sabato 4 luglio 2020

Dark... un cugino per Lost

Anche "Dark" è giunto a termine. Tre stagioni, di cui le ultime due sono arrivate a discreta distanza dalla prima, causando una certa difficoltà a riprendere il bandolo della matassa, e rendendo necessario un tempestivo rewatch. Peraltro non spiacevole, considerata la miriade di avvenimenti, intrecci e personaggi che questa serie tedesca porta in scena e che si giovano di una seconda visione. Inoltre, rivedere "Dark" dal principio accende oggi una sensazione di tenerezza, ripensando al modo in cui la serie era stata salutata al suo primo apparire su Netflix. A suo tempo, qualcuno la definì la versione tedesca di "Stranger Things". E la vicinanza con l'uscita del primo capitolo di "IT" al cinema, fece persino percepire l'impermeabile giallo di uno dei protagonisti (dello stesso colore di quello indossato dal bambino nel film di Muschietti) come una sorta di inesistente citazione (guai a vestire gli stessi colori di qualcuno più popolare di te nel momento in cui debutti in società). Oggi, a serie conclusa, possiamo dire con certezza che se vogliamo riconoscere in "Dark" una parentela culturale con una fiction precedente, quella è sicuramente con il celebrato "Lost". E non per l'elemento fantastico in comune tra i due show, ma per una comune estetica narrativa. Volontariamente o casualmente (ma non ci credo più di tanto), lo show ideato da Baran Bo Odan è fortemente debitore alla serie di culto statunitense. E - titolo di merito - riesce a riprodurre certe atmosfere e dinamiche sviluppando una proprio personalità, tra l'altro tutta europea. Piaccia o meno, "Dark" è l'esperimento riuscito di un nuovo, intricato, mosaico narrativo che produce una propria mitologia. Cosa che caratterizzava la storica serie di J. J. Abrahms e Damon Lindelof. "Dark", insomma, non si identifica soltanto con il suo spunto fantascientifico, ma con la sua selva di personaggi e la frammentazione del racconto che conferisce loro profondità, episodio dopo episodio, dettaglio dopo dettaglio, secondo il medesimo meccanismo di caos e progressiva ricostruzione che riguardava le vicende dei naufraghi sull'isola e del mistero che li legava. In parole povere, sia pure in modo più lineare e compatto (ed è paradossale da dire) rispetto alla lunghezza fluviale di "Lost", "Dark" riesce a far rivivere le emozioni di un grande arazzo che si completa poco per volta, alimentandosi di aspettative, teorie, attesa. E se di citazioni vogliamo parlare (perché ci sono, e sono tante), notiamo sotto finale quella musicale dedicata a "L'esercito delle 12 scimmie", film di Terry Gilliam che ha in comune con la serie tedesca lo spunto centrale del racconto. Come "Lost", anche il finale di "Dark" potrebbe scontentare qualcuno. Così come non tutti i numerosi enigmi, a serie conclusa, risultano perfettamente sciolti (ma anche qui, come in "Lost", molto è affidato all'attenzione dello spettatore, rifuggendo dagli spiegoni). In definitiva, dunque, le due serie, statunitense e tedesca, hanno in comune certe scelte di scrittura (direi di qualità) e la struttura labirintica, fatta di rimandi e pezzi da incastrare che coinvolgono lo spettatore in un gioco in cui non può restare passivo, pena il caos (e un mal di testa mostruoso). "Dark" non sarà perfetto. E ovviamente gli manca l'originalità che "Lost" presentava. Ma rispetto a tanti epigoni si avvicina davvero tanto ai risultati del prototipo. Ed è per questo che probabilmente sarà ricordato.

martedì 23 giugno 2020

L'Immensità della notte (The Vast of Night)

"L'immensità della notte" (The Vast of Night), film indipendente diretto a budget zero da Andrew Patterson nel 2019, sta diventando un piccolo caso su Amazon Prime Video, che provvidenzialmente ha scelto di acquisirlo nel suo catalogo, dopo il consueto giro nei festival di fantascienza (e dopo essere stato snobbato, a torto, da quelli più blasonati).
Gli aspetti più sorprendenti di "The Vast of Night" sono il coraggio con cui un budget praticamente inesistente è stato convertito in virtuosismo filmico (segno che a volte i limiti aguzzano la creatività), e l'audacia di affidare l'intero crescendo del racconto interamente alle voci dei protagonisti. Due personaggi centrali, pochissime location e persino lunghe conversazioni al telefono. Verrebbe da definire "The Vast of Night" un saggio sull'uso virtuoso del dialogo e dei tempi drammatici, più che un film fantastico sull'inizio di un'invasione aliena. Invasione di cui ci sarà mostrato solo la crescente inquietudine, poi frenesia e dunque paura dei personaggi. E nient'altro. Se non gli effetti della presenza extraterrestre sulla nostra realtà. Ambientato strategicamente negli anni 50 (ma anche concettualmente, in un periodo storico fatto di tensioni internazionali e paranoia politica), il film di Patterson gioca con lo spettatore in modo scoperto, iniziando subito con una citazione esplicita dei serial televisivi d'altri tempi ("Ai confini della realtà", "Oltre i Limiti"). Sin dalla prima scena siamo invitati a entrare in un piccolo schermo in bianco e nero che presto si accenderà di colori, ma che conserverà il tono e le suggestioni di un prodotto d'altri tempi. Quando gli effetti speciali non consentivano particolari acrobazie visive e si era costretti a lavorare di allusioni, di atmosfera e di racconti paurosi. Dove erano le parole e le emozioni suggerite a dare i brividi.


"The Vast of Night" non manca neppure di interessanti invenzioni visive, come il ricorso al piano sequenza che in più occasioni attraversa in soggettiva la minuscola cittadina del New Mexico in cui la vicenda è ambientata, dandoci effettivamente consapevolezza di un centro urbano piccolissimo, abitato da poche centinaia di abitanti, divenuto a un tratto l'occhio di un ciclone destinato ad allargarsi. Due le principali location. Anzi tre, sebbene la prima venga presto accantonata. La palestra di una scuola in cui l'intera cittadina di Cayuga è riunita per assistere alla partita di pallacanestro, evento che lascia praticamente deserto il resto del borgo. La piccola radio in cui lavora come conduttore il giovane Everett, un'emittente che guarda caso si chiama WOTW (e non ditemi che non ci arrivate), e il centralino dove quella notte Fay sta lavorando da sola, e dove per prima sentirà un misterioso suono dalla provenienza indecifrabile... In qualche modo, è bizzarro considerare come uno dei temi del film, ambientato negli anni 50, sia anche la rapida evoluzione delle tecnologie. Soprattutto quelle legate alla comunicazione e alla conservazione dei dati. La conversazione iniziale tra Everett e Fay, che commentano le notizie sui prossimi sviluppi nell'ambito dei trasporti e della telefonia, non è messo lì a caso, ma prelude proprio al progressivo salto nell'ignoto che aspetta i due protagonisti dietro l'angolo. Si faccia caso alla battuta incredula di Everett sulle future evoluzioni del mezzo telefonico, e potremmo avere un'altra chiave di lettura per l'intero film. Dalle loro parole apprendiamo che entrambi, in fondo, sono affascinati dal progresso, e ambiscono a crescere individualmente e professionalmente nell'ambito dei rispettivi campi, che riguardano sempre le comunicazioni. "The Vast of Night" è quindi un gioco di scatole cinesi in cui le voci e i mezzi di trasmissione sono i veri protagonisti. Radio, telefono, bobine, registratori. Quasi come se ci venisse suggerito che la vera conquista avverrà attraverso questi strumenti e il controllo dei principali canali di comunicazione, non grazie a raggi della morte o all'occupazione di città da parte di mostri verdi. La notte immensa, infinita, che ci circonda non è che l'incertezza per il nostro domani, e le nuove inattese minacce che potremmo trovarci ad affrontare. Siano essi extraterestri in agguato, risoluti a conquistarci, o un progresso tecnologico veloce e ambiguo. Talmente rapido e sorprendente da diventare alieno e incontrollabile a sua volta.


Insomma, "La vastità della notte" riesce a rendere tematica e fortemente allegorica la sua struttura basata sulla comunicazione verbale a causa di un budget ridottissimo. E acquista un'identità molto spiccata proprio grazie ai binari su cui deve adattarsi a correre, evitando di diventare un prodotto dozzinale che racconta una storia già narrata mille volte. Non dimentica, però, di essere comunque cinema. Usando la presenza in scena, a volte anche insistita e ossessiva, dei suoi interpreti. A volte seguiti di spalle, come se ci trovassimo lì, a tallonarli lungo un interminabile piano sequenza. In altri casi, chiamati a reggere lunghi primi piani, in cui le loro maschere rappresentano una componente visiva molto importante di quello che funzionerebbe benissimo anche solo come radiodramma. E non è un caso neppure che durante certe sequenze, lo schermo si oscuri del tutto, affidandosi alle sole parole. Un film diverso, quindi. Strano e particolare. Sicuramente da vedere, da ascoltare, da apprezzare.

lunedì 22 giugno 2020

Curon: più ombre che luci

Non voglio accanirmi su "Curon", la serie originale Netflix italiana che in queste settimane sta facendo discutere, tra detrazioni, discreti consensi e motivatissime perplessità. La prima cosa (positiva) che sento di poter dire è che, a differenza dell'altrettanto nostrano "Luna Nera" (respingente sin dal primissimo episodio), questo mistery soprannaturale altoatesino qualche carta da giocare ce l'ha. E tra queste, per quanto mi riguarda, è c'è quella di avermi indotto a guardare la serie fino alla fine. Nonostante i dubbi che, andando avanti nella visione, aumentavano. Potremmo dire che è un po' un peccato. Che "Curon" presenta un'intrigante idea narrativa, uno scenario suggestivo, e persino qualche intuizione affascinante. Ma... spreca una grossa fetta del suo potenziale di partenza. Senza farsi detestare, per quanto mi riguarda, ma neppure amare veramente. In modo paradossale, vorrei dire, che questa serie Netflix non riesce a essere quello che avrebbe potuto o voluto essere. E che forse da qualche parte, in un'altra linea temporale, in un'altra dimensione, qualcuno avrebbe potuto farne un racconto del mistero davvero efficace. E chissà, magari sta sbraitando per farsi ascoltare e prendere il posto che gli spetta. Il problema principale non è neppure la performance del cast. Il discorso sulla qualità della recitazione della fiction italiana sarebbe lungo, ed è in buona parte ormai scontato, come una condanna passata in giudicato molti anni fa. Un trend che riguarda quella parlata pseudo "naturale" che molti scambiano per recitazione "teatrale" (come se di modo di recitare in teatro ce ne fosse soltanto uno). Quelle dinamiche di regia rese note da "Boris", vera serie di culto che satireggia le produzioni televisive italiane e ne denuncia tutte le storture. La recitazione "buttata lì", spesso per espressa richiesta del regista, dove sull'altare di una presunta naturalezza si sacrifica l'intelligibilità del copione. Ed è un peccato, perché tra i giovanissimi protagonisti di "Curon" ci sono diverse promesse, alcuni davvero intensi, espressivi e carismatici, ma non sempre in grado di esprimersi in modo comprensibile. Questo è senz'altro un male, ed è comune a una deriva tutta italiana che riguarda (ormai con poche eccezioni) le moderne fiction e anche una parte del nostro cinema. Ma come dicevo, non è la recitazione il vero problema di "Curon", che su questo fronte si difende tutto sommato discretamente rispetto ad altre produzioni ("Luna Nera" su tutte). Il punto nevralgico è... la scrittura. Un mistero che a tratti lievita e subito dopo si affloscia, appiattito da spiegoni non necessari o da scelte di regia eccessivamente chiarificatrici laddove avrebbe giovato una maggiore ambiguità. Troppe contraddizioni nelle condotte di più personaggi (si veda il forzatissimo twist che innesca il finale di stagione), e alcune caratterizzazioni eccessivamente stereotipate, suscitano parecchie perplessità. La stereotipia appesantisce anche alcuni dialoghi, rendendo il progredire del racconto prevedibile in più di un atto. L'uso scientifico della parola cazzo (Gabriel Garcia Marquez, ne "L'autunno del patriarca", cazzo, lo usò al posto della virgola con intenti sperimentali), qui usata palesemente per conferire (una cazzo di) "verità" al parlato (cazzo!), ma talmente abusata (cazzo!) da risultare un manierismo (ecchecazzo!) e quindi fallire (cazzo!) proprio nell'intento (cazzo!) che si proponeva (non diciamo cazzate!). Direi quindi che il punto più debole di "Curon" è proprio il suo copione, lo sviluppo di una storia che aveva un potenziale interessante, e una debolissima gestione dei tempi narrativi. Tutto sorvolando sul forte sospetto che chi ha scritto la sceneggiatura, molto probabilmente, non conosce affatto i gatti, non ha mai fumato una canna, e non ha mai avuto a che fare con un vero alcolista in vita sua. Tutto questo senza astio. Anzi, forse nutrendo anche la riserva di provare a vedere una possibile seconda stagione. Perché il potenziale di "Curon" resiste nonostante tutti questi difetti, e dal momento che è rimasto in buona parte inespresso (alludendo involontariamente ai temi stessi della serie), permane un notevole margine di miglioramento che gli autori dovrebbero prendere in considerazione. Gli auguro di riuscire ad aggiustare il tiro e fare di meglio la prossima volta, senza abbandonare queste promesse (comunque intriganti) sotto la superficie ghiacciata del lago di Curon.

giovedì 4 giugno 2020

In the Flesh



"In the Flesh" è una serie TV inglese trasmessa dalla BBC per due sole stagioni a partire dal 2013. Dopo un'apocalisse zombi che ha mietuto numerosissime vittime, l'umanità ha trovato il modo di arginare il problema e ricominciare. La vera conquista dovrebbe essere il fatto che gli scienziati hanno trovato una cura per i morti viventi. Un cocktail di farmaci che, somministrati in modo regolare, riattivano il loro cervello, ripristinando la loro personalità, i ricordi, le emozioni, e sopprimendo la frenesia di nutrirsi della carne dei vivi. I morti restano morti, ma psicologicamente tornano del tutto umani, e possono essere reintegrati nella società e nelle loro famiglie. Almeno, in teoria. Considerato che i non morti curati conservano i ricordi di quando vagavano uccidendo e sbranando le persone vive, e che molti tra i viventi, alcuni dei quali si sono distinti nella lotta alla piaga zombi, vedono in loro soltanto pericolose mostruosità da estirpare, e non reduci di una terribile malattia, ora chiamata Sindrome del Decesso Parziale. Questo non può che suscitare un clima di tensione, di sospetto, paura e odio nei confronti dei nuovi diversi. E Kieren, giovane che ha commesso suicidio prima dell'epidemia, risorgendo come non morto antropofago, e oggi restituito alle cure della sua amorevole famiglia, dovrà affrontare molti demoni, interiori ed esterni. In un quadro sociale molto complesso, perché dove ci sono mutanti e discriminazione, esiste sempre anche un Magneto... E' evidente quanto questa serie inglese (cancellata dopo due stagioni e rimasta inedita nel nostro paese) abbia ispirato "The Cured", film di David Freyne del 2017, che ruba letteralmente tutti gli spunti fondamentali di "In the Flesh" (sebbene nel film di Freyne non si parli di zombi, ma piuttosto di infetti che manifestano la stessa violenza cannibale). Il punto cruciale, però, è che la serie TV creata da Dominic Mitchell centra ogni bersaglio là dove "The Cured" si limita ad accennare, e si arena afflosciandosi su se stesso. Già l'episodio pilota di "In the Flesh" (sì come il brano dei Pink Floyd) dice tutto in un'ora scarsa di minutaggio, presentando metafore sì già viste, ma rese con una forza emotiva che travolge. In "In the Flesh" c'è dramma, thriller, e persino momenti di reale commozione. La necessità dei non morti recuperati di vestire un make up che camuffi il loro aspetto cadaverico, e delle lenti a contatto che nascondano i loro occhi spettrali, è solo il punto di partenza in una parabola sulle diversità (al plurale, attenzione...) e le contraddizioni di un mondo che si sforza di essere giusto, ma che non riesce a esserlo davanti a un cambiamento costante che fa piazza pulita di regole, etica, e aspettative di vita. I motivi (non subito svelati) che hanno condotto Kieren al suicidio hanno una forte importanza, così come la rappresentazione di maschere sociali che non hanno niente da invidiare al fondotinta degli zombi recuperati. E forse sono anche peggio. Ancora una volta la soppressione del cervello diventa simbolo. Simbolo di sottomissione e di azzeramento del dissenso e delle individualità. E per una volta, la seconda vita dei morti viventi può essere intesa come una possibilità, dolorosa, difficile, ma anche preziosa, di provare a vivere come un tempo non potevamo. Si potrebbe dire che già "True Blood" (serie fin troppo bistrattata oltre tutti i suoi oggettivi difetti) utilizzava i vampiri come simbolo di diversità. Ma "In the Flesh" ha qualcosa di diverso, e di molto british. Si prende maledettamente sul serio, e picchia duro rinunciando all'etichetta di horror per sconfinare in un genere difficile da catalogare. Un vero peccato che da noi siamo rimasta del tutto inedita mentre si macinano e si traducono quattro stagioni di "13".

mercoledì 6 maggio 2020

All the Boys Love Mandy Lane



"All the Boys Love Mandy Lane" è uno slasher. Partiamo da questo assunto. Un film di genere thriller-horror di cui oggi anche i sassi conoscono le regole. Il film di esordio di Jonathan Levine (finito di girare nel 2006, ma rimasto congelato a lungo a causa di beghe produttive, uscito addirittura nel 2013, apparso soltanto in qualche festiva e presto riciclato per il mercato home video) non è un capolavoro. Anzi, forse non è neppure un prodotto del tutto riuscito, e in parte, per una buona parte di minutaggio, può risultare persino irritante. Per me, almeno è stato così. Un film davvero breve (dura un'ora e venti minuti) che si presenta con tutti gli stereotipi incastrati al posto giusto, per poi disattenderli uno dopo l'altro e farci chiedere che cavolo stiamo guardando e perché. "All the Boys Love Mandy Lane" è anche Amber Heard. La Mandy Lane del titolo. E' la sua presenza, il suo incedere, il suo essere tra noi (e nel film) pur dando la sensazione di non appartenere a questa terra. Mandy Lane è una final girls. No. Mandy Lane è LA final girl. Un archetipo del genere che lo attraversa, lo calpesta e fa suo un ruolo assegnatole dal destino. "All the Boys Love Mandy Lane" è un altro di quei cazzo di film dei quali non puoi parlare veramente senza ammazzare tutte le ragioni per vederlo. E questo sì che è frustrante. Perché sebbene la lampadina sulla mia testa si sia accesa 30 secondi esatti prima del twist in cui il film svolta e mostra la sua vera identità, l'anima di questa fiaba nera (ah, ricordiamoci! E' uno slasher!) risiede tutta lì. "All the Boys Love Mandy Lane" non è "Scream". La trilogia di Wes Craven che aveva elencato, decostruito e disinnescato i cliché del genere, si basava molto su una componente metafilmica e un tocco abbondante di humor nero. Il film di Levine si prende sul serio da morire. Ha un'aura sporca, da pellicola anni 70. Sembra quasi un film fuori dal tempo, per certi versi. Si rischia di non riuscire guardarlo fino alla fine, tanto può sembrare scontato. Eppure... Possibilmente, per cogliere certi aspetti e notare tutte le libertà e le sovversioni giocate sul genere, sarebbe necessario vedere il film una seconda volta, ma la sensazione morbosa che lascia addosso quando iniziano i titoli di coda sulle note della romanticissima "Sealed With a Kiss", non incoraggia a farlo tanto presto. E' difficile anche dire se il film mi sia piaciuto o meno. Diciamo che mi sono piaciute le sue intenzioni e lo sforzo per rappresentarle. E in fondo, non è poco, considerato che parliamo di un piccolo film che si dimostra malatissimo. Spiazzando lo spettatore a metà film, facendogli cadere le braccia (e le difese) per poi assestargli un calcio da mulo. "All the Boys Love Mandy Lane" è un film tuttora inedito in Italia. Difficile da reperire, e questo forse ha contribuito ad accrescere la sua nomea underground di opera horror "diversa" e spiazzante. Amber Heard, oggi, forse non è in cima alle simpatie di molti, ma in questo film è davvero splendida sotto tutti i punti di vista. Del resto "Tutti i ragazzi amano Mandy Lane" e l'unica certezza è che questo non porterà a niente di buono.

lunedì 4 maggio 2020

I morti non muoiono [di Jim Jarmush]

Non sono sicuro di avere capito bene "I morti non muoiono" di Jim Jarmush. Nel senso che non sono certo di avere compreso del tutto che cosa Jarmush si proponeva di fare con questo metafilm a base di zombi, comedy, spunti satirici, omaggiante un genere, il proprio cinema passato e... si direbbe altro ancora. Non posso dire neppure che non mi sia piaciuto. Forse perché "I morti non muoiono" è talmente carico di spunti simpatici, di attori mostruosi e camei illustri, che semplicemente ti bagna le polveri del dissenso e ti induce comunque a un atteggiamento indulgente. Eppure, quello che penso sia più ragionevole dire è... che non credo di averlo capito. Limite mio, probabilmente, che non riesco ad allineare in modo perfetto le tessere di un mosaico citazionista e allegorico in cui i temi centrali sono già stati talmente sfruttati da risultare ovvi. La cosa che mi affascina di più, paradossalmente, è proprio la scelta di adottare un ritmo compassato. Non lento, ma di una calma esasperante (rappresentata in modo encomiabile dall'imperturbabile personaggio di Bill Murray) che praticamente ti conduce attraverso l'inizio dell'apocalisse con una rassegnazione inedita. Forse è proprio questo il bandolo della matassa. Il fluire del racconto filmico, affidato a un'ironia placida che non si scompone neppure nelle scene in cui le urla, il sangue e la morte dovrebbero farla da padrone. Un mondo che non finisce con fragore, ma con un gemito sommesso e quasi un sorriso cinico, come se l'intero pianeta, nel soccombere alla piaga che lo sta distruggendo, anziché urlare, mormorasse sogghignando «Che fregatura, eh!» Se l'intento era quello di spiazzare, con me l'obiettivo è stato sicuramente centrato. Forse, un tema così abusato, già filtrato più volte dalla commedia, e persino cannibalizzato da altri generi, non può più essere rappresentato se non con distacco. Il disincanto di chi ormai conosce non solo le regole del gioco, ma ogni possibile sviluppo e l'inevitabile finale. Un distacco emotivo e formale, perché ormai certe storie non si possono più raccontare fingendo di crederci. Oppure si possono descrivere soltanto ammettendo di non crederci più, sapendo che il giocattolo è irrimediabilmente rotto, e arrendendosi ormai alla noia di una parabola nera che avrà comunque ragione delle nostre resistenze. Vediamo il baratro, contiamo i passi, ma sappiamo di non essere in grado di fermarci. Possiamo solo accettare la fine, e andarle incontro rassegnati. Nessun twist ci illuderà con un'effimera ondata di adrenalina. Nemmeno il segreto (di Pulcinella, ormai) che i diversi, gli strani, rivelano risorse in più in situazioni di emergenza, e che forse è proprio la loro diversità, la loro stramberia, a condurli in salvo, lasciando gli omologati, i normali al loro destino infausto. E anche in questo caso, mi accorgo, non posso fare a meno di azzardare interpretazioni, anche quando ritengo di non avere ben capito. Ma mi resta la sensazione che "I morti non muoiono", con la sua placida, quasi inerte, ironia citazionista, sia un film di un pessimismo devastante.

venerdì 1 maggio 2020

CREEP [di Patrick Brice]


Sarebbe molto facile elencare tutto quello che non persuade in "Creep", piccolo film thriller indipendente diretto da Patrick Brice, interpretato dallo stesso accanto a Mark Duplass e scritto da entrambi. A partire dal titolo, abusato e confondibile con più pellicole horror del passato. Dalla sua natura di POV (point of view) o Found Footage, se preferite, in cui in più occasioni, e come in molti altri film che adottano questo espediente, è poco plausibile che la telecamera continui a funzionare e stia inquadrando determinati accadimenti. Punti deboli, quindi, talmente scontati da passare in secondo piano, e farci chiedere che cosa ci spinge a seguire il film di Brice e Duplass (è il primo a firmare la regia, ma "Creep" è una creatura figlia di entrambi) fino all'ultimo sconcertante fotogramma. Uscito con il marchio della Blumhouse, etichetta horror prolifica che non disdegna di produrre esperimenti bizzarri e a basso costo, "Creep" segue in apparenza un percorso lineare, ma che diventa in fretta meno prevedibile di quanto potrebbe sembrare e presenta anche un paio di rovesci spiazzanti. Un cameraman risponde a un annuncio per un lavoro che lo terrà impegnato una sola giornata in un cottage fuori città, e fa la conoscenza di un uomo eccentrico che desidera realizzare una sorta di diario filmato per il figlio che deve ancora nascere. E' subito chiaro che le cose non sono come sembrano, ma quello che importa in "Creep" non è tanto la destinazione, ma il viaggio e le sue emozioni. Due attori soltanto in scena per tutto il tempo, mentre la situazione si fa sempre più strana. Imbarazzante. Inquietante. L'attore Mark Duplass si trova a fare da mattatore in un crescendo drammatico in cui l'occhio della telecamera è piantato prevalentemente su di lui, disegnando un personaggio straniante e polimorfo, in grado di instillare dubbi nel suo interlocutore e nello spettatore. La recitazione e il senso opprimente di minaccia sono le vere ragioni d'essere di "Creep", in cui lo spunto da Found Footage è solo un mero pretesto per un progressivo sprofondare nella follia. Un gioco psicologico che a molti sembrerà assurdo, ma che presenta disturbanti parallelismi con dinamiche reali e tragiche.
Non un capolavoro, forse, ma sicuramente un esperimento di horror da camera indipendente tra i più interessanti, nonché un'ottima prova attoriale. Esistono già due seguiti, il che mi rende parecchio curioso. Certo è che la povertà di mezzi spesso aguzza l'ingegno, e che le performance da parte di attori di talento possono da sole rappresentare l'anima di un film. Riuscendo a inquietare, peraltro. Naturalmente, se ne sente parlare veramente poco. Ma questo non deve sorprenderci.