lunedì 2 dicembre 2019

Parasite, di Bong Joon-Ho



Che strano, imprevedibile, straordinario film che è "Parasite" di Bong Joon Ho. Premiato a Cannes con la Palma d'oro nel 2019, e ora selezionato come miglior film straniero ai prossimi Oscar del 2020.
"Parasite" è uno di quei film difficilmente collocabili nel genere che raccontano. Sarebbe facile iniziare definendolo una commedia nera, dove l'aspetto umoristico (a tratti anche grottesco) prevale sugli aspetti noir,  che pure ci sono e restano a incombere per una discreta fetta di minutaggio, sottotraccia, ma comunque presenti in modo inesorabile. Il fatto è che "Parasite" cambia pelle almeno tre volte nel corso della sua durata, sconfinando dalla commedia al thriller, avventurandosi a un certo punto persino nel territorio dell'horror. Ma quello che prima di tutto caratterizza "Parasite" è il suo essere un film politico. Una parabola sulla lotta di classe che non sceglie un punto di vista in maniera netta, ma preferisce  suggerire i paradossi di un'ingiustizia sociale che va oltre l'etica dei personaggi, e inaspettatamente li livella sul piano morale, inscenando dei contraltari allegorici che lasciano pietrificati nella loro beffarda spietatezza.
Sarebbe un delitto parlare della trama di "Parasite". No, meglio scoprirla poco per volta vedendo il film, incontrando i protagonisti e le loro caratterizzazioni uno dopo l'altro. Bong Joon Ho si era già dedicato alla descrizione di famiglie di reietti e alla loro inventiva per la sopravvivenza nel bellissimo "The Host", e aveva trattato il conflitto di classe nella sua trasferta americana con "The Snowpiercer", inasprendo ulteriormente le ambientazioni del fumetto francese da cui traeva spunto per infondere al racconto politico una visione allucinatoria e simbolica tutta orientale. Con "Parasite" dirige una sinfonia di emozioni che travolge lo spettatore e lo scaraventa a terra, con tocchi di comicità sardonica, twist inaspettati e improvvisi cambiamenti di registro. Ma il tema è sempre quello: i poveri, i ricchi, le profonde differenze di vita, e l'eterna domanda se è possibile risolvere tanta disparità in modo pacifico. E se sì, come? Con che proposito? Con quale iniziativa? Quale piano? Esiste una solidarietà tra disgraziati? E qualora ci fosse, quando... come... con quale gesto potrebbe manifestarsi?
La risposta non è scontata, e Bong Joon Ho affida al suo humor nero numerose metafore volte a suscitare altri quesiti e nuove considerazioni più che risposte. Song Kang-Ho è un fottuto camaleonte, capace di cambiare ruolo e passare da registri comici a drammatici in pochi istanti. E' uno dei volti più noti del cinema coreano contemporaneo, e con "Parasite" potrebbe essere sulla buona strada per diventare un attore internazionale. Ma in verità tutto il cast è al meglio e perfettamente affiatato.
"Parasite" è un film da vedere e rivedere. Prima per ridere, stupirsi e sconvolgersi. Poi per comprenderne meglio i tanti sottotesti seminati in ogni singola inquadratura di un teatro dell'assurdo che descrive miseria e agiatezza con una grazia cinematografica che ha del virtuosistico.
Una chicca: sensazionale la presenza nella colonna sonora di "In ginocchio da te", a commento (non casuale) di una delle scene più divertenti e spiazzanti del film. Da vedere assolutamente. Il cinema coreano non è mai stato tanto vitale, ed è un faro nella notte che bisogna seguire a tutti i costi.

venerdì 29 novembre 2019

Watchmen, la serie



Finora, l'unico difetto (se così lo vogliamo definire) che mi sento di trovare in "Watchmen - La serie TV" è il suo essere un racconto del tutto subordinato alla narrazione originale di Alan Moore. Essere cioè un prodotto derivativo, che necessita della memoria storica del celebre graphic novel per essere compreso a pieno e apprezzato in ogni sua sfumatura. Viene di pensare questo perché, al di là del suo essere un vero e proprio sequel, è scritto davvero bene, riuscendo persino a inserire sottotesti inediti al ricordo dell'opera madre. Non era un'impresa da poco, ma Damon Lindelof, in questo sesto episodio, c'è riuscito in pieno. Lavoro veramente bizzarro, questo seguito, così cronologicamente distante e affidato a un media differente da quello originale. Perché sì, Watchmen aveva avuto prequel (inutili) e tante imitazioni. Ma nessun vero seguito. E non si dica, per favore, che nei fumetti questa funzione sta venendo svolta da "Doomsday's Clock". Non è vero. E' un'operazione del tutto differente e con ben altri intenti. Forse è anche meglio così. Un seguito (un VERO seguito) a fumetti avrebbe sofferto di un impietoso confronto con il capostipite. Una miniserie televisiva, con i suoi codici peculiari, sta riuscendo a produrre una magia inaspettata. A tre episodi dalla fine, questo Watchmen televisivo si sta facendo amare, e se sarà concluso nel modo giusto resterà a lungo nella memoria. Confidiamo in una degna risoluzione.

giovedì 21 novembre 2019

Baldada triste de trompeta: a proposito di Joker e di pagliacci folli...


Fa un curioso effetto rivedere oggi "Balada triste de trompeta", film che Alex De la Iglesia realizzò nel 2010, e arrivato da noi con il titolo italiano "Ballata dell'odio e dell'amore" (che come al solito, finisce con il banalizzare tutto). L'effetto più strano, più paradossale, è quello di sentirsi spinti a pensare che un film che si proponesse di narrare in modo allegorico, sociale e politico le origini del Joker, era già stato fatto molto prima dei fasti di Todd Phililips. Ed è questo. C'è da dire che il cinema di Alex De la Iglesia è difficilmente classificabile da sempre. Riconoscibile e nello stesso tempo impossibile da incasellare. Grottesco, drammatico, ironico, impegnato, allucinato, satirico... e chi più ne ha più ne metta.
Ad accendere la miccia di una risata terrorizzante qui è un quadro politico e storico truce. Prima la guerra civile spagnola, poi gli ultimi colpi di coda della dittatura franchista. Ma anche l'eterna tragedia della gente comune, la gente povera, disperata e disadattata, che magari cerca nell'arte una possibilità di fuga da una realtà troppo crudele. Nel film di De la Iglesia i Joker sono addirittura due. Entrambi generati da un humus culturale e politico tossico, emblemi di una contrapposizione manichea che finisce solo per distruggere e per distruggersi. Tra violenza e risate, lazzi e paura, espressione di un paese allo sbando che danza sull'orlo di un abisso senza fondo. Tra invenzioni visive indimenticabili, personaggi esplosivi e persino citazioni cinefile imprevedibili (da Alfred Hitchcock a Tim Burton), "Balada triste de trompeta" presenta un circolo vizioso inquietante e amaro. L'alternanza tra farsa e tragedia, che si alimentano a vicenda come luce e ombra, bene e male. E tanto, tanto altro, in mezzo a un caos sociale e storico che sembra non mostrare scampo. E in questo interregno, come diceva Gramsci, nascono i fenomeni più aberranti, che si mostrano a noi, pubblico stupefatto, con le eterne due maschere del teatro. Il sorriso e le lacrime.
Sì, il film sulle origini di Joker, esisteva già. Ed era perfetto.

mercoledì 20 novembre 2019

A Girl Walks Home Alone at Night


"A Girl Walks Home Alone at Night" (2014) è un film horror indipendente davvero molto, molto strano. Per cominciare si tratta di una produzione statunitense, girato in America con un budget ridottissimo da una regista, Ana Lily Amirpour, inglese di nascita, naturalizzata americana ma con ascendenti iraniani. Ambientato in un'immaginaria cittadina dell'Iran, interpretato da attori iraniani e interamente recitato in lingua persiana. Una bella commistione di culture, per quanto la regista sia formata a una scuola di cinema occidentale. Il film è difficile da inquadrare. Horror? Si direbbe di sì, visto che il perno del racconto è una misteriosa ragazza paludata in uno chador che va in giro di notte da sola (come dice esplicitamente il titolo), e che se avvicina un uomo, in genere, è per morderlo sul collo e succhiargli fino all'ultima goccia di sangue. Ma non è tutto qui. La fotografia in splendido bianco e nero porta in scena un'umanità alla deriva. Un bambino, occhio dello spettatore, sempre per strada e apparentemente senza famiglia. Il protagonista, il giovane Arash, inquieto, incerto sul suo domani e anche un po' cleptomane, e suo padre, vedovo tossicodipendente, che vive con il figlio una drammatica inversione di ruoli. In una città desolata e triste, abitata prevalentemente da spacciatori, magnaccia e prostitute, il vampiro si aggira silenzioso. Quasi un simbolo di più anime dannate, in cerca di una ragione per continuare a esistere. Emblema di una condizione statica, prigioniera di una routine quotidiana che come una forma di dipendenza impedisce di iniziare a vivere davvero. Il film adotta un ritmo lentissimo e frequenti silenzi, affidati a personaggi didascalici e molto è affidato alla lettura dello spettatore. Un determinato risvolto narrativo oggi potrebbe far pensare a un ormai fin troppo citato brand cinematografico per adolescenti, ma qui siamo in un territorio affatto diverso. Un sogno prima che un film, che va vissuto e interpretato. Un'esperienza cinematografica bizzarra e sicuramente molto suggestiva.

lunedì 18 novembre 2019

I Saw the Devil


"I Saw the Devil" è un film di Kim Jee-Woon del 2010. Thriller crudelissimo, che si rifà all'abusato aforisma di Nietzsche sull'abisso che ti guarda quando osi guardare in esso, in modo non scontato. I film sulla vendetta privata non si contano, e la Corea del Sud ha già avuto parecchio da dire sul tema. Kim Jee-Woon realizza un film molto diverso dai precedenti, forse con meno virtuosismi fotografici evidenti, ma con una regia che scatta come una trappola. Si chiude e fa un male cane. Un serial killer uccide la donna (incinta) di un agente dei servizi segreti. Questi promette che quando lo avrà trovato gli farà diecimila volte più male. E lo fa. Con una modalità, però, che lascia disorientati. E non solo per il contagio di mostruosità che ancora una volta si realizza tra criminale e agente dell'ordine, ma per una modalità narcisistica (e terribilmente ottusa) nel piano generale dell'uomo assetato di vendetta. Una vendetta che deflagrerà, facendo tracimare ulteriormente il male che si sarebbe voluto punire. Un film violento come pochi, e recitato benissimo (uno dei due protagonisti è Choi Min-Sik, quello di "Old Boy"). Una storia noir che è anche un esame anatomico dell'idea di vendetta, in termini pragmatici oltre che etici. E una parabola sulla frustrazione, sull'insensatezza del male, e sulla sua fondamentale stupidità. Perché il male non è mai nobile o frutto di ragionamenti elaborati. Molto spesso nasce da pulsioni venali, egoistiche, superficiali. Ed è il genere di male che fa più danno in assoluto.

giovedì 14 novembre 2019

Midsommar, di Ari Aster



Sono finalmente riuscito a vedere "Midsommar" di Ari Aster, film tenuto pochissimo in sala nella mia città. Del quale avevo letto poco (nel senso che avevo preferito non immergermi in troppe recensioni) proprio per arrivare alla visione del film con l'atteggiamento più neutro possibile. E devo dire che, al di là di tutto, mi ha piacevolmente colpito.
Si è parlato di folk horror, ma esiste anche un'altra definizione, meno elegante, coniata non ricordo da chi: inquietanti comunità aliene. Si è basato tutto su questa classificazione e si sono fatte similitudini ingombranti. Inevitabili, d'accordo. Ma per certi versi anche fuorvianti.
Mettendo da parte le ormai scontatissime parentele con "The Wicker Man" di Robin Hardy (ma anche "The Sacrament" di Ti West risponde in qualche modo all'appello), possiamo dire che il film di Aster si affranca da questi rimandi che lo renderebbero derivativo, e lo fa sia per forma che per intenti. Non scontati come potrebbe sembrare a una lettura superficiale. Cominciamo dicendo che "Midsommar" merita tutta la sua etichetta di horror. E questo a partire dalle primissime scene, quando la sostanza del racconto principale è ancora distante e il cuore della trama si deve ancora concretizzare. In questo, il film di Aster è nobilmente di "forma". In quanto non fa paura il cosa, ma decisamente il come. A partire dal suo prologo, che porta in scena un dramma familiare con una scansione talmente efficace da regalare i primi brividi. Il modo di narrare qualcosa che è sì prevedibile, ma che arriva allo spettatore in modo devastante per come è preparato e orchestrato. Tanto che pensavi di sapere tutto e di essere preparato, ma la tensione accumulata e la regia ti sconvolgono lo stesso. E questo non te lo potevi aspettare. Perché il racconto di Aster si basa sui sottotesti, non sulla semplice fabula. La componente più profonda di "Midsommar" sta tutta nella forte valenza allegorica del racconto e delle tappe che conducono lentamente a una meta inesorabile. Non bisogna attendersi sorprese, ma interrogarsi sul significato di quanto sta succedendo, come se stessimo analizzando uno strano, incantevole e nello stesso tempo disturbante sogno. Una parabola nerissima sui legami, sulla loro natura, sul nostro modo di gestirli, a volte di dipendere da questi. E sul concetto di sacrificio, volto ad affrancarci (forse) sia pure dolorosamente da qualcosa che ci sta lentamente uccidendo. La cosa più inquietante di "Midsommar" è che durante il racconto avremo paura, ma una volta arrivati, alla luce dei significati nascosti, forse dovremmo gioire. E' questo che sembra dirci Ari Aster, parlando di lutto, di ritualità, di scelte difficili, di morte e rinascita.

Il buono, il matto, il cattivo

"Il buono, il matto, il cattivo" è un film del 2008 diretto da Kim Ji-woon. Una geniale stramberia in cui il regista coreano prende liberamente spunto dal classico "Il buono, il brutto, il cattivo" di Sergio Leone per creare una propria epopea western orientale secondo la propria estetica. Non un remake, ma una riconoscibile e godibilissima variazione sul tema degli archetipi che il capolavoro di Leone ha lasciato nella memoria cinematografica. Un film, quello di Kim Ji-woon, imprevedibile, nonostante abbia scelto di seguire dei binari già percorsi. Incredibilmente divertente, estroso e ricco di invenzioni visive che ne fanno un gioiello da vedere assolutamente. Grazie a film come questo, possiamo riconoscere che il genere "western" si è svincolato dai suoi legami storici e geografici, e ormai da tempo fa genere a sé. Quindi, vedere questa caccia al tesoro in Manciuria, all'inizio del secolo scorso, tra picari fantasiosi, malvagi a metà strada tra la figura del ninja e la una maschera della commedia dell'arte, e rocambolesche sfide (non solo con le pistole), è una festa a cui non si può mancare. Tra l'altro, per una volta, il film è stato anche distribuito in Italia. Se non l'avete già fatto, cercatelo, conoscetelo, divertitevi, amatelo.