martedì 18 febbraio 2020

Memorie di un assassino [di Bong Joon Ho]


"Memorie di un assassino", film del 2003 di Bong Joon Ho, era arrivato da noi direttamente in home video, e soltanto adesso, sulla scia del successo planetario di "Parasite", si sta giovando di una (più che tardiva) distribuzione nei cinema. Quel che si può dire... anzi, che posso dire a livello personale, è che negli ultimi anni il cinema orientale, e quello sudcoreano in particolare, mi suscita emozioni che i film occidentali neppure arrivano a sfiorare. Intendo dire che restano dentro, a fermentare nella memoria, dopo avere incantato con immagini di grande impatto, interpretazioni magistrali e temi non scontati. Già "The Host", da alcuni bistrattato come fosse un banale monster movie, era un grande film, con molteplici livelli di lettura e sfumature a perdita d'occhio e di cervello. "Memorie di un assassino" è un'opera per certi versi spiazzante. Si regge su quella linea grottesca che caratterizza la maggior parte dei film di Bong Joon Ho (compreso "Snowpiercer"), e disorienta con i suoi frequenti twist tra noir, con frequenti esplosioni di violenza, e situazioni che sconfinano nel comico. Un altro di quei film dei quali è meglio parlare poco per scoprirli sullo schermo, giacché ogni segmento è una sorpresa, e il film muta di tono ogni quarto d'ora spingendoci a chiederci che cosa ci sta venendo mostrato e perché. La componente sociopolitica è chiara qui sin dall'inizio, ma diventa sempre più delineata a mano a mano che ci si avvicina al finale. Bong Joon Ho non rassicura nessuno, al contrario disturba. Fa ridere e un attimo dopo colpisce allo stomaco. Duramente. E Song Kang Ho, attore feticcio del regista e punta di diamante di tutto il cinema sudcoreano, è un camaleonte inarrivabile. Si stenta a riconoscerlo nelle sue trasformazioni tra "The Host", "Snowpiercer" e "Parasite". In "Memorie di un assassino" recita un ruolo sfaccettato e difficile da inquadrare. Proprio perché umano nelle sue imperfezioni, reale nei suoi sconfinati difetti. Buffo e tragico nello stesso tempo. Insomma, un altro gioiello del cinema sudcoreano da scoprire. Una filmografia e un'estetica della settima arte da cui abbiamo tutti da imparare.

domenica 9 febbraio 2020

Vedendo JoJo Rabbit



Breve storia di vita vissuta. Al cinema, vedendo "JoJo Rabbit". Dietro di me, nel buio della sala, sento le voci di una coppia. Lui sembra un po' annoiato. Lei, invece, molto interessata.
Intanto arriva l'intervallo.
Lui: E' un po' lento, però.
Lei: No, non è vero. E poi che ne sai. Hai dormito tutto il tempo. Ahahaha!
Il film riprende. Ci si avvicina al finale. Ora... se ritenete questo uno spoiler, vuol dire che siete potenzialmente il concorrente medio de "L'Eredità" o "La pupa e il secchione", di quelli che scambiano Stalin per Mussolini.
Arriva la notizia che Hitler è morto e si è sparato in testa (falso storico! La notizia della morte di Hitler fu tenuta segreta a lungo. Ma non importa, il film ha molto di fiabesco). Ad ogni modo... dietro di me...
Lui: Chi? Chi è che è morto? Chi si è sparato?
Lei: (sospirando) Hitler! Hitler si è sparato.
Lui: Aaaah! E' lento, però.
Il film finisce. Iniziano a scorrere i titoli di coda. Dietro di me.
Lui: Eh, che succede?!
Lei: Dai, sveglia. Il film è finito. Possiamo andare via.
Anch'io mi alzo per andare via. Le luci ora sono accese. Realizzo che non mi sono voltato neanche per un momento, neppure durante l'intervallo. Ora lo faccio e scopro una realtà che non mi aspettavo.
Nella mia testa, avevo visto una coppia, con un lui accompagnatore recalcitrante e annoiato, e una ragazza che alzava gli occhi al cielo. Oddio, quasi. Ma non proprio come me l'ero immaginata.
"Lei", dalla voce bianca, era un bambino di circa tredici o quattordici anni.
Lui, era il nonno (non credo fosse il padre, per l'età) cui il ragazzo spiegava il film che faticava a seguire. Mi sembrava un'usuale, antipatica dinamica di coppia, invece, forse, era una cosa carina.
Comunque "JoJo Rabbit" è questo. Un film pedagogico per bambini. Nel senso che parla all'infanzia e la educa. Anche un'infanzia anagraficamente cresciuta, magari. Può non essere perfetto. Anzi, non lo è. Ma di questi film, e di questi bambini (intendo come quello seduto dietro di me, che aveva evidentemente scelto il film da vedere) oggi ne abbiamo un gran bisogno.

mercoledì 8 gennaio 2020

Dracula di Moffat e Gatiss... è davvero da buttare?

Non si può negare che il "Dracula" realizzato da Steven Moffat e Mark Gatiss per Netflix abbia dei problemi. Li ha. E' un prodotto molto imperfetto. E per parlarne si deve partire da questo dato di fatto. Tuttavia, non mi trovo d'accordo con i pareri che lo bocciano in modo totale, in qualche caso con ferocia, e senza nessuna possibilità di appello. Si è usata molto la parola "trash", vocabolo entrato nell'uso comune senza restrizioni di sorta, e spesso applicato a qualunque cosa si giudichi semplicemente brutta, ma chissà perché nobilitandola con il ricorso a un vocabolo anglofono che a volte è stato usato anche per dire "spazzatura sì... ma nella quale ci piace rotolarci come porcelli". Credo (e il caso di questo Dracula di Moffat e Gatiss non è un'eccezione) che la parola "trash" sia spesso confusa concettualmente con la parola "kitsch". Anche kitsch, parola di origine tedesca dall'etimo incerto, presenta ambiguità. E' riferita generalmente al cattivo gusto, ma anche a determinate produzioni artistiche che fanno dell'eccesso la propria cifra stilistica. In qualche caso, kitsch diventa anche sinonimo di "sopra le righe" e di gusto per l'esagerazione. Tutti ingredienti che a seconda del contesto possono essere valutati negativamente o positivamente, a seconda anche dell'orientamento culturale e del gusto.
Tornando al Dracula di Moffat e Gatiss... E' vero. La scrittura è diseguale, e la miniserie in tre parti traccia una parabola discendente in cui la qualità (ma sarebbe meglio dire l'ispirazione degli autori) va scemando, fino a una scelta estetica e narrativa che non mantiene le promesse e va incontro alla conclusione in un modo che avrebbe potuto fare a meno dello scenario scelto, rendendolo in questo modo forzato e praticamente inutile.
Questo non esclude che la miniserie possa essere fruita con divertimento. Amo troppo il romanzo di Bram Stoker e ho visto troppe riletture del suo personaggio centrale per essere spietato nei confronti di questa nuova versione, che in fondo qualche cartuccia da sparare dimostra di averla. Di Dracula abbiamo visto rivisitazioni in chiavi molto disparate, serie, semiserie, decisamente parodistiche. La lettura grottesca, ma anche elegantissima di Roman Polansky in "Per favore non mordermi sul collo". Quella romantica e psichedelica di John Badham con Frank Langella nel ruolo del conte, ispirata a un dramma teatrale, e che ricalca (ma solo in parte) la versione storica di Todd Browning in cui Bela Lugosi incarnava Dracula. Il Dracula amante tormentato interpretato da Jack Palance ne "Il demone nero", e il Dracula villain fortissimo e belluino di Christopher Lee, un conte vampiro che abbiamo visto muovere anche in ambientazioni metropolitane moderne (con risultati non memorabili, è il caso di dirlo). Il Dracula antologico, polimorfo ed estetizzante di Coppola. Abbiamo avuto anche la miniserie italo-tedesca "Il bacio di Dracula" in cui Peter Bergen impersonava una versione del conte vampiro ambigua e volta alla seduzione omosessuale. Insomma, Dracula è un canovaccio, un codice palinsesto sul quale si è scritto e rappresentato di tutto. La "ditta" Gatiss e Moffat, è a sua volta un brand che ha fatto della revisione e della trasgressione il suo marchio di fabbrica. Prendere classici della letteratura e farne delle fantasie moderne (non necessariamente per ambientazione), mantenendo soltanto alcuni punti fermi iconici per poi rimodellare il tutto secondo una concezione pop, irrorata da abbondante humor nero britannico. Non è una ricetta perfetta. Anzi, non è neppure una ricetta, visto che gli approcci ai vari classici sono anche molto diversi tra loro. Ma il gioco, anche solo il tentativo, può essere divertente. Qualcuno ricorderà "Jekill", miniserie firmata anni fa dal solo Steven Moffat, in cui si rileggeva in chiave inedita il classico di Robert Louis Stevenson. Ebbene: "Jekill" era indubbiamente molto più riuscito di questo "Dracula". Ma la festa a cui siamo invitati è la stessa. Una fantasia, anzi una variazione sul tema, che prende direzioni impreviste. Con "Dracula" l'esperimento riesce a metà. E' il caso di dirlo. Il primo episodio introduce numerose varianti, ma seguendo di base gli spunti del romanzo di Stoker. Il secondo imbocca praticamente la stessa via, ma aumentando le trasgressioni e le rivisitazioni, e potrebbe in buona parte funzionare. Ma già nel finale qualcosa si inceppa, e ci lascia intuire che il progetto, interessante, sta per arenarsi. L'ultima, controversa puntata (la più debole delle tre, inutile girarci intorno) fallisce il climax del racconto, e svela le sue ultime carte in un contesto forzato. L'introduzione del personaggio di Lucy appare più che altro una citazione voluta, ma anche una lungaggine a quel punto evitabile. Certe scelte dei personaggi, una in particolare, risultano immotivate e inspiegabili. Il cambio di scenario (non un peccato in sé) azzoppa il gioco fino a quel punto abbastanza divertente, e risulta voluto, quasi stucchevole. Evitabile. Ed è un peccato, perché la risoluzione finale, il disvelamento di questa ennesima interpretazione del mito di Dracula e della sua essenza era interessante. Se condotto con il giusto climax avrebbe potuto spaccare, ma la ricerca dell'eccesso e del cambiamento continuo di registro penalizza tutto. Una conduzione più aderente agli atti del romanzo di Stoker, forse, avrebbe giovato di più. La sterzata invece porta la miniserie a sbattere, e infrange quanto c'era di buono e divertente.
Questo non significa che "Dracula" di Moffat e Gatiss sia un prodotto da cestinare. Ho letto critiche che definiscono il protagonista, l'attore danese Claes Bang privo del carisma necessario e lontano dal ruolo che gli è stato assegnato. Non sono d'accordo neppure su questo. Bang fa un lavoro del tutto diligente e in sintonia con il clima in cui il protagonista è stato inserito. Un Dracula aristocratico (con sprazzi della bestialità che caratterizzava Christopher Lee) che lascia trasparire gli atteggiamenti di un moderno serial killer in pieno delirio di onnipotenza. L'elemento del fattore "Zelig" legato al consumo del sangue è interessante. Van Helsing in versione suora atea e cinica, inoltre, l'ho trovato uno dei punti di maggiore simpatia della miniserie. Non solo un cambio di genere del personaggio, ma una variante complessa, che introduce anche un inedito rapporto tra i due antagonisti.

In definitiva... sì e no. Luci e ombre. Dolce e amaro. Non farei cadere la mannaia su questa miniserie, incompiuta, non del tutto riuscita. Senza promuoverla a must, ma neppure condannandola alla discarica.

domenica 5 gennaio 2020

American Horror Story: ancora gli anni 80 (ma non solo...)


Finito di vedere "American Horror Story: 1984", nona stagione di una serie antologica che - pensa un po' - avevo smesso di seguire anni fa. Infatti, per me si è trattato di una rimpatriata non prevista (colpa di una blogger appassionata d'horror che per me ha sempre l'effetto del canto di una sirena). E una rimpatriata tutto sommato piacevole, dove rivedi qualche vecchio amico e scopri che dopotutto non l'avevi preso davvero in antipatia come pensavi. Avevo apprezzato la serie fino a "Freak Show", stagione bocciata da molti, ma che io mi ero goduto più della precedente "Coven". "Hotel" mi aveva lasciato molto amaro in bocca (e non per il gusto del sangue, e non tanto per l'assenza di Jessica Lange). Lo avevo trovato troppo frammentario, privo di una coerenza interna. "Roanoke" non ero riuscito a vederlo tutto. Niente. Lo show di Ryan Murphy e Brad Falchuk per me si era definitivamente arenato. Ho del tutto ignorato le stagioni successive. Poi, complice la stimata blogger di cui sopra e il tema dello slasher, in pieno revival anni 80, mi hanno persuaso a dare a "1984" una possibilità.
E che devo dire? Ho scoperto che AHS era ancora capace di divertirmi. Non parliamo di un capolavoro, sia bene inteso, e neppure dell'intesità e della ricchezza di temi di un "Asylum".


"1984" si propone di essere uno zibaldone di temi legati al filone slasher, e omaggia il genere in modo bulimico e a tratti... esilarante. Sì, perché il bagno di sangue che ne consegue sconfina nel demenziale, quando (un colpo di scena dopo l'altro) gli assassini iniziano a moltiplicarsi e praticamente rimbalzi da una turpitudine all'altra con lo stesso spirito presente in un cartone animato della Warner Bros. Di base, abbiamo gli anni 80 con il classico campo estivo. La leggenda metropolitana che fa da sfondo alla storia, e che ovviamente si rivela vera. La protagonista già reduce da un trauma. Il killer (IL killer? Quale?) mitico che riemerge dal passato per una nuova danza di morte. E tanti feticci horror di un cinema che fu, inseriti come farfalle in una collezione da mostrare a chi si corteggia (naturalmente tenendo un coltellaccio da cucina nascosto dietro la schiena). "1984" quindi sconfina dall'horror al grottesco, diventando quasi una farsa insanguinata (e di violenza ce n'è un bel po'). Ci sono gli anni 80, per una volta non elogiati, ma fotografati con disincantato cinismo. C'è la mitologia interna della serie, che ci ha abituati a determinati tormentoni, qui usati molto bene. Del cast storico, in ogni stagione impegnato in ruoli differenti, non è rimasto molto. I pezzi da novanta hanno lasciato. Ma non se ne sente la mancanza, e molti volti noti si vanno presentando a sorpresa, a stagione avanzata, magari in ruoli minori. Emma Roberts è promossa a figura centrale. Apparentemente leziosa all'inizio, presenta un personaggio che avrà una discreta evoluzione nel corso dell'avventura. Sì, perché la storia propone più di un twist e cambi di prospettiva frequenti. Interessante la performance di Angelica Ross, bella e ambigua. Dopotutto, l'anno che è appena finito ha rappresentato una conquista per gli attori transgender, fino a poco tempo fa confinati a recitare sempre nella parte di se stessi. E Angelica Ross, con il suo ruolo femminile, il suo fascino e la sua grinta, ci fa capire che il vento sta finalmente cambiando. Lili Rabe è sempre brava, ma vorremmo vederla anche in parti dove non è isterica o posseduta dal demonio. Dylan McDermott (odiato da molti, non si capisce perché) offre la parodia di un altro celebre assassino del cinema anni 80. E per finire, non si può non voler bene a John Carrol Lynch, anche mentre squarta le sue vittime. In definitiva, un divertente giocattolone per gli appassionati di horror. Che ha pure il pregio di contare poche puntate di una durata contenuta. Niente di memorabile. Ma un pasticcino (al sangue) che ho mandato giù con gusto.

sabato 4 gennaio 2020

Scream: Resurrection (ma anche no)


Se dovessi esprimere un parere molto sintetico sulla terza stagione (definita reboot, e uscita con il titolo "Scream: Resurrection") di "Scream" (la serie televisiva), basterebbero due parole: cattiva scrittura.
Le prime due stagioni, con il suo cast e le sue sottotrame, mi avevano molto divertito pur con tutte le imperfezioni del caso. Questo reboot appare come una copia sbiadita di tutto quello che aveva funzionato nella produzione televisiva ispirata alla saga cinematografica firmata da Wes Craven. Non basta l'annunciata reintroduzione della "maschera originale" di Ghostface (sticazzi!). Serve giusto a ricordarci quanto siano superficiali i dettagli su cui puntano queste produzioni. Nelle prime due stagioni, che facevano della maschera del killer la protesi facciale di Brandon James, personaggio chiave che innescava la maledizione del serial killer, trovavo la scelta di variare azzeccata e anche abbastanza inquietante. Qua torniamo all'iconografia cinematografica, ma tutto il resto è molto approssimativo. La serie si fa seguire in virtù del fatto che è molto breve (soltanto sei episodi) e per la voglia di scoprire l'identità dell'assassino (Scream non è uno slasher qualunque, ma anche un "whodunit?"). I personaggi cui mi ero affezionato, però, non ci sono più. Quelli nuovi sono decisamente scialbi, fatti solo per cadere sotto la lama (o la sega, o la fiocina o fate voi) del killer. Ma soprattutto la sceneggiatura è confusa da morire e certe situazioni risultano incomprensibili. Non mi riferisco ai meccanismi del giallo. In tanti confondono "Scream" con un vero racconto di indagine, ed è un grosso errore. "Scream" è un horror, anche se sfrutta la componente mistery sull'identità dell'assassino. E il killer, finché rimane misterioso, ha la valenza di un demone onnipotente, onniscente e ubiquo, che si sposta, appare e scompare come un essere soprannaturale. Ma al di là di queste regole di genere, la storia che fa da innesco è troppo debole. Alcuni passaggi richiedono allo spettatore di sostituirsi allo sceneggiatore per darsi risposte, e questo non va bene. Qualche scena gore inaspettata fornisce intrattenimento ai fans, ma la qualità delle prime due stagioni è lontana. Del resto... dopo quattro film diretti dal maestro e due stagioni di serie TV, era davvero una pretesa andare avanti.

mercoledì 1 gennaio 2020

Sulle tracce di... Harvey



Ho trascorso la sera di fine anno guardando "Harvey", la classica commedia fantastica del 1950 con James Stewart. E mi sono trovato a riflettere sul concetto di "arte datata", o meglio di opere "invecchiate male" come capita oggi di sentire dire spesso, anche riferito a titoli non poi tanto antichi. Ripenso a quanti oggi definiscono "invecchiata male" l'originale trilogia di Guerre Stellari (pardon, Star Wars). E mi intristisce pensare che se questo capita alla saga originale di George Lucas, lo stesso tipo di pubblico oggi troverebbe un film come "Harvey" assolutamente inguardabile. Parliamo di un prodotto dei suoi tempi, i primi anni 50, dove trovavamo un modo di recitare differente, legato a un'idea di cinema d'altri tempi, e dei dialoghi che oggi potrebbero apparire artificiosi (ma sempre deliziosi). Per non parlare di una poetica cinematografica molto distante da quella del nuovo millennio. Penso, però, che lo stesso marchio di "vecchio" e "superato" (invecchiato male, in fondo è un eufemismo) lo si potrebbe applicare anche a film come "Casablanca", come "Ninotchka", "Psycho" e persino "Roma: città aperta". Più tanti altri tesori di un cinema che fu.
Vogliamo dire la verità? E' un modo immaturo di approcciarsi al cinema e alle arti in generale. E' vero che esistono film e altri prodotti mediatici che soffrono del passare del tempo. Ma questo avviene solo quando la loro forza artistica è debole, e viene schiacciata da un cambiamento generazionale che appanna molto la loro capacità di comunicare. Capacità di comunicare emozioni, non l'inevitabile invecchiamento dei mezzi tecnici che li hanno prodotti. Ci sono opere che sono e resteranno valide per sempre, in quanto arte, in quanto lavori riusciti e in quanto pietre miliari. A pensarci bene, si potrebbe dire che sono invecchiate male anche opere come la Gioconda, o la Venere di Milo, o la Nike di Samotracia... per non parlare delle tragedie di Euripide e Sofocle, dal momento che non si dipinge, non si scolpisce e non si scrive più in quel modo. Chi avrebbe il coraggio di dire che non parliamo di arte che ha fatto la storia e in quanto tale è da ritenere immortale e resistente al passare del tempo? Temo che nel formulare certi giudizi giochi una certa superficialità. La tendenza (comune a tante persone negli anni della giovinezza) a far prevalere le estetiche a noi più vicine, i mezzi e gli stili nei quali ci riconosciamo di più, perché nostri contemporanei. Per non parlare di alcune reazioni di ottuso rifiuto del passato, trascurando che senza questo non può esserci né presente né futuro, e di sicuro non esisterebbe più il concetto di cultura. La capacità a collocare l'arte nel tempo in cui è stata forgiata e ad apprezzarla per quanto è ancora in grado di dire dovrebbe essere spontanea. Dovrebbe essere oggetto di insegnamento. Vedere, riconoscere la bellezza avulsa dal tempo, che rimane sempre bellezza e continua a far parte di noi. E' un peccato non esserne capaci. Interroghiamoci su questo, e sia chiara una cosa:
se mi chiamate boomer (lo sono, ma è diventata una moda odiosa), dovrete accollarvi che io vi definisca piscialetto. E questa è una parola piena di significato che di moda non passerà mai. ;)

martedì 31 dicembre 2019

The Lighthouse




Non è semplice parlare di "The Lighthouse", opera seconda di Robert Eggers, regista statunitense che nel 2015 aveva aperto nuovi orizzonti alla concezione dell'horror cinematografico con il bel "The Witch", storia di stregoneria, ma anche di pregiudizio, sospetto, frustrazione, liberazione. Non è semplice perché con "The Lighthouse" Eggers fa un ulteriore passo avanti. Insomma, osa - da un lato -, allontanandosi ancora di più dalle dinamiche commerciali cui siamo abituati. Da un altro, ingrana la marcia per farsi definitivamente autore, facendo delle scelte inconsuete e dichiaratamente controtendenza. Il rischio (grosso) è quello di considerare le scelte estetiche di "The Lighthouse" pretenziose, e la sua forma un esercizio di stile forse un po' arrogante. Diciamo subito che Robert Eggers dimostra egregiamente di potersi permettere queste "trasgressioni", e il suo dichiarato rifuggire dalla contemporaneità. La scelta del bianco e nero, l'uso di una strumentazione tecnica desueta, e un quadro cinematografico in 4:3, quadrato come vecchie produzioni hollywoodiane. C'è qualche pretesa, d'accordo, ma anche del coraggio. Il quadro ridotto dello schermo non rimanda semplicemente a un cinema che fu, così come la scelta cromatica. La scelta estetica sottolinea un intento concettuale, dove a contare sono i dettagli, i sottintesi, in cui il campo visivo compatto evidenzia il senso di claustrofobia, di spazio limitato tra i corpi, dove non c'è via di fuga se non un oceano ostile pronto a ingoiare tutto.




Non è semplice parlarne perché Il racconto di "The Lighthouse" vive soprattutto di suggestioni e suggerimenti. E analizzarne i simboli, fornire le proprie interpretazioni di determinati risvolti, potrebbe avere il sapore dello spoiler non richiesto. I due uomini su quello scoglio striminzito, un anziano guardiano del faro e un giovane assistente, cui è vietato l'accesso alla lanterna, vista qui come una sorta di divinità lovecraftiana in grado di fornire risposte scomode e aprire porte sull'orrore, reggono l'intero film con la forza dei loro dialoghi. Dialoghi non realistici, scritti in un inglese letterario che echeggia e richiama precedenti illustri. Tra tutti, il palese riferimento alla "Ballata del vecchio marinario" di Samule Taylor Coleridge. Si dice che lo script del film di Eggers sia ispirato a un racconto incompiuto di Edgar Allan Poe. In realtà soltanto in parte, considerato che nel racconto di Poe ad abitare lo scoglio e a occuparsi del faro è un uomo solo con le sue ossessioni. Ma le voci del mare, la natura inquietante del faro come idolo enigmatico e temibile, permangono nel film di Eggers. In quel microcosmo marinaro, nel rapporto tra i due e nelle loro routine, sembra di vedere un possibile inferno. Oppure una possibile metafora dell'umanità e delle sue (orrende) prospettive di esistenza, fatte di prevaricazione, caos e incapacità di redimersi. “



The Lighthouse” trova nei suoi interpreti un ingranaggio perfettamente oliato. Chi si ostina a dire che Robert Pattinson non è un attore completo o ha visto soltanto “Twilight” o continua a ripeterlo in malafede per puro puntiglio. Willem Dafoe appare immenso in un ruolo sgradevolissimo, tra echi di Herman Melville e il profilo di un nocchiero infernale. In definitiva, “The Lighthouse” è un film complesso, forse non del tutto compiuto, ma sicuramente da vedere. Un'esperienza visiva, sensoriale e concettuale che non fa sconti allo spettatore. Una visione che fa anche stare male a tratti. E la presenza dei gabbiani, il cui verso (lo sa bene chi ha vissuto per un po' vicino al mare) sembra tanto una risata beffarda, è un altro segnale di sporcizia, degrado e morte. Una morte e un degrado che la luce del faro può soltanto far risaltare di più. In un modo oscenamente rivelatore.
Non è semplice parlare di "The Lighthouse" anche e soprattutto perché è un film non ancora distribuito in Italia. Che fatica, e probabilmente faticherà ancora a vedere il buio delle nostre sale. Troppo sperimentale, troppo anticommerciale. Insomma, per alcuni è un tabù. Riuscire a vederlo, utilizzando sottotitoli creati da crew che si occupano appositamente di divulgare opere che difficilmente vedremo nei nostri cinema, apre a un altro tipo di polemica. Quella che ci espone a critiche, magari legittime, ma anche pregne di supponenza e assenza di diplomazia. Perché la bellezza, o la potenziale bellezza, le arti, se le istituzioni non aiutano, vanno in qualche modo condivise. Forse dovremmo tutti essere monaci, pronti alla rinunzia e a un'attesa infinita. Perché la distribuzione, si sa, è sensibile a cose del genere. Mi piacerebbe. Mi piacerebbe anche un matrimonio egualitario. Tanta democrazia in più. Mi piacerebbero il pane e le rose. Ma temo non funzioni così. Certe cose, certi film, rischiano di restare ignoti e sommersi. Se sai commentarli (meglio di quanto possa fare io, e ce ne sono tanti) preferisco che qualcuno ne parli, e che crei il desiderio di scoprirli. I monaci possono abbracciare la clausura (è una loro scelta) e pregare l'ente supremo affinché non mandi in terra disgrazie soverchie. Ci sarà sempre qualcuno che vuole sentirsi migliore, più alto moralmente o culturalmente. Ma per sopravvivere è necessaria anche una buona dose di elasticità. Siamo facce della stessa medaglia, come i protagonisti del film di Eggers. Scaliamo lo stesso faro, simbolo fallico di potere, per cercare di sentirci grandi, di avere un senso.
Ma forse non lo abbiamo. Né l'uno né gli altri. Siamo comunque bestie, ciascuna delle quali si illude di essere migliore. Sappiamo solo masticare e sputare le nostre presunte verità. Ognuno nell'occhio dell'altro. O forse nel proprio. Chissà.
Sì. Deve essere così.