mercoledì 11 novembre 2020

Dalla parte di Sadakiyo...



Quando avevo quattordici anni e iniziavo il liceo ero un ragazzino molto schivo. Mi facevo lunghe passeggiate da solo, e posso capire che apparissi strano. Qualche anno dopo venni a sapere che si era diffusa una leggenda metropolitana che mi riguardava. I compagni di scuola affermavano che salissi sui terrazzi dei palazzi cittadini per cercare di mettermi in contatto con gli extraterrestri, sperando che mi rispondessero. Non c'era niente di vero, ovviamente. E' probabile che la cosa fosse nata come uno scherzo, ma nel tempo aveva finito col mettere radici nei ricordi dei miei coetanei e - ebbi modo di appurare - adesso veniva raccontato come un aneddoto reale. Quando, a diciotto anni, scoprii che si raccontava questo, rimasi sconcertato. Mi sorprende ancora di più, però, realizzare che questa "leggenda scolastica" sia praticamente identica alla storia di Sadakiyo, personaggio di "20th Century Boys", magnifico manga di Naoki Urasawa. E mi chiedo se certe storie non nascano nell'immaginario infantile spontaneamente, forse ispirate dai caratteri delle persone, dalle domande che ci poniamo su di loro quando, per una ragione o per l'altra, non riusciamo a conoscerle davvero. In antropologia si parla di poligenesi e convergenza, cioè di un'idea, una tradizione, una suggestione dell'immaginario, che nasce in molte zone geografiche distanti tra loro, ma tende a convergere assumendo aspetti simili in paesi diversi. Magari è un concetto applicabile anche a certe dinamiche dell'adolescenza, e alle fantasie che la accompagnano. Con la differenza che queste cose, nel manga di Urasawa, Sadakiyo le faceva veramente. Io, invece, non le avevo mai fatte. Come che sia, mi convinco sempre di più che i fumetti abbiano influenzato tutta la mia vita, e che stiano continuando a farlo.

lunedì 26 ottobre 2020

Ripensando a The Strain...


Un recupero tardivo, da parte del sottoscritto, quello dell'intera serie TV ispirata a "The Strain", la trilogia letteraria scritta da Guillermo Del Toro e Chuck Hogan. Quattro stagioni che adattano tre romanzi horror dalle venature fantascientifiche, e che particolarmente si prestano al clima autunnale di chi sta aspettando Halloween. La serie si era conclusa già da un po', tra l'altro passando discretamente sotto silenzio nella provincia virtuale dei consumatori seriali. Uno di quei prodotti che macinano una stagione dopo l'altra, arrivando alla loro naturale conclusione senza suscitare clamore, più che in sordina. Lontanissimi dal berciare suscitato da ogni episodio di "Games of Thrones" o di "The Boys", ma anche da titoli più di nicchia, come "Doom Patrol". Forse non sufficientemente pubblicizzato. Forse sottovalutato per via del tema abusato. O forse perché non ha neanche l'ombra di una componente "teen".

Un rimosso mediatico che per lungo tempo ho ignorato anch'io. Anche se forse per motivi differenti ai più. C'è da dire che quando la serie ha esordito (in America su FX, in Italia su Fox) avevo da pochissimo finito di leggere tutti i libri della saga letteraria. I vampiri creati da Del Toro e Hogan non avevano più segreti per me. Ogni personaggio aveva incontrato il suo destino e io ero decisamente satollo. Inoltre, chi mi segue su Youtube sin dall'inizio, forse ricorda quanto mi fece incazzare la girata fantasy (posticcia e contraddittoria) presente nell'ultima parte del terzo romanzo (la spiegazione sull'origine degli strigoi), e il mio rapporto con l'intero corpo narrativo della trilogia ne era uscito vagamente compromesso. Aggiungiamo che avevo completato la lettura dei romanzi in uno dei periodi in assoluto più brutti della mia vita, e il quadro sarà completo. "The Strain" per me era stato consegnato alla memoria. Non aveva nessuna voglia di ricominciare da capo e farmi raccontare tutto in live action. Non in quel momento. Ma il tempo, passa, e le cose cambiano.


A distanza di qualche anno, a serie terminata, i tempi erano evidentemente maturi. Senza sapere neanche bene perché, probabilmente influenzato dal parere positivo di altri stimati cultori, ho deciso di dare una chance al "The Strain" di FX, e alla fine l'ho consumato in maniera quasi bulimica, bevendomi un episodio al giorno fino a esaurire tutte e quattro le stagioni. Attualmente, quando si parla di serie TV, sento ripetere sempre più spesso aggettivi come "Perfetto" e "Geniale". E altrettanto spesso non riesco a mettermi nei panni di chi le pronuncia. Bene. Nel caso di "The Strain" non c'è proprio nulla né di geniale né di perfetto. Anzi, è un prodotto pieno di imperfezioni. E a tratti qualche buco logico rischia di ingoiarci per non sputarci più. Eppure è un serial che si fa vedere dannatamente bene. Forse proprio per la sua onestà, la sua capacità di mantenere alto il ritmo, l'assenza di pretese e l'uso di personaggi caratterizzati molto bene. Quei buchi, quindi, alla fine appaiono come dei nei su un corpo che esteticamente, nel suo complesso, si difende benissimo e riesce a risultare più che attraente. Chiedere altro a una serie TV è lecito. Ma bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare. "The Strain" intrattiene, cattura e ti spinge ad andare avanti. Grazie anche alle numerose libertà che si prende rispetto ai romanzi. Cosa, per una volta, saggia e tutto sommato riuscita. Giusto quello che serviva a me per riavvicinarmi a una storia che avevo già approfondito in forma diversa.


Parliamo di uno spunto horror che più classico non si può. L'aereo che atterra a New York e subito interrompe i contatti, spegne le luci e rimane inerte come un antro buio e silenzioso rimanda dichiaratamente a uno degli episodi più iconici del "Dracula" di Bram Stoker. Parliamo di vampiri, dunque, ma i succhiasangue di Del Toro e Hogan hanno qualcosa di diverso da quelli che siamo abituati a frequentare. Niente di romantico, niente di sensuale. Il vampirismo è visto più come una malattia, un virus (e sì) altamente trasmissibile, che muta la fisiologia del corpo ospite dando vita a una forma predatrice che è anche veicolo per ulteriori contagi. I romanzi di Gullermo Del Toro e Chuck Hogan, soprattutto il primo, sono fortemente debitori allo stile di Michal Chricton, e al suo approfondimento scientifico (o fantascientifico), legato a filo doppio alla storia che sta raccontando. I vampiri, insomma, sono descritti in modo molto fisico, come una malattia da combattere. Ed è per questo che tra i principali protagonisti troviamo subito un'equipe di epidemiologi. Ma anche uno zelante e pragmatico disinfestatore specializzato nella derattizzazione.
L'attore inglese David Bradley, sempre grande, è praticamente nato per interpretare Abraham Setrakian, l'anziano rigattiere ebreo, sopravvissuto all'olocausto, che sembra attendere da tempo l'insorgere di un male che ha già incrociato il suo cammino in passato. Inoltre, devo ammettere che uno degli elementi che mi avevano finora tenuto lontano dalla serie era la presenza di Kevin Durand. Attore che, dai tempi di "Lost", per qualche motivo mi ha sempre ispirato un'epidermica antipatia, e che non vedevo tanto nei panni del disinfestatore ucraino Vasily Fet. "The Strain" è stata invece l'occasione per riconciliarmi con Durand, e il suo Fet, per quanto caratterizzato in modo un po' diverso dalla sua controparte cartacea, funziona benissimo. Ma tutto il cast è al posto giusto. E mi sento di dire che la versione televisiva riesce a lasciarsi alle spalle alcune lungaggini presenti nei libri e ad avanzare agile lungo quattro stagioni dicendo tutto quello che aveva da dire senza perdersi per strada.
L'episodio pilota, diretto dallo stesso Guillermo Del Toro, è forse quello più vicino alle atmosfere originali. Ma le deviazioni (meritevoli) dal percorso sono probabilmente riconducibili allo stesso regista messicano, show runner dell'intera serie assieme al corresponsabile Chuck Hogan, scrittore con cui aveva firmato la trilogia. Magari, questo, perché Del Toro funziona meglio sul set che alla scrittura di un romanzo. Non lo so, ma è un'ipotesi da considerare. Infatti, la serie glissa sulla parte mistica (stucchevolissima) che tanto avevo odiato nell'ultimo libro. Proprio non se ne fa menzione (emmenomale!). Aggiungiamo qualche personaggio inesistente nei romanzi, altri che vedono lievitare di molto il loro ruolo (Ruta Gedmintas e Samantha Mathis sono proprio brave). Qualche risoluzione differente, caratterizzazioni rivedute... e "The Strain" si dimostra un prodotto fruibile e godibile sia da chi ha apprezzato i libri che da chi li ha trovati appena sufficienti. Niente che faccia gridare al capolavoro, ma al prodotto di qualità sì. E con il suo bel carico di difetti. Ma parliamo di quei difetti che ti fanno voler bene a un caro amico. Insomma, ho fatto pace con "The Strain". Guillermo Del Toro rimane l'uomo più bello del mondo, e i suoi vampiri "virali" sono tornati per restare definitivamente nel mio immaginario.

sabato 24 ottobre 2020

Super... Trump... Moore...


Fa riflettere il proliferare di immagini in rete che raffigurano supereroi che picchiano il presidente USA Donald Trump. Soprattutto in un momento in cui lo scrittore di fumetti (dovrei dire ex?) Alan Moore (che da sempre si distingue per dichiarazioni e atteggiamenti radicali) afferma che l'attuale successo del filone cinematografico dedicato agli eroi con superpoteri è riconducibile alle medesime dinamiche culturali che hanno prodotto l'elezione di Trump in America e la Brexit in Inghilterra.


A mio parere non c'è né contraddizione né conferma. La cultura popolare è per sua natura espressione di visioni del mondo variegate, ma anche mutevoli. Spesso semplificate, è vero. Ma questo non deve portarci a sottovalutarle. Del resto, sulla prima copertina che lo vedeva protagonista, nel 1941, Capitan America tirava un pugno in faccia ad Adolf Hitler. Si trattava di propaganda, l'espressione mediatica di una paese che aveva appena deciso di entrare nel conflitto mondiale. E che in seguito avrebbe acquisito il discutibile titolo di "gendarme dell'umanità".
Il punto nevralgico è che gli Eroi (con poteri o meno) possono essere adottati da qualunque schieramento politico, qualunque ideologia. Dichiarata, consapevole, o meno, non fa differenza. Quelli della mia generazione ricorderanno (forse) che per lungo tempo la trilogia de "Il Signore degli Anelli" (parlo dei romanzi di J.R.R. Tolkien) era stata adottata come feticcio dalla gioventù di destra. Non per ragioni specifiche, ma perché le imprese eroiche, cavalleresche e votate al sacrificio parlano alla pancia, e molti possono leggerci quello che vogliono. Qualcun'altro, prendendo in mano quei libri in tempi più recenti, legge una storia di resistenza contro un male che tutto conquista e corrompe gli animi. Praticamente un totale rovescio della medaglia, considerato anche che per ognuno il male si identifica con il proprio antagonista. I supereroi, soprattutto quelli più moderni, sono spesso indicati come emblema di ansie sociali.


L'Uomo Ragno, un tempo, prima che il giovanilismo del nuovo millennio lo fagocitasse, era metafora di diversità, solitudine e desiderio di redenzione. I mutanti, gli X-Men, nel tempo sono stati consacrati come emblema delle minoranze bistrattate. Eppure parliamo sempre di prodotti commerciali. Prigionieri di una narrazione eterna, compulsiva, che li sfrutta fino ad annichilirne il senso. E per loro natura, pertanto, terribilmente ambigui. Alan Moore, probabilmente, esprime un assoluto riconducibile alle sue abituali posizioni estreme. Questo, però, non significa che la questione sia da liquidare con un'alzata di spalle davanti all'uscita di un eccentrico. Qualcosa di vero, in fondo, c'è. Le storie, i simboli, compresi fumetti e film commerciali, sono totem in cui un popolo si rispecchia. E come in ogni specchio l'immagine appare rovesciata. Quello che dovremmo, potremmo fare, è prendere atto di quanto questo argomento sia sfuggente e ambiguo. Quanto possa cambiare anche a seconda del contesto, storico e culturale, con il quale ci rapportiamo. Non si tratta, dunque, di dare ragione o meno a Moore. Ma semplicemente di non smettere di pensare. E interrogarci su quello che leggiamo, vediamo, fruiamo. Soprattutto se sentiamo di apprezzarlo. Chiediamoci sempre perché. E non pretendiamo di avere una salomonica risposta definitiva. Dubito che esista. Su certi argomenti, le risposte definitive (o presunte tali) sono nemiche del pensiero critico.



A proposito! In questo periodo si possono trovare anche molte immagini di Donald Trumb vestito da supereroe, compreso Capitan America.



venerdì 9 ottobre 2020

Altroquando: Archivio e Biblioteca... si lavora!


Problemi (economici), ostacoli (emergenza sanitaria, e piccoli acciacchi personali), ci hanno rallentato, ma non fermato. 


Stiamo lavorando affinché presto si possa ripartire per il nostro bel viaggio. Quella nelle foto è solo una parte del patrimonio della Biblioteca. Dovremo trovare altri scaffali e razionalizzare lo spazio per tutto l'ulteriore materiale (che è tutt'altro che poco). Ma non ci fermiamo. Il progetto, anzi, si fa più complesso. L'intento è quello di dare vita a un "Archivio Altroquando". Una raccolta del materiale che testimonia la storia di Altroquando a Palermo, la fumetteria-libreria, ma anche spazio mostre e punto di riferimento per la controcultura e la realtà LGBTQ. 


Quindi ritagli di giornale che documentano le iniziative prese dal fondatore Salvatore Rizzuto Adelfio in quei vent'anni e più di storia palermitana. Disegni e quadri donati, le cartoline e le tracce delle mostre, e ovviamente gli scritti e le foto di Salvatore. Tutto questo sommato alla biblioteca del fumetto che porta il suo nome. C'è ancora un bel po' di lavoro da fare, ma ne vale la pena. Grazie a tutti quelli che ci sostengono, donando volumi a fumetti o offrendoci caffè virtuali. Ma anche seguendo i nostri approfondimenti sul media fumetto sul canale Youtube che porta sempre il nome di Altroquando. A presto, per aprire le porte di un Altroquando rinnovato, fatto di storie, memorie, creazioni vecchie e nuove e una meravigliosa biblioteca del fumetto.

Per sostenerci:

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giovedì 1 ottobre 2020

Il naso dell'avanguardia (e l'uso della mascherina)

 


Quando ero ragazzo circolava una battuta riguardo il cosiddetto teatro d'avanguardia. In termini molto semplificati, una forma di spettacolo che si proponeva, nelle scelte e nella forma, come alternativa e di rottura rispetto alla tradizione classica, fatta invece di testi storici e approcci convenzionali alla recitazione. La battuta era superficiale e sarcastica, ma non del tutto infondata, e consisteva nel dire che per realizzare uno spettacolo di "avanguardia" si poteva portare in scena qualunque cosa, anche il dramma più canonico del mondo, da Shakespeare a Pirandello. L'importante era recitarlo stando "con la ciolla di fuori". 

Il riferimento era ovviamente alle nudità frequenti e spesso anche gratuite di alcuni spettacoli definiti sperimentali. Al di là di facili moralismi, sembrava, infatti, che mostrare le parti intime fosse un ingrediente irrinunciabile a prescindere dal contesto. O almeno era così nelle rappresentazioni più frequenti e ingenue cui capitava di assistere.  Il tempo avrebbe sdoganato il nudo anche nel teatro più classico e la battuta avrebbe perso di senso. Ma all'epoca circolava tantissimo, ed era diventata un tormentone ironico su ciò che pretendeva di essere (a torto o a ragione) una forma di arte avanguardista. 

Oggi, forse, qualcuno potrebbe definire avanguardisti quanti indossano la mascherina sanitaria tenendo allegramente il naso fuori. Sono tanti. Troppi. E se rappresentano l'avanguardia di qualcosa, mi suscitano malessere. Ben più di semplici pudenda esposte all'aria del palcoscenico.
Un tempo, camminando per strada e guardando in faccia la gente che incontravi, potevi provare sensazioni istintive. Simpatia o antipatia. Emozioni superficiali e destinate a rimanere senza certezze, a meno che le circostanze non ti portassero a conoscere da vicino quegli sconosciuti fugando o convalidando i dubbi.

Oggi no. Quel naso fuori della mascherina ti obbliga a dare un'occhiata, per quanto veloce, dentro la testa del passante che ti sta sfiorando sul marciapiede, e lo spettacolo non è confortante.

La battuta che circola adesso, in tempo di pandemia, è un'altra. Quella sulle mutande, e sul fatto che gli attributi maschili vanno tenuti dentro e non fuori dell'indumento intimo. Ma è appunto una battuta e lascia il tempo che trova.

E' davvero così complicato spiegare (ma anche comprendere) che il naso fa parte dell'apparato respiratorio, e che tutto quello che esce o entra dalle narici espone se stessi e gli altri ai medesimi rischi di quanto entra o esce dalla bocca? Così difficile capire, spiegare, che tenere il naso fuori equivale a non indossare nessuna protezione? Che è come calzare un profilattico sullo scroto invece che sull'uccello, santiddio (e qui abbiamo prodotto un'altra, inutile battuta)!

Dovrebbe essere un ragionamento elementare per tutti. Ma evidentemente non lo è.

L'orrore massimo è dato dal vedere individui con mascherine aderentissime, strette sul viso così forte da lasciare intravedere la forma delle labbra e del mento. Come la calzamaglia di Diabolik, sissignori. Ma con il naso di fuori, mi raccomando. Perché qui non parliamo di mascherine lasche, che scivolano giù, ma di veri e propri bavagli. Legati con diligenza. Come se l'intento fosse zittire un ostaggio più che proteggere dalla trasmissione di un virus.

Il disagio. Come vedere scritto sulla fronte delle persone la frase "Sono un coglione!". Ma anche la consapevolezza che tutta l'informazione di questo mondo se ne va giù per lo scarico del cesso davanti a un uditorio sordo e cieco, ma purtroppo non muto. Lo strazio di vedere coppie che passeggiano conversando amabilmente, che fanno la spesa, che entrano e escono dai negozi. Uno con il naso dentro. L'altro con la ciolla di fuori, libera e fiera. E questo a prescindere dal sesso, perché se tieni il naso fuori della mascherina sei una faccia di minchia senza troppe discussioni.
Un fenomeno sociale che ti spinge anche a chiederti quale dialogo ci sia tra le persone che si spostano insieme.  E' evidente che quel naso aperto, pronto a spruzzare goccioline e a inspirare senza nessuna difesa, non è oggetto di alcuna discussione, di nessuna attenzione, di nessun confronto. Nessuna domanda. Nessun dubbio. 

Soltanto la ciolla di fuori. Oggi come allora. Anzi, peggio.

Gli avanguardisti sono tornati. E non devo neppure pagare un biglietto perché mi consentano l'accesso allo spettacolo delle loro teste vuote.


martedì 29 settembre 2020

Seoul Station

 


Finalmente ho trovato il tempo per recuperare la visione di "Seoul Station", lungometraggio animato diretto da Yeon Sang Ho. Per chi non lo sapesse, si tratta del prequel animato di "Train to Busan", film coreano in live action del 2016 diretto dallo stesso regista, e decisamente uno dei migliori zombi-movie degli ultimi vent'anni. "Seoul Station" uscì a distanza di un mese dal film precedente e in seguito fu allegato all'edizione in home video. Possiamo definirlo un prequel, ma anche un altro episodio ambientato nello stesso universo narrativo, in quanto ci narra lo scoppio dell'epidemia zombesca da un'altro punto di vista. "Train to Busan" ci mostra il dilagare degli zombi, famelici e centometristi, sul treno diretto a Busan, e gli sforzi per sopravvivere dei passeggeri in viaggio su un convoglio infestato da mostri carnivori. "Seoul Station" si svolge in città, partendo dalla stazione e da quanti vivono nei suoi paraggi. Lo sviluppo è quello classico del survival horror. Un pugno di personaggi, le dinamiche tra loro, e l'incertezza su chi sopravviverà e come. Ma a differenza di "Train to Busan", focalizzato sui protagonisti e le loro caratterizzazioni, "Seoul Station" punta di più su un contesto generale, in questo caso decisamente degradato e pessimista. L'assenza di empatia, il pregiudizio, l'individualismo. Una corsa a perdifiato per la sopravvivenza in un mondo che era già cupo e ostile prima ancora dell'arrivo della piaga zombi. Un gioiello di animazione che conferma la capacità di Yeong Sang Ho di creare situazioni tese come corde di violino e fare partecipare lo spettatore al destino dei personaggi. A questo punto, i dubbi su "Peninsula", il seguito appena uscito in Corea di "Train to Busian" non sussistono. Sarà una corsa a perdifiato, con le viscere annodate, e quando penseremo di sapere cosa ci aspetta, ci troveremo davanti all'inatteso.



Ratched, il nome di... che cosa?


 Ma questa serie Netflix, "Ratched", che cosa vuole essere esattamente? Finora ho visto solo i primi due episodi e non so ancora se continuerò. Però mi suscita domande. E' stata presentata come basata sul personaggio dell'infermiera Mildred Ratched, antagonista nel romanzo e nel film "Qualcuno volò sul nido del cuculo". Una sorta di prequel in cui vengono narrati i precedenti del personaggio. Ok, una sparata bella grossa, volta a far chiedere "Ma siamo seri?" e a far dare un'occhiata alla serie anche solo per curiosità. Qualcuno, e a ragione, ha osservato che il personaggio di Mildred Ratched (quella del film e del romanzo di Ken Kesey) non ha bisogno di un background noir. La sua funzione è quella di rappresentare un'istituzione ottusa e glaciale, malvagia e dannosa in quanto espressione di un atteggiamento medico e culturale frutto del suo tempo e di un determinato contesto sociale. Trasformarla in un personaggio da crime drama manda fuori strada i presupposti narrativi. Tutto vero. Ma il punto è: era necessario attribuire quelle generalità e quella destinazione finale al personaggio della serie Netflix? Intendo dire una necessità che non fosse semplicemente quella di far discutere echeggiando il titolo di un classico. Quello che emerge dai primi episodi (senza entrare in dettagli spoilerosi) è la storia di un complotto criminale, e il ritratto di una donna manipolatrice e pronta a tutto che persegue un obiettivo ben preciso. La conduzione e le atmosfere della serie sembrano fare deliberatamente il verso ai film neri degli anni quaranta, da certe dinamiche tra i personaggi all'evidentissima scelta delle musiche. La stessa Sarah Paulson, che figura tra i produttori, recita in un modo che la fa apparire come un ibrido tra Bette Davis e Barbara Stanwick. Una dark lady hollywoodiana in un contesto estetico contemporaneo. Tutto questo mixato insieme produce un risultato dal gusto confuso. Non si capisce dove finisce il thriller che si prende sul serio e dove inizia l'intento parodistico. Ma rimane la sensazione posticcia e forzata di quell'accostamento iniziale, presente nei titoli di apertura. Intendiamoci, magari come racconto nero indipendente potrebbe anche andar bene. Ma abbiamo davvero bisogno di dover ricorrere a brand celeberrimi per promuovere nuovi prodotti commerciali? A pensarci bene, è anche inutile chiederselo. Esiste una divisione marketing, e le cose che già si conoscono vendono meglio di qualcosa che si presenta con un nome mai sentito.