mercoledì 9 settembre 2020

I libri non sono mai troppi: salvare la Biblioteca Itinerante Pietro Tramonte di Palermo


 L'hashtag è #ilibrinonsonomaitroppi.

L'iniziativa è quella di sostenere la Biblioteca Privata Itinerante "Pietro Tramonte", affinché Palermo non volti lo sguardo e questo spazio culturale spontaneo possa sopravvivere. In queste ore il titolare ha ricevuto un verbale di chiusura con la motivazione che i libri sarebbero troppi. Pertanto la biblioteca a cielo aperto in piazza Monte Santa Rosalia a Palermo, fondata sul baratto dei libri e che tanti giovani ha instradato alla lettura, rischia di scomparire. Trovate i dettagli nel link in fondo, nell'articolo de La Repubblica. L'iniziativa proposta è una lettura video di 1 minuto, da un libro a vostra scelta, seguita dal messaggio "I libri non sono mai troppi. Sostegno alla Biblioteca Itinerante Pietro Tramonte di Palermo" (e ovviamente l'hashtag #ilibrinonsonomaitroppi nel post). Facciamo in modo che questa iniziativa diventi visibile in fretta, e che delle voci si levino in modo pacifico (semplicemente leggendo un libro) per sollecitare una soluzione costruttiva. Associazioni, collettivi, privati, prendete in mano uno dei vostri libri. Apritelo e leggetelo, ad alta voce, per un solo minuto. Abbiamo bisogno che questa biblioteca che pratica il baratto e la diffusione della cultura nel centro storico di Palermo sopravviva. Allargo l'appello anche ai miei contatti non siciliani. Non è un argomento da circoscrivere alla nostra città. Ci riguarda tutti. Perché i libri ci rendono migliori. Sono una possibilità per crescere. E di sicuro non sono mai troppi. L'articolo su La Repubblica

sabato 29 agosto 2020

Les Revenants


Il fotogramma nell'immagine non appartiene a "Curon", ma a "Les Revenants", e il campanile che emerge dall'acqua non è al centro della trama come nella serie italiana. "Les Revenants", serie francese la cui prima stagione è uscita nel 2012, è uno strano caso di cult di nicchia. Amato praticamente da tutti quelli che lo hanno visto, discusso, interpretato, ma rimasto avvolto nel silenzio del pubblico generalista. Per intendersi, senza arrivare a suscitare il clamore mediatico di altre, successive, serie europee, come "Dark". Eppure "Les Revenants", con la sua trama misteriosa, la sua narrazione corale articolata su diversi piani temporali, i suoi segreti e l'atmosfera esoterica, è una delle prime serie TV che hanno fatto tesoro della ricetta presentata trionfalmente da "Lost". E con esiti artistici notevoli, che vanno da una fotografia spettacolare, alle performance di attori carismatici, alle inquietanti e bellissime musiche originali della band post-rock scozzese Mogwai. Due sole stagioni di otto episodi ciascuna. Un incipit che fa gelare il sangue per quanto è perfetto e sinistro. Una piccola folla di personaggio memorabili e grande suggestione. Prendendo spunto dal film omonimo di Robin Campillo uscito nel 2004, "Les Revenants" narra le vicende di un piccolo paese tra le montagne della Francia in cui d'un tratto e senza preavviso i morti cominciano a tornare. Non si tratta di zombi antropofaghi come in "The Walking Dead", ma di veri e propri risorti, restituiti alla vita integri e immemori di cosa gli è successo. Naturalmente, il misterioso fenomeno non può restare senza conseguenze, e le reazioni di familiari e amici saranno le più disparate e imprevedibili. Ma l'inatteso ritorno dei cari estinti sembra non essere l'unico fenomeno inquietante. L'acqua della vicina diga ha strani movimenti, gli animali hanno comportamenti inconsueti, e i vivi lasciano trapelare parecchi segreti sepolti. Per una volta, la televisione batte il cinema, e il film di Campillo fornisce il la per una saga allegorica ed enigmatica sulla gestione del lutto, la capacità di fare i conti con il passato, la forza di reinventarsi e andare avanti.


"Les Revenants", un grosso successo in patria, ha ispirato serie statunitensi di modesto valore e scarso riscontro. Come "Resurrection" (che narra una storia simile per lo spunto di partenza, ma in realtà molto diversa per sviluppo e atmosfere) e il remake "The Returned", entrambe cancellate in fretta. Qualcuno (è prassi) si è affrettato a etichettare "Les Revenants" come una sorta di nuovo "Twin Peaks". Ma la serie, scritta da Fabrice Gobert, ricorda di più dinamiche lostiane, in cui l'attenzione dello spettatore e la sua capacità di cogliere le ellissi narrative è sfidata sin dall'inizio. Alla prima stagione è seguito un lungo intervallo (come spesso accade con le produzioni europee) durato tre anni (tre anni!). Cosa che ha reso necessario rivedere l'intera prima stagione per mettere insieme tutti i pezzi (nella narrazione sono trascorsi solo sei mesi). Ma l'attesa è ripagata da una qualità che non delude le aspettative e regala nuovi colpi al cuore. Due stagioni che portano a compimento una narrazione non convenzionale, dove molte risposte sono nei simboli e nella nostra capacità di interpretarli. L'onnipresente acqua, fonte della vita e a volte dispensatrice di morte. Le ferite del corpo e dell'anima, le seconde, inattese possibilità. Un mosaico vasto e complesso come l'umanità stessa, che davanti a un fenomeno come la morte (ma anche davanti alla vita) reagisce in molti modi eterogenei.

"Les Revenants", come già successo con "Buffy", realizza il potenziale di un'opera cinematografica non del tutto compiuta, e sfrutta il linguaggio seriale per produrre qualcosa di nuovo e di grande impatto. Se "Lost" è diventato un feticcio e un modello cui guardare, possiamo dire che la televisione di qualità (in questo caso europea) è andata avanti, e riesce a riprodurre quelle vibrazioni fatte di attesa, sorpresa, desiderio di partecipare al racconto con le proprie fantasie, fino alla fine di un viaggio meraviglioso.
La musica dei Mogwai: https://youtu.be/BYSdLYmfQG4

martedì 14 luglio 2020

Muori, papà, muori!

Un padre poliziotto grande e grosso. Una figlia con dei segreti. Un fidanzato innamorato. Un duello lungo un film. Violenza e sangue a profusione. Divertimento a mille. La cosa buffa di "Muori, papà, muori" (opera prima del giovane regista russo Kirill Sokolov) e quella di essere stato distribuito con l'azzeccato titolo internazionale "Why Don't You Just die!" ("Perché non muori e basta!"), suscitando la consueta mitraglia di insulti (in genere meritati) contro i titolisti nostrani. Buffo, perché in questo caso ci si è limitati ad aggiungere una reiterazione al titolo originale russo, cioè "Papa, sdokhni" ("Muori, papà!"). E' ormai un rito quello di definire "tarantiniano" un film in cui violenza, l'elemento pulp, l'umorismo nero e le pennellate di surrealtà la fanno da padroni. E forse c'è qualcosa di vero anche qui. Ma in verità, più che allo zio Quentin, guardando il film di Sokolov, mi sono scoperto a pensare a un Pedro Almodovar sotto acido e assetato di sangue. Non è semplice definire il genere di "Papa, sdokhni". Commedia nera? Sicuramente. Horror? Forse, dipende a chi chiedi. Thriller? In qualche modo anche. Cartone animato girato con attori in carne e ossa. Sì, assolutamente. Grattachecca e Fighetto ringraziano. E il pubblico anche. Non è nemmeno il caso di perdere tempo a riassumere la trama. Un ragazzo decide di eliminare il padre tiranno della fidanzata che pare l'abbia molestata nell'infanzia e che forse continua a farlo. Uno spunto sufficiente a far partire una lotta senza fine tra due personaggi fisicamente indistruttibili, con buona pace dell'anatomia, delle scienze balistiche, del realismo (chi se ne frega quando un film è così divertente?). Una faida che innescherà una spirale di violenza e distruzione, ma anche di rivelazioni inaspettate. Un divertissement dal ritmo impeccabile, che non lesina neppure citazioni ai western di Sergio Leone, in alcune scelte di regia e nell'uso, studiato e ironico della colonna sonora. Pochi attori, una recitazione che definire sopra le righe sarebbe un eufemismo. E tanto, tantissimo splatter. Meglio non aggiungere altro, e scoprire il film, uscito da poco in dvd in Italia e visibile su Chili. Un film di situazione e di forma che riesce a divertire. Speriamo che Sokolov, che prima di questo film (uscito in patria nel 2018) aveva realizzato solo alcuni cortometraggi, si dimostri all'altezza delle promesse di questo esordio. E di avere la possibilità di metterlo alla prova anche sugli schermi italiani.

sabato 4 luglio 2020

Dark... un cugino per Lost

Anche "Dark" è giunto a termine. Tre stagioni, di cui le ultime due sono arrivate a discreta distanza dalla prima, causando una certa difficoltà a riprendere il bandolo della matassa, e rendendo necessario un tempestivo rewatch. Peraltro non spiacevole, considerata la miriade di avvenimenti, intrecci e personaggi che questa serie tedesca porta in scena e che si giovano di una seconda visione. Inoltre, rivedere "Dark" dal principio accende oggi una sensazione di tenerezza, ripensando al modo in cui la serie era stata salutata al suo primo apparire su Netflix. A suo tempo, qualcuno la definì la versione tedesca di "Stranger Things". E la vicinanza con l'uscita del primo capitolo di "IT" al cinema, fece persino percepire l'impermeabile giallo di uno dei protagonisti (dello stesso colore di quello indossato dal bambino nel film di Muschietti) come una sorta di inesistente citazione (guai a vestire gli stessi colori di qualcuno più popolare di te nel momento in cui debutti in società). Oggi, a serie conclusa, possiamo dire con certezza che se vogliamo riconoscere in "Dark" una parentela culturale con una fiction precedente, quella è sicuramente con il celebrato "Lost". E non per l'elemento fantastico in comune tra i due show, ma per una comune estetica narrativa. Volontariamente o casualmente (ma non ci credo più di tanto), lo show ideato da Baran Bo Odan è fortemente debitore alla serie di culto statunitense. E - titolo di merito - riesce a riprodurre certe atmosfere e dinamiche sviluppando una proprio personalità, tra l'altro tutta europea. Piaccia o meno, "Dark" è l'esperimento riuscito di un nuovo, intricato, mosaico narrativo che produce una propria mitologia. Cosa che caratterizzava la storica serie di J. J. Abrahms e Damon Lindelof. "Dark", insomma, non si identifica soltanto con il suo spunto fantascientifico, ma con la sua selva di personaggi e la frammentazione del racconto che conferisce loro profondità, episodio dopo episodio, dettaglio dopo dettaglio, secondo il medesimo meccanismo di caos e progressiva ricostruzione che riguardava le vicende dei naufraghi sull'isola e del mistero che li legava. In parole povere, sia pure in modo più lineare e compatto (ed è paradossale da dire) rispetto alla lunghezza fluviale di "Lost", "Dark" riesce a far rivivere le emozioni di un grande arazzo che si completa poco per volta, alimentandosi di aspettative, teorie, attesa. E se di citazioni vogliamo parlare (perché ci sono, e sono tante), notiamo sotto finale quella musicale dedicata a "L'esercito delle 12 scimmie", film di Terry Gilliam che ha in comune con la serie tedesca lo spunto centrale del racconto. Come "Lost", anche il finale di "Dark" potrebbe scontentare qualcuno. Così come non tutti i numerosi enigmi, a serie conclusa, risultano perfettamente sciolti (ma anche qui, come in "Lost", molto è affidato all'attenzione dello spettatore, rifuggendo dagli spiegoni). In definitiva, dunque, le due serie, statunitense e tedesca, hanno in comune certe scelte di scrittura (direi di qualità) e la struttura labirintica, fatta di rimandi e pezzi da incastrare che coinvolgono lo spettatore in un gioco in cui non può restare passivo, pena il caos (e un mal di testa mostruoso). "Dark" non sarà perfetto. E ovviamente gli manca l'originalità che "Lost" presentava. Ma rispetto a tanti epigoni si avvicina davvero tanto ai risultati del prototipo. Ed è per questo che probabilmente sarà ricordato.

martedì 23 giugno 2020

L'Immensità della notte (The Vast of Night)

"L'immensità della notte" (The Vast of Night), film indipendente diretto a budget zero da Andrew Patterson nel 2019, sta diventando un piccolo caso su Amazon Prime Video, che provvidenzialmente ha scelto di acquisirlo nel suo catalogo, dopo il consueto giro nei festival di fantascienza (e dopo essere stato snobbato, a torto, da quelli più blasonati).
Gli aspetti più sorprendenti di "The Vast of Night" sono il coraggio con cui un budget praticamente inesistente è stato convertito in virtuosismo filmico (segno che a volte i limiti aguzzano la creatività), e l'audacia di affidare l'intero crescendo del racconto interamente alle voci dei protagonisti. Due personaggi centrali, pochissime location e persino lunghe conversazioni al telefono. Verrebbe da definire "The Vast of Night" un saggio sull'uso virtuoso del dialogo e dei tempi drammatici, più che un film fantastico sull'inizio di un'invasione aliena. Invasione di cui ci sarà mostrato solo la crescente inquietudine, poi frenesia e dunque paura dei personaggi. E nient'altro. Se non gli effetti della presenza extraterrestre sulla nostra realtà. Ambientato strategicamente negli anni 50 (ma anche concettualmente, in un periodo storico fatto di tensioni internazionali e paranoia politica), il film di Patterson gioca con lo spettatore in modo scoperto, iniziando subito con una citazione esplicita dei serial televisivi d'altri tempi ("Ai confini della realtà", "Oltre i Limiti"). Sin dalla prima scena siamo invitati a entrare in un piccolo schermo in bianco e nero che presto si accenderà di colori, ma che conserverà il tono e le suggestioni di un prodotto d'altri tempi. Quando gli effetti speciali non consentivano particolari acrobazie visive e si era costretti a lavorare di allusioni, di atmosfera e di racconti paurosi. Dove erano le parole e le emozioni suggerite a dare i brividi.


"The Vast of Night" non manca neppure di interessanti invenzioni visive, come il ricorso al piano sequenza che in più occasioni attraversa in soggettiva la minuscola cittadina del New Mexico in cui la vicenda è ambientata, dandoci effettivamente consapevolezza di un centro urbano piccolissimo, abitato da poche centinaia di abitanti, divenuto a un tratto l'occhio di un ciclone destinato ad allargarsi. Due le principali location. Anzi tre, sebbene la prima venga presto accantonata. La palestra di una scuola in cui l'intera cittadina di Cayuga è riunita per assistere alla partita di pallacanestro, evento che lascia praticamente deserto il resto del borgo. La piccola radio in cui lavora come conduttore il giovane Everett, un'emittente che guarda caso si chiama WOTW (e non ditemi che non ci arrivate), e il centralino dove quella notte Fay sta lavorando da sola, e dove per prima sentirà un misterioso suono dalla provenienza indecifrabile... In qualche modo, è bizzarro considerare come uno dei temi del film, ambientato negli anni 50, sia anche la rapida evoluzione delle tecnologie. Soprattutto quelle legate alla comunicazione e alla conservazione dei dati. La conversazione iniziale tra Everett e Fay, che commentano le notizie sui prossimi sviluppi nell'ambito dei trasporti e della telefonia, non è messo lì a caso, ma prelude proprio al progressivo salto nell'ignoto che aspetta i due protagonisti dietro l'angolo. Si faccia caso alla battuta incredula di Everett sulle future evoluzioni del mezzo telefonico, e potremmo avere un'altra chiave di lettura per l'intero film. Dalle loro parole apprendiamo che entrambi, in fondo, sono affascinati dal progresso, e ambiscono a crescere individualmente e professionalmente nell'ambito dei rispettivi campi, che riguardano sempre le comunicazioni. "The Vast of Night" è quindi un gioco di scatole cinesi in cui le voci e i mezzi di trasmissione sono i veri protagonisti. Radio, telefono, bobine, registratori. Quasi come se ci venisse suggerito che la vera conquista avverrà attraverso questi strumenti e il controllo dei principali canali di comunicazione, non grazie a raggi della morte o all'occupazione di città da parte di mostri verdi. La notte immensa, infinita, che ci circonda non è che l'incertezza per il nostro domani, e le nuove inattese minacce che potremmo trovarci ad affrontare. Siano essi extraterestri in agguato, risoluti a conquistarci, o un progresso tecnologico veloce e ambiguo. Talmente rapido e sorprendente da diventare alieno e incontrollabile a sua volta.


Insomma, "La vastità della notte" riesce a rendere tematica e fortemente allegorica la sua struttura basata sulla comunicazione verbale a causa di un budget ridottissimo. E acquista un'identità molto spiccata proprio grazie ai binari su cui deve adattarsi a correre, evitando di diventare un prodotto dozzinale che racconta una storia già narrata mille volte. Non dimentica, però, di essere comunque cinema. Usando la presenza in scena, a volte anche insistita e ossessiva, dei suoi interpreti. A volte seguiti di spalle, come se ci trovassimo lì, a tallonarli lungo un interminabile piano sequenza. In altri casi, chiamati a reggere lunghi primi piani, in cui le loro maschere rappresentano una componente visiva molto importante di quello che funzionerebbe benissimo anche solo come radiodramma. E non è un caso neppure che durante certe sequenze, lo schermo si oscuri del tutto, affidandosi alle sole parole. Un film diverso, quindi. Strano e particolare. Sicuramente da vedere, da ascoltare, da apprezzare.

lunedì 22 giugno 2020

Curon: più ombre che luci

Non voglio accanirmi su "Curon", la serie originale Netflix italiana che in queste settimane sta facendo discutere, tra detrazioni, discreti consensi e motivatissime perplessità. La prima cosa (positiva) che sento di poter dire è che, a differenza dell'altrettanto nostrano "Luna Nera" (respingente sin dal primissimo episodio), questo mistery soprannaturale altoatesino qualche carta da giocare ce l'ha. E tra queste, per quanto mi riguarda, è c'è quella di avermi indotto a guardare la serie fino alla fine. Nonostante i dubbi che, andando avanti nella visione, aumentavano. Potremmo dire che è un po' un peccato. Che "Curon" presenta un'intrigante idea narrativa, uno scenario suggestivo, e persino qualche intuizione affascinante. Ma... spreca una grossa fetta del suo potenziale di partenza. Senza farsi detestare, per quanto mi riguarda, ma neppure amare veramente. In modo paradossale, vorrei dire, che questa serie Netflix non riesce a essere quello che avrebbe potuto o voluto essere. E che forse da qualche parte, in un'altra linea temporale, in un'altra dimensione, qualcuno avrebbe potuto farne un racconto del mistero davvero efficace. E chissà, magari sta sbraitando per farsi ascoltare e prendere il posto che gli spetta. Il problema principale non è neppure la performance del cast. Il discorso sulla qualità della recitazione della fiction italiana sarebbe lungo, ed è in buona parte ormai scontato, come una condanna passata in giudicato molti anni fa. Un trend che riguarda quella parlata pseudo "naturale" che molti scambiano per recitazione "teatrale" (come se di modo di recitare in teatro ce ne fosse soltanto uno). Quelle dinamiche di regia rese note da "Boris", vera serie di culto che satireggia le produzioni televisive italiane e ne denuncia tutte le storture. La recitazione "buttata lì", spesso per espressa richiesta del regista, dove sull'altare di una presunta naturalezza si sacrifica l'intelligibilità del copione. Ed è un peccato, perché tra i giovanissimi protagonisti di "Curon" ci sono diverse promesse, alcuni davvero intensi, espressivi e carismatici, ma non sempre in grado di esprimersi in modo comprensibile. Questo è senz'altro un male, ed è comune a una deriva tutta italiana che riguarda (ormai con poche eccezioni) le moderne fiction e anche una parte del nostro cinema. Ma come dicevo, non è la recitazione il vero problema di "Curon", che su questo fronte si difende tutto sommato discretamente rispetto ad altre produzioni ("Luna Nera" su tutte). Il punto nevralgico è... la scrittura. Un mistero che a tratti lievita e subito dopo si affloscia, appiattito da spiegoni non necessari o da scelte di regia eccessivamente chiarificatrici laddove avrebbe giovato una maggiore ambiguità. Troppe contraddizioni nelle condotte di più personaggi (si veda il forzatissimo twist che innesca il finale di stagione), e alcune caratterizzazioni eccessivamente stereotipate, suscitano parecchie perplessità. La stereotipia appesantisce anche alcuni dialoghi, rendendo il progredire del racconto prevedibile in più di un atto. L'uso scientifico della parola cazzo (Gabriel Garcia Marquez, ne "L'autunno del patriarca", cazzo, lo usò al posto della virgola con intenti sperimentali), qui usata palesemente per conferire (una cazzo di) "verità" al parlato (cazzo!), ma talmente abusata (cazzo!) da risultare un manierismo (ecchecazzo!) e quindi fallire (cazzo!) proprio nell'intento (cazzo!) che si proponeva (non diciamo cazzate!). Direi quindi che il punto più debole di "Curon" è proprio il suo copione, lo sviluppo di una storia che aveva un potenziale interessante, e una debolissima gestione dei tempi narrativi. Tutto sorvolando sul forte sospetto che chi ha scritto la sceneggiatura, molto probabilmente, non conosce affatto i gatti, non ha mai fumato una canna, e non ha mai avuto a che fare con un vero alcolista in vita sua. Tutto questo senza astio. Anzi, forse nutrendo anche la riserva di provare a vedere una possibile seconda stagione. Perché il potenziale di "Curon" resiste nonostante tutti questi difetti, e dal momento che è rimasto in buona parte inespresso (alludendo involontariamente ai temi stessi della serie), permane un notevole margine di miglioramento che gli autori dovrebbero prendere in considerazione. Gli auguro di riuscire ad aggiustare il tiro e fare di meglio la prossima volta, senza abbandonare queste promesse (comunque intriganti) sotto la superficie ghiacciata del lago di Curon.

giovedì 4 giugno 2020

In the Flesh



"In the Flesh" è una serie TV inglese trasmessa dalla BBC per due sole stagioni a partire dal 2013. Dopo un'apocalisse zombi che ha mietuto numerosissime vittime, l'umanità ha trovato il modo di arginare il problema e ricominciare. La vera conquista dovrebbe essere il fatto che gli scienziati hanno trovato una cura per i morti viventi. Un cocktail di farmaci che, somministrati in modo regolare, riattivano il loro cervello, ripristinando la loro personalità, i ricordi, le emozioni, e sopprimendo la frenesia di nutrirsi della carne dei vivi. I morti restano morti, ma psicologicamente tornano del tutto umani, e possono essere reintegrati nella società e nelle loro famiglie. Almeno, in teoria. Considerato che i non morti curati conservano i ricordi di quando vagavano uccidendo e sbranando le persone vive, e che molti tra i viventi, alcuni dei quali si sono distinti nella lotta alla piaga zombi, vedono in loro soltanto pericolose mostruosità da estirpare, e non reduci di una terribile malattia, ora chiamata Sindrome del Decesso Parziale. Questo non può che suscitare un clima di tensione, di sospetto, paura e odio nei confronti dei nuovi diversi. E Kieren, giovane che ha commesso suicidio prima dell'epidemia, risorgendo come non morto antropofago, e oggi restituito alle cure della sua amorevole famiglia, dovrà affrontare molti demoni, interiori ed esterni. In un quadro sociale molto complesso, perché dove ci sono mutanti e discriminazione, esiste sempre anche un Magneto... E' evidente quanto questa serie inglese (cancellata dopo due stagioni e rimasta inedita nel nostro paese) abbia ispirato "The Cured", film di David Freyne del 2017, che ruba letteralmente tutti gli spunti fondamentali di "In the Flesh" (sebbene nel film di Freyne non si parli di zombi, ma piuttosto di infetti che manifestano la stessa violenza cannibale). Il punto cruciale, però, è che la serie TV creata da Dominic Mitchell centra ogni bersaglio là dove "The Cured" si limita ad accennare, e si arena afflosciandosi su se stesso. Già l'episodio pilota di "In the Flesh" (sì come il brano dei Pink Floyd) dice tutto in un'ora scarsa di minutaggio, presentando metafore sì già viste, ma rese con una forza emotiva che travolge. In "In the Flesh" c'è dramma, thriller, e persino momenti di reale commozione. La necessità dei non morti recuperati di vestire un make up che camuffi il loro aspetto cadaverico, e delle lenti a contatto che nascondano i loro occhi spettrali, è solo il punto di partenza in una parabola sulle diversità (al plurale, attenzione...) e le contraddizioni di un mondo che si sforza di essere giusto, ma che non riesce a esserlo davanti a un cambiamento costante che fa piazza pulita di regole, etica, e aspettative di vita. I motivi (non subito svelati) che hanno condotto Kieren al suicidio hanno una forte importanza, così come la rappresentazione di maschere sociali che non hanno niente da invidiare al fondotinta degli zombi recuperati. E forse sono anche peggio. Ancora una volta la soppressione del cervello diventa simbolo. Simbolo di sottomissione e di azzeramento del dissenso e delle individualità. E per una volta, la seconda vita dei morti viventi può essere intesa come una possibilità, dolorosa, difficile, ma anche preziosa, di provare a vivere come un tempo non potevamo. Si potrebbe dire che già "True Blood" (serie fin troppo bistrattata oltre tutti i suoi oggettivi difetti) utilizzava i vampiri come simbolo di diversità. Ma "In the Flesh" ha qualcosa di diverso, e di molto british. Si prende maledettamente sul serio, e picchia duro rinunciando all'etichetta di horror per sconfinare in un genere difficile da catalogare. Un vero peccato che da noi siamo rimasta del tutto inedita mentre si macinano e si traducono quattro stagioni di "13".