Geoff Johns e Gary
Frank in questo primo volume. Niente di rivoluzionario, certo. Ci
troviamo di fronte al consueto aggiornamento di icone ormai ben salde
nell'immaginario collettivo di molte generazioni, e neppure il
recente riavvio dell'intero parco testate deve far pensare che ci
sarà mai alcunché di definitivo al riguardo. Nonostante
tutto, però, questa ennesima rilettura delle origini dell'Uomo
Pipistrello non manca di spunti interessanti, e pur non suscitando
particolari entusiasmi offre forse più occasioni di
divertimento del Superman rivisitato da Straczynski.
La città
di Gotham, col trascorrere del tempo e l'avvicendarsi degli autori,
si è fatta sempre più torbida e amaramente
plausibile. La Gotham descritta da Geoff Johns è un inferno
urbano dal quale si può sopravvivere solo fuggendo o
strisciando nella condizione di servi. Le forze dell'ordine sono
colluse o pavide di fronte al potere criminale che pervade le
istituzioni da cima a fondo, mai così impudente e saldo.
Simbolo della decadenza morale della città è il
fatiscente edificio di Arkham, disabitato e temuto come luogo
stregato, segreta profonda dove si celano scheletri su cui nessuno
osa indagare. In città si mormora che tutti i membri della
famiglia Arkham fossero portatori di una linea di follia, compresa
l'ultima discendente della stirpe: la moglie del miliardario Thomas
Wayne, ultimo rampollo dell'altra facoltosa dinastia che contribuì
a fondare Gotham e che ora si prepara a concorrere come candidato a
sindaco. Questi spunti non servono solo a suggerire che in Bruce
Wayne-Batman potrebbe ardere oggettivamente una scintilla di psicosi,
ma anche a collocare la genesi dell'Uomo Pipistrello in
un'architettura più ampia, al centro di un'ambigua ragnatela
di complotti e coincidenze che non esclude neppure una parziale
responsabilità del piccolo Bruce nella morte violenta dei suoi
genitori.
Il Batman di questa Terra Uno è sempre il vigilante nato per portare giustizia là dove questa è assente, ma ossessionato, stavolta, da una vendetta personale molto più incanalata. Non è frequente, nei fumetti, vedere Batman, giovane e irascibile, perdere il controllo della situazione. Ancora meno vederlo fallace e goffo ai limiti del ridicolo, mentre le sue armi s'inceppano, l'addestramento lo tradisce e le sue prime, impacciate sortite non lasciano certo presagire la reputazione del Cavaliere Oscuro che conosciamo. Ma la vera innovazione di Batman – Terra Uno è il personaggio cardine di Alfred Pennyworth, qui trasformato in un maturo reduce dalle potenzialità letali, maggiordomo soltanto di nome e reale mentore del futuro Uomo Pipistrello. Ridefinito con un look e un temperamento nuovi di zecca, Alfred è il principale sensei chiamato a forgiare il crociato mascherato. Ad avere la responsabilità di crescerlo, di frenarlo e persino di sgridarlo nei modi più aspri. E' liberatorio, per i lettori di vecchia data, vedere finalmente qualcuno mettere in discussione la scelta di vestire un costume da pipistrello supponendo che i propri avversari (criminali pronti a tutto) subiscano la stessa suggestione che Bruce sperimentò da bambino. Neppure all'ingombrante mantello (elemento iconico ormai irrinunciabile del personaggio) è risparmiata una gustosa frecciata (subito rovesciata in modo inusualmente brutale per gli standard del Cavaliere Oscuro).
Anche il lifting di James Gordon sembra funzionare abbastanza bene. Gordon diventa la sintesi dell'ufficiale di polizia disilluso e inerte, ridotto a marionetta priva di significato che troverà occasione di redenzione non tanto nell'avvento dell'Uomo Pipistrello quanto nelle peripezie di sua figlia Barbara e nell'esuberante nuovo collega Harvey Bullock, davvero distante dalla sua ruvida controparte canonica.
L'incupimento progressivo cui il personaggio di Batman è andato incontro negli ultimi anni, influenzato anche dalla lettura cinematografica di Christopher Nolan, gioca da sempre sul filo sottile del grottesco. Così è in Terra Uno in cui è la novità e l'inesperienza a caratterizzare un protagonista ancora lontano dalla sua piena maturità. Un'ironia suggerita che si alterna a sottotesti horror, dove all'ossessione di Bruce Wayne fa eco una realtà spigolosa e poco incline a premiare le azioni di vigilanti in costume. L'approccio noir ci presenta inoltre un Oswald Cobblepot-Pinguino forse più maligno del solito, cuore nero di Gotham e paradigma di tutti i mali che il nuovo Batman potrebbe affrontare in futuro. Geoff Johns (Lanterna Verde), profondo conoscitore del cosmo DC, orchestra la sua personale cover sulle origini dell'Uomo Pipistrello in modo intrigante, eseguendo ogni deviazione dai cliché tradizionali con ritmo adeguato. Il disegnatore Gary Frank (Supreme Power) dona ulteriore carattere ai personaggi rinnovati con le sue matite classiche e nello stesso tempo moderne, tratteggiando un Batman dinamico nella sua immaturità e forse più umano nella sua ossessiva risolutezza. Quel che manca è forse un vero twist finale, e il sapore da episodio gancio per uno o più seguiti è un po' troppo standardizzato. Nel complesso, Batman – Terra Uno è comunque un divertente gioco di citazioni e stravolgimenti. Derivativo, in quanto prevede da parte del lettore una complicità e una conoscenza preesistenti, ma efficace nel mescolare le carte di quello che è ormai un mito moderno in continua trasformazione. Il Batman di Johns e Frank regala qualche brivido e fa sorridere sotto i baffi, con un contrasto agrodolce che probabilmente piacerà alla maggior parte dei fans del multiforme, intramontabile Uomo Pipistrello.
Questa recensione è stata pubblicata anche su FantasyMagazine.
[Articolo di Filippo Messina]
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sabato 17 novembre 2012
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Arrivano gli X (Bear) Nerd
Sono piccole soddisfazioni.
Soddisfazioni da nerd, ovviamente. Anzi, da X-Nerd. Meglio ancora! X- (Bear) Nerd. Stiamo parlando ovviamente di X-Nerd, il fumetto prodotto dall'associazione culturale Annexia e firmato da Emiliano Pagani (uno dei responsabili nella creazione del sulfureo Don Zauker) e Laca, artista che in fatto di caratterizzazioni ursine non le manda a dire. E per dirla tutta, la postfazione al volume (appena presentato alla fiera di Lucca Comics and Games 2012) è del sottoscritto (Perdido per gli amici). Non è un caso. Infatti, Pagani e Laca hanno scelto deliberatamente di caratterizzare il loro fumetto (satirico, politico, e rivolto a un pubblico variegato purché abbia una mente aperta) in stile Bear Friendly. Provare per credere.
Ci piace pensare che sia stato naturale pensare a noi di AltroQuando, che da sempre abbiamo intrecciato la vendita dei fumetti con la controcultura e la promozione dei temi LGBT, con un occhio particolarmente attento - appunto - alla cultura ursina (il mondo gay visto attraverso gli occhi, l'estetica e i sogni di chi è grande, grosso e ama i suoi simili), per commentare un fumetto satirico che si fregia di questo elemento con una bonarietà e disinvoltura senza precedenti.
Gli orsi di Laca sono fantastici e le allusioni brillanti. Serviva un commento, e una nota esplicativa per i non addetti ai lavori. Si è pensato a me, e la cosa non può che farmi piacere.
Ordinate il volume, dunque, (oppure prenotatelo presso la nostra fumetteria) e non ve ne pentirete. Tra frecciate impietose alla nostra politica e personaggi monumentali che non disdegnano un eros alternativo, X-Nerd è un fumetto underground politicamente scorretto quanto basta per fare la gioia di chiunque ami la nona arte, l'umorismo intelligente e - in questo caso - gli orsi gay. Per la postfazione dovrete acquistare e leggere il libro (ricordiamo, edito da Annexia). Una prima recensione, quando il primo capitolo fu pubblicato dalle edizioni 001 la trovate in questo stesso blog.
Un grosso Woof! (con questo verso si salutano gli orsi) e buona lettura, in compagnia di Clifford, Shapiro, tanti simpatici orsoni, e una genia di mostri italioti che non stenterete a riconoscere, di cui non potrete fare a meno di ridere.
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giovedì 15 novembre 2012
The Amazing Spider-Man: riflessioni su un reboot controverso
Con il consueto ritardo (e sì,
ci riesce difficile trovare il tempo per andare al cinema, quindi ci
tocca aspettare le uscite in dvd), diciamo anche noi la nostra su The
Amazing Spider-Man, il chiacchierato reboot cinematografico
sull'amatissimo arrampicamuri di quartiere. Film che ha suscitato per
lo più pareri diametralmente opposti, tra spettatori
entusiasti e fans in crisi emetica acuta, lasciando poco spazio a
opinioni intermedie. Del resto, è inutile nascondersi dietro
un dito. Il pubblico dei cinefumetti, almeno quella vasta fetta che
proviene dalla lettura (spesso decennale) degli albi, non è
avvezzo a fare prigionieri quando si tenta di portare sullo schermo i
suoi beniamini. L'amore per un personaggio, il suo mondo e le
atmosfere che lo circondano, è vissuto con una sacralità
quasi mai riconosciuta a certi classici della letteratura,
altrettanto spesso massacrati dal cinema. Una passione che diventa
ferocia quando la trasposizione filmica non è all'altezza
delle aspettative. Il successo al botteghino di questo nuovo
Spider-Man ha dato vita a un rinnovato franchise di
cui già si prospetta il seguito, ma che dire riguardo la
qualità del film, la sua interpretazioni delle icone
fumettistiche che prova a rivisitare? Iniziamo dicendo questo: Twilight non c'entra una mazza. Il titolo Twilight (ovviamente per i suoi detrattori, di solito appassionati di altri generi fantastici) è ormai stato convenuto come una nuova parolaccia. Un dispregiativo che accompagna un irrimediabile pollice verso, intrecciando vari significati quali scialbo, scemo, fighetto, puerile e kitsch. E questo Amazing Spider-Man s'è beccato da più fronti l'infamante paragone: Twilight Spider-Man. Lasciamo un momento da parte questi giochi da semiotica nerd e vediamo di esaminare quali sono i reali meriti e demeriti della pellicola in questione.
La nostra reazione davanti al film di
Mark Webb non è molto dissimile da quelle suscitateci da
precedenti pellicole Marvel. Ammettiamolo: noi ci occupiamo di
fumetti per vivere, li leggiamo, li vendiamo e li amiamo. Ma non ci
siamo mai accostati a un cinefumetto con nessuna particolare
aspettativa. Sarà l'età che avanza, non lo sappiamo. Ma restiamo di solito abbastanza distaccati, anche quando un titolo riesce a divertirci. Per questo ci può capitare di trovare eccessivo lo
stracciarsi di vesti davanti ad alcuni titoli accusati di blasfemia,
così come può sembrarci azzardato esaltarne altri come
capolavori assoluti del cinema. Ma veniamo al dunque. Il nostro
parere su The Amazing Spider-Man si potrebbe riassumere così:
se il film di Mark Webb con Andrew Garfield fosse stato il primo lungometraggio
dedicato all'Uomo Ragno, molto probabilmente gli entusiasmi e il
gradimento (nostro e di altri) sarebbero aumentato di parecchie
spanne. La confezione è dignitosa, il protagonista
perfettamente in parte, il costume (un po' scuro rispetto alla
controparte cartacea, ma per niente brutto come le prime foto di
scena avevano lasciato presagire) funziona. La sceneggiatura (sebbene
in alcuni tratti si affidi a una sospensione dell'incredulità
adatta a un film per famiglie targato Disney) è discontinua,
ma nel complesso abbastanza potabile. Gli effetti speciali
(sorvoliamo sul 3D che non abbiamo visto né ci ha mai
interessato) sono quelli attuali. Senza particolari sorprese e,
soprattutto, non molto più evoluti da quelli esibiti dalla
precedente trilogia. Da questo punto di vista, pertanto, non può esserci partita.
Peccato originale del claudicante (ma a
nostro parere non spregevole) reboot, dunque, è la vicinanza
temporale (troppa!) con il ben più riuscito Spider-Man
di Sam Raimi (parliamo qui del primo film della serie), e
l'inevitabile confronto con un predecessore che pur non esente da
difetti centrava il bersaglio in modo molto più virtuoso. The
Amazing Spider-Man, dunque, nasce già appesantito da
un'eredità della quale non poteva non tener conto, e
giustamente tenta un differente approccio narrativo al cosmo ragnesco
per attenuare un confronto pericoloso. In parole povere, il progetto cinematografico (spinto da una logica che più commerciale non si può) si è mosso sin dal principio su un terreno minato, sforzandosi di essere diverso eppure simile nella sostanza a qualcosa di già compiuto e acclamato. Attinge a sottotrame emerse
molto più avanti nella cronologia a fumetti (il mistero dei
genitori di Peter Parker), recupera i caratteristici lanciaragnatele
da polso (elemento iconico sul quale il film di Raimi aveva
glissato), ricorre a un villain non apparso nella precedente versione, e presenta il primo vero amore del protagonista: Gwen Stacy, insieme
al padre capitano di polizia (nel film ringiovanito per esigenze di
copione).
Tutte le scelte fatte per allontanarsi
dalla precedente lettura cinematografica, sebbene non svolte nel
peggiore dei modi, non possono che suscitare straniamento nei fans
più ortodossi del fumetto. Infatti quel che vediamo sullo schermo possiamo anche chiamarlo tecnicamente reboot, ma più sostanzialmente si tratta di una variazione sul tema, una cover arrangiata che si sforza di fare emergere sonorità alternative. E' una legge basica della cultura popolare. Non tutti apprezzeranno lo sforzo.
Andrew Garfield, bravo come sempre, è un Peter più complesso del solito, i cui aspetti ribelli e impudenti sono di gran lunga anticipati nell'economia del racconto. Si tratta sempre di Peter Parker, il secchione oggetto degli scherzi dei bulli della scuola. Ma il suo lato intellettuale e le capacità intraprendenti emergono sin dall'inizio del film in modo evidente, e questo sembra avere irritato una parte di lettori che non ha tardato ad affermare che «quello non è il Peter Parker che conosciamo».
In realtà questo non è esatto. Andrew Garfield è Peter Parker tanto quanto riusciva a esserlo Tobey Maguire (fisicamente, forse anche di più). Solo dà rilievo a caratteristiche differenti. Un Peter incompreso dai compagni di scuola, ma geniale e furbetto come pochi suoi coetanei, cosa che nel film si evince prima ancora che inventi dal nulla un adesivo rivoluzionario (l'intrusione alla Oscorp: scena poco verosimile, ma che regala una divertente rilettura dell'incidente che conferisce all'eroe i suoi poteri).
Andrew Garfield, bravo come sempre, è un Peter più complesso del solito, i cui aspetti ribelli e impudenti sono di gran lunga anticipati nell'economia del racconto. Si tratta sempre di Peter Parker, il secchione oggetto degli scherzi dei bulli della scuola. Ma il suo lato intellettuale e le capacità intraprendenti emergono sin dall'inizio del film in modo evidente, e questo sembra avere irritato una parte di lettori che non ha tardato ad affermare che «quello non è il Peter Parker che conosciamo».
In realtà questo non è esatto. Andrew Garfield è Peter Parker tanto quanto riusciva a esserlo Tobey Maguire (fisicamente, forse anche di più). Solo dà rilievo a caratteristiche differenti. Un Peter incompreso dai compagni di scuola, ma geniale e furbetto come pochi suoi coetanei, cosa che nel film si evince prima ancora che inventi dal nulla un adesivo rivoluzionario (l'intrusione alla Oscorp: scena poco verosimile, ma che regala una divertente rilettura dell'incidente che conferisce all'eroe i suoi poteri).
A essere in buona parte sgasati risultano
invece i personaggi chiave di Zio Ben e Zia May, due sagome che
scimmiottano goffamente i due personaggi iconici tratteggiati in modo
molto più diligente nel film di Raimi. Un peccato soprattutto
per Sally Field, decisamente sprecata in un ruolo marginale e poco
caratterizzato. L'assenza dell'esperienza da wrestler di Peter non si
fa sentire troppo (ma un po' dispiace), così come quella dell'acido Jonah Jameson
(che speriamo comunque di vedere in un capitolo successivo). La vera
nota dolente sulla quale ci troviamo d'accordo con molte campane che
hanno suonato a morto, è invece il personaggio
dell'antagonista del film: Lizard. Non tanto per la realizzazione
grafica, che non ci ha disturbato più di tanto, ma per il modo
in cui il personaggio è raccontato e per l'estetica visiva adottata
per rappresentare il mostruoso uomo-lucertola (veramente troppo
simile a una sorta di Hulk con la coda prensile più che a un
rettile umanoide). Dal canto suo, l'attore Rhys Ifans se la cava
senza infamia e senza lode, e non riteniamo che il flop del villain
sia da imputare interamente al suo casting. Si potrebbe continuare parlando dei tanti spunti narrativi lasciati incompiuti dal film, delle fisiologiche ingenuità, degli aspetti oggettivamente pasticciati, fino ad arrivare alla battuta finale del protagonista (un'ovvietà romantica del tutto innocua, che serve giusto a chiudere il film, ma che ha contribuito a far imbestialire chi voleva vedere sullo schermo il Peter Parker cartaceo e tutto d'un pezzo degli anni settanta). Ma vale veramente la pena andare con tanta acredine a caccia di pulci? Lo ripetiamo: sarà l'età, ma certi atteggiamenti estremi non fanno per noi. Non davanti a un film modesto ispirato a un fumetto di culto.
The Amazing Spider-Man, in definitiva,
è una pellicola con un potenziale rimasto in larga parte inespresso,
ma che non merita – secondo noi – di essere bocciato su tutta la
linea. Forse troppo lungo (in un paio di momenti ci siamo sorpresi a
chiederci «Ma quanto cavolo sta durando?!»), pieno di nei vistosi, ma nel complesso digeribile e persino promettente in vista
di un sequel che non dovrà attardarsi sulla consueta genesi
dell'eroe. Da collocare decisamente qualche gradino più in basso del lavoro firmato da
Sam Raimi, quindi, ma senza lasciarsi prendere da furori talebani. Tutto sommato un Uomo
Ragno discreto, del quale ci incuriosisce l'ulteriore evoluzione, a
differenza di altri conclamati aborti cinematografici quali Ghost Rider
e Elektra.
La macchina dei seguiti, intanto, è già entrata in movimento, e iniziano a fioccare i rumors sulla seconda pellicola di questo nuovo corso ragnesco. Attualmente sappiamo con discreta certezza che nel prossimo film vedremo apparire Mary Jane Watson, probabilmente nel ruolo (detenuto per anni dal suo omologo fumettistico) di fidanzata di riserva. La parte è stata affidata a Shailene Woodley, giovane attrice la cui lapidazione mediatica da parte dei talebanerd è già incominciata (beh, del resto la povera Emma Stone-Gwen Stacy era stata definita un "cesso di donna" sin dalle sue prime immagini apparse in rete). Si vocifera dell'arrivo del personaggio cardine di Harry Osborn, e di affidare il ruolo di villain a Electro, forse interpretato dall'attore afroamericano Jamie Foxx (anche qui il nerdume inizia a fare impietosi paragoni con il Fulmine Nero della DC Comics). Attendiamo di vedere come matureranno o marciranno questi semi. La sensazione ricevuta dallo schema narrativo generale è che questo spiderverso sia debitore all'idea base della serie televisila Smallville, dove ogni evento straordinario era collegato e quasi tutti i villain erano stati generati dal nefasto meterorite giunta sulla terra insieme alla navicella che trasportava il piccolo Superman. Qui (così almeno induce a supporre il primo film) è facile immaginare che tutto ruoterà intorno alle macchinazioni della Oscorp di Norman Osborn e ai suoi esperimenti sull'ibridazione uomo-animale che hanno generato Spider-Man come prima cavia umana casuale. Chissà!
Ma qualcosina (siamo nerd pure noi, in fondo) la paventiamo. Qualcosa come la possibile apparizione, a un certo punto, di un Goblin ispirato alla sua pessima versione Ultimate. Caratterizzazione che non abbiamo mai amato, e che peraltro rischierebbe di sovrapporre il look del personaggio a quello del Lizard cinematografico appena presentato con risultati deludenti. Ma questa, come che vada, sarà tutta un'altra storia, tutto un altro film.
Ma qualcosina (siamo nerd pure noi, in fondo) la paventiamo. Qualcosa come la possibile apparizione, a un certo punto, di un Goblin ispirato alla sua pessima versione Ultimate. Caratterizzazione che non abbiamo mai amato, e che peraltro rischierebbe di sovrapporre il look del personaggio a quello del Lizard cinematografico appena presentato con risultati deludenti. Ma questa, come che vada, sarà tutta un'altra storia, tutto un altro film.
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martedì 13 novembre 2012
lunedì 12 novembre 2012
Zerocalcare - Un polpo alla gola
La bravata di tre
ragazzini, in fuga dal quotidiano e da una realtà scolastica
soffocante, conduce a una scoperta che rappresenterà per le
tre piccole anime un vero e proprio giro di boa. Soprattutto per il
giovane Zero, incline a rimuginare sulle proprie debolezze e a
trasfigurare le asperità della vita in modo surreale
attraverso la lente di una fantasia sbrigliata e del proprio bagaglio
di sogni e timori. L'inattesa esperienza nel bosco intorno alla
scuola, infatti, innescherà una reazione a catena nella quale,
tra eventi misteriosi e scomode scelte adolescenziali, Zero dovrà
imparare a convivere con un ingombrante fardello, simbolo stesso di
un'infanzia irrisolta. Qualcosa di simile a un nodo alla gola, ma
tenace e opprimente come la stretta di un polpo...
Scommettiamo?
Come negarlo? Zerocalcare è già un cult.
Grazie al web, la sua
ironia tagliente, in grado di attingere a esperienze autobiografiche
rendendole universali in tavole satiriche di grande impatto
espressivo è ormai un piccolo classico. Patrimonio delle nuove
generazioni e dei centri sociali cui è stato vicino sin dagli
esordi. Interprete scanzonato di gioie e dolori che non sono
peculiari della sola gioventù, ma rappresentano un tutt'uno
con quella parte dell'individuo che non crescerà mai, e
puntualmente si presenta a riscuotere il conto proprio quando ci si
crede ormai maturi e scafati. Il suo primo libro La Profezia
dell'Armadillo, autoprodotto non a caso da quel Makkox che tanto
ha saputo innovare nel fumetto italiano degli ultimi anni, è
stato un successo clamoroso, presto bissato dalla versione a colori
pubblicata dalla Bao Publishing. Una sarabanda di storie brevi e
vivacissime, visionarie ed esilaranti, dove le miserie dell'animo
umano sono sbeffeggiate (ma anche sviscerate) con lo spirito
allegorico di un Kafka sorpreso in un raro momento di euforia.
Ebbene, dopo il successo sul web, dopo le demenziali conversazioni
con il suo spirito guida-armadillo, dopo le collaborazioni con
riviste come XL, Canemucco e Mamma!, la domanda residua
era: l'umorismo narrativo di Zerocalcare funzionerà in un
romanzo a fumetti di respiro più ampio?
«Scommettiamo?
Nun t'arregge!»
La risposta è Un
polpo alla gola, pubblicato
sempre dalla Bao, che
guarda caso... regge eccome. Certamente ci sarà
anche chi affermerà che l'estro di Zerocalcare funziona al
meglio nella brevità di una tavola e nell'estetica da strip
allargata con la quale si è fatto le ossa. Può darsi
che in questo ci sia una briciola di verità, ma è
altrettanto vero che Un polpo alla gola rappresenta
un'importante svolta nel cammino di un artista capace di
metabolizzare i tratti salienti dell'immaginario della proprio
generazione e trasformarli in una comicità agrodolce che buca
la pagina, generando un cortocircuito emotivo in cui possono
riconoscersi lettori di tutte le età. E scusate se è
poco.
Un polpo alla gola,
romanzo grottesco più che comico, con atmosfere che ammiccano
al noir, ma anche racconto di formazione semiserio, è un'opera
discretamente ambiziosa, che somma ai lampi di umorismo, già
rodati con la saga dell'armadillo, nodi narrativi ben più
corposi e strutturati. Ad ogni modo, la scommessa si può
ritenere ampiamente vinta, giacché tutti i feticci seminati da
Zerocalcare in una produzione ormai cospicua di gag surreali, sono
qui felicemente adunati per formare un'unica epica coerente che copre
le tre grandi fasi della crescita. E il quadro completo è
spettacolare. Personaggi tridimensionali, allucinazioni alla Scrubs,
citazioni nerdissime e gustose. Insomma, Zerocalcare all'ennesima
potenza, per il piacere di tutti coloro che sono in grado di
apprezzare un umorismo sottile, non scontato.
Teatro di questo “scherzo
epico” non poteva essere che la scuola: luogo deputato dove per
la prima volta le relazioni umane si scontrano con la complessità
di un'esistenza mai libera da contraddizioni e incertezze. Ma anche
luogo magico, dove più mondi infantili convivono,
s'influenzano, e facilmente generano leggende pittoresche che
potrebbero nascondere sinistre verità. Qualcuno ha già
paragonato Zerocalcare ad Andrea Pazienza, per via dei temi
biografici e dei riferimenti all'attualità del suo tempo.
Senza bisogno di scomodare Pazienza - autore in realtà
abbastanza distante per contenuti e forma - possiamo dire che
Zerocalcare è riuscito a creare un proprio linguaggio dalle
caratteristiche fresche, capace di insediarsi nella fantasia del
lettore e di portarne a galla ogni totem e tabù. Uno degli
ingredienti fondamentali della sua cifra artistica è il
talento di digerire una quantità enorme di memi, simboli,
personaggi e rimembranze, per poi frullarli in una personale
mitologia. Mode, icone televisive, musica, fumetti e prodotti per
l'infanzia, sono tritati e assemblati con una valenza metaforica che
è nostalgica e beffarda nello stesso tempo. Altro importante
elemento è quello di saper calibrare un umorismo mai fine a se
stesso, di frequente amaro, ma sostanzialmente refrattario alla vera
tristezza. Qualcosa di simile agli incubi ironici di Italo
Calvino quando faceva muovere il suo Marcovaldo in scenari
cupi dove l'inquietudine assumeva aspetti talmente paradossali da
causare nel lettore una risata liberatoria. Così avviene in Un
polpo alla gola, che sotto molti aspetti ci ha ricordato anche
alcune pagine de Il corpo, racconto di Stephen King da cui è
tratto il bellissimo film di Rob Reiner Stand by Me, che
illustra la complicità di un gruppo di ragazzi alle prese con
il mistero della vita e della morte. Quel momento incantato che è
il passaggio dall'infanzia a un'età di mezzo, che non è
ancora quella adulta, ma che pretende sfrontatamente di disegnarne la
caricatura.
Quel che affascina nella
poesia umoristica di Zerocalcare è il dono invidiabile di
saper mutare in burla momenti oscuri dell'esistenza umana senza mai
scadere nella trasgressione d'accatto, ma piuttosto infondendo a
questi un'inattesa tenerezza. Il rimorso, il rimpianto, la paura di
non essere accettati e persino i propri fallimenti, diventano
argomenti per sorridere... e tirare avanti con irriducibile
ottimismo. Il polpo che simbolicamente stringe tra le sue spire il
collo del giovane protagonista, questo Vecchio dei Sette Mari
saldamente seduto sulle spalle dell'essere umano chino sotto il peso
dei suoi errori, è l'ambiguo fantasma di una colpa soggettiva.
Per alcuni ingenuo, ma nondimeno gravoso. Per altri assai più
torvo e destinato a convivere con il suo ospite per sempre. Immagine
giocosa e opprimente che ben sintetizza lo sfaccettato umorismo del
racconto.
Ironico manuale di
sopravvivenza alle mille trappole del vivere quotidiano, Un polpo
alla gola assolve bonariamente i tanti magoni dell'adolescenza
per ricordarci, nel suo nerissimo finale, che là fuori il
mondo è feroce, insensato e ingiusto. Ma che da sempre si
nutre di storie, di invenzioni, e della possibilità di ridere
di fronte alle avversità. Forse non ancora perfetto, ma
sicuramente prezioso, il libro di Zerocalcare è un gioiello
che merita di figurare accanto ad altre blasonate opere che hanno come tema il tribolato viaggio verso l'età adulta. Un polpo che agguanta il
lettore non soltanto alla gola, ma ne cattura il cervello e ne
strizza il cuore, mentre solletica senza pietà ogni suo punto
sensibile per suscitare il riso. Un'alchimia a fumetti di rara
intelligenza, che non necessita di forzati paragoni con giganti del
passato per essere apprezzata. Zerocalcare è il nostro
presente, figlio naturale dei decenni trascorsi. E chissà,
potrebbe rappresentare anche un luminoso futuro, fatto di nuove sfide
a fumetti, di sorprese e inaspettate conquiste.
A questo proposito, l'ultimo commento non può che essere la stessa parola che suggella le
avventure del giovane Zero e dei suoi amici scavezzacollo. Una parola
magica che è un grugnito di spavalderia infantile, ma
impregnata da un'irresistibile voglia di emergere, di diventare
grandi...
[Articolo di Filippo Messina]
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