mercoledì 29 giugno 2022

Un'altra storia è dietro l'angolo


Torniamo a parlare di Storia dei Cinecomics. Del libro in lavorazione, stavolta. Anzi, I libri, considerato che il lavoro sarà articolato in più volumi (probabilmente tre) in base ai periodi storici trattati (Preistoria - Medioevo -Rinascimento, Età Moderna, Età Contemporanea). L'opera sarà intitolata "Un'altra Storia di Cinema e Fumetti" (sottolineando il fatto che la mia è una voce, un punto di vista, che si aggiunge a un argomento già affrontato da altri). I volumi saranno pubblicati da Bisso Edizioni di Palermo, conterranno titoli e curiosità inedite rispetto alla rubrica video su Youtube, e... saranno libri illustrati.


Sì, troverete al loro interno illustrazioni e anche qualche tavola a fumetti, ovviamente inerenti ai cinecomics. Tutte realizzate dal bravissimo Federico Sfascia (regista indipendente e fumettista dalla personalità esplosiva).
In questo post è possibile dare uno sguardo all'immagine che farà da copertina al primo volume. Un omaggio affettuoso a quella che è stata la fumetteria Altroquando di Palermo, al suo fondatore, il mai dimenticato Salvatore Rizzuto Adelfio, e all'immaginario pop che ci è caro.

L'appuntamento è per il prossimo autunno. Nel frattempo, procediamo con revisioni e la cura del prodotto in generale. L'acquisto sarà possibile sul sito dell'editore, su Amazon, a Palermo presso la sede di Bisso Edizioni e, speriamo presto, anche altrove. Vi terrò aggiornati per tutte le novità e altre sbirciatine al prodotto completo. Questo è solo l'inizio. Ormai lo sapete: Ci sarà sempre un altroquando.
Stay tuned e bona to vada.


 

domenica 26 giugno 2022

Tre consigli per le letture estive... già che ci siamo

E alla fine... è arrivato Caronte!
Sì, l'anticiclone africano, battezzato con il nome funesto del nocchiero infernale, ci terrà nella sua morsa incandescente per almeno una settimana (se saremo fortunati). Pare che il Centro-Sud (dove, guarda caso, vivo io) sarà una delle zone più ardenti. Si parla di temperature massime di 45°, mica bruscolini. Pertanto, non so voi, ma io resterò probabilmente barricato in casa, con il ventilatore a palla, una borsa di ghiaccio legata sulla zucca in stile Lady Olenna Tyrell, e tenterò di distrarmi leggendo nell'attesa che l'ondata di caldo allenti la presa.

Se anche voi siete tra quelle creature mitologiche che ancora amano prendere di tanto in tanto un libro in mano, vi darò delle dritte per attraversare un po' più agevolmente questo stato di torrida calamità. Se frequentate spiagge e preferite l'ombrellone al sole cocente, se a quanti vi chiedono se al mare vi portate qualcosa da leggere non rispondete che volete abbronzarvi anche le palpebre, forse potrei esservi utile suggerendo tre letture interessanti che più diverse tra loro non si può. 

Cominciamo subito.




Oynkan Braithwaite

Oyinkan Braithwaite
è una giovane scrittrice nigeriana alla sua prima prova letteraria. Il suo romanzo d'esordio, "Mia sorella è una serial killer", sfugge a una facile classificazione. A dispetto del titolo, non è un poliziesco, e forse non è neppure corretto definirlo un thriller, sebbene motivi per stare in tensione ne offra a bizzeffe. Potremmo definirlo una commedia nera dalla quale affiorano elementi satirici, in cui c'è un mistero su cui fare luce, ma soprattutto una piccola folla di personaggi ottimamente caratterizzati. Korede e Ayoola sono due sorelle molto legate. Il padre autoritario è morto da tempo. La madre, soggetto debole e un po' svampito, non è mai stata esattamente un guida affidabile per le due giovani donne, che hanno dovuto abituarsi in fretta a cavarsela contando l'una sull'altra. Korede, la maggiore, dal carattere forte e riservato, è un'infermiera professionista la cui vita è scandita dal lavoro ospedaliero. Ayoola, più bella, esuberante e corteggiata dagli uomini, sembra avere invece un'esistenza più che movimentata. Una notte, Korede riceve una telefonata dalla sorella che le comunica di avere appena ucciso il fidanzato violento per legittima difesa e chiede disperatamente aiuto. Korede accorre, risoluta a far sparire ogni traccia che possa condurre ad Ayoola e inizia un accurato lavoro di occultamento delle prove. Un pensiero, però, la tormenta ancor più della terribile circostanza che lei e la sorella stanno vivendo. La consapevolezza che quella è già la terza volta che Ayoola la chiama in lacrime affermando di avere ucciso qualcuno che stava per farle del male. Tre uomini morti nelle medesime circostanze, tutti per mano di sua sorella. Che cosa sta succedendo davvero? Deve continuare a coprire Ayoola, lasciandosi coinvolgere sempre più in un vortice criminale? E che cosa si nasconde nel passato delle due donne, in apparenza tanto diverse tra loro?

"Mia sorella è una serial killer" - edito in Italia da La Nave di Teseo - è una lettura rapida (siamo sulle 170 pagine) e divertente. La scrittura di Oyinkan Braithwaite è piana, quasi essenziale, con un uso frequente del presente storico che comunica un senso di nervosa urgenza all'interno di capitoli brevissimi. Il racconto oscilla tra il thriller e la commedia, offrendo anche interessanti visioni della Nigeria contemporanea, della sua cultura e delle sue asprezze sociali. I dubbi di Korede contagiano presto il lettore, attirandolo in una spirale emotiva che non si limita a interrogarsi su cosa sia effettivamente accaduto, ma anche sul perché e su quale sarebbe il comportamento più opportuno da seguire. Un dilemma etico e psicologico che coinvolge due sorelle dal passato comune, ma dai temperamenti opposti. Dalle reazioni diverse, e dai differenti approcci alla vita. Korede trova in un anziano paziente in coma da mesi il suo confidente ideale. Qualcuno cui rivelare tutto di sé senza filtri, simbolo di una solitudine disperata e dell'assenza di qualsiasi aspettativa in una società rigida e profondamente sessista. Ayoola, bella, vivace ed enigmatica, è una forza della natura cui guardare con prudenza, ma anche da rispettare per la sua risolutezza nel voler prendere tra le mani la propria vita. Intorno a loro si muovono uomini di vario genere, goffi, interessati, amabili o fatui, in ogni caso fungibili in uno schema che sembra destinato fatalmente a ripetersi. Un romanzo che si legge tutto d'un fiato, che intrattiene e sconcerta. Molto più intenso e provocatorio di quanto si potrebbe immaginare. 




Haruki Murakami

Una lettura un po' più impegnativa è "1Q84" di Haruki Murakami. Non perché presenti particolari difficoltà. La prosa dell'autore giapponese è molto scorrevole ed è facile divorare una quantità di pagine in tempi ridottissimi. L'impegno è dato dalla corposità dell'opera, articolata in tre volumi che l'edizione Einaudi propone in due tomi. Oltre mille pagine per un racconto dark fantasy (anche se Murakami tende a definire il suo stile "realismo magico") fitto di eventi e personaggi indimenticabili. Un giorno dell'anno 1984, la giovane Aomame sta viaggiando in taxi quando sulla tangenziale di Tokyo si trova bloccata in un ingorgo che rischia di farle mancare un importante impegno lavorativo. Dietro suggerimento dello stesso tassista, la donna abbandona l'auto e attraversa a piedi (violando le norme stradali) un sottopassaggio sito in una piazzola per la sosta d'emergenza. La scorciatoia, usata per sfuggire al traffico e prendere un mezzo pubblico per arrivare in tempo al suo appuntamento, la proietta però in una realtà alternativa. Un mondo simile a quello in cui ha sempre vissuto, eppure diverso in alcuni significativi dettagli. L'anno 1984, dal quale Aomame proviene, diventa dunque l'anno 1Q84 (in cui la Q - il cui ideogramma giapponese è simile al numero 9 - rappresenta la parola Question). Un cammino imprevisto che conduce a possibilità inattese, presenta misteri inquietanti e pericoli che non sembrano appartenere a questa terra.


"1Q84" di Haruki Murakami è una saga ricca di suggestioni, irta di domande cui lo stesso lettore è chiamato a formulare le risposte. Omaggiando nel titolo "1984" di George Orwell, ma prendendo una direzione del tutto autonoma, Murakami tesse una ragnatela di esperienze oniriche, in un romanzo a due voci (a un certo punto diventeranno tre), che affascina e diverte. Rapisce e confonde. I veri enigmi dell'anno 1Q84 sono quelli dell'animo umano, nel quale vanno cercati i tasselli giusti per comporre il mosaico che porterà alla nostra completezza come individui. Gli enigmatici (a volte spaventosi) Little People sono presenze allegoriche di rara potenza, e l'intera saga, ricca di sorprese e rovesciamenti di prospettiva, va intesa come una parabola di formazione. La ricerca del vero amore attraverso la creatività, il perdono, il superamento dei traumi che ci definiscono per poter rinascere e guardare finalmente il mondo con occhi nuovi. Un lungo viaggio narrativo che non annoia mai, e sul quale vale la pena avventurarsi.




Tim Curran
Tutta un'altra musica, e un altro mondo (anche qui) nell'horror viscerale firmato dall'americano Tim Curran e pubblicato dalle Edizioni Dunwich con il titolo in inglese "Dead Sea". Certo, tradurlo "Mar Morto" come il bellissimo romanzo di Jorge Amado (che vi consiglio pure) avrebbe fatto strano. Quello di Tim Curran è un orrore molto visivo. Fisico, quasi anatomico, potremmo dire. Paradossalmente, "Dead Sea" deve molto ai temi e alle atmosfere di Howard Philipps Lovecraft, che a differenza di Curran prediligeva i sottintesi, i terrori innominabili e orrori talmente fuori portata per i comuni mortali da non poter essere nemmeno immaginati. Tim Curran gioca in parte con i semi piantati dal maestro di Provvidence, ma si avventura in una narrazione più sanguigna, dove la carne si squarcia e dove le mostruosità hanno una consistenza oggettiva e parecchio sgradevole. 

La nave americana Mary Corday veleggia verso il Sudamerica con il suo variegato carico di viaggiatori. Tutto a un tratto, al largo dei Sargassi, la nave entra in un fitto banco di nebbia (sì, come quella del racconto di Stephen King) e non riesce più a uscirne. Poco per volta, l'equipaggio della Mary Corday scoprirà di avere smarrito ogni punto di riferimento conosciuto e di essere alla deriva in un mare malato, caldo e fumigante, di colore rossastro, nel quale nuotano creature mai viste e per niente amichevoli. L'attacco di un essere sconosciuto affonda la nave e i pochi sopravvissuti, divisi in piccoli gruppi, si trovano a galleggiare sulle acque fetide, a visibilità zero, in balia di mostri carnivori. Forse le leggende sul mar dei Sargassi erano fondate. O il famigerato triangolo del diavolo ha preteso un nuovo tributo di vite. L'unica certezza è che quel mare non si trova sul pianeta terra, ma lontano anni luce, in una dimensione simile al ventre gorgogliante di una grande bestia con problemi di acidità. Un labirinto liquido simile a un'immensa casa stregata, dove da ogni angolo possono sbucare mostri immondi, fantasmi e anche qualcos'altro che spia i naufraghi e sembra giocare sadicamente con loro.

Diciamolo subito e togliamoci il pensiero: "Dead Sea" non è un capolavoro. Non brilla per originalità, e la sua scrittura, scorrevole ma senza guizzi creativi particolari, non offre momenti di alta letteratura. Perché, allora, suggerire questo titolo?
Beh, intanto perché stiamo parlando di letture estive, e un romanzo horror senza pretese ci sta tutto. Inoltre, "Dead Sea" offre momenti di (mal) sano divertimento proprio per il suo schema classico e nello stesso tempo crudissimo. Per i suoi antieroi, tra i quali spicca almeno uno di quei personaggi che in questo genere di storie si ama odiare. Per le caratterizzazioni a tutto tondo, e quelle improvvise morti (bruttissime morti!) che ti strappano via un protagonista dopo l'altro proprio quando stavi cominciando ad affezionarti. Il vero problema di "Dead Sea" è una certa ridondanza. Il continuo marcare il senso di terrore crescente, gli orrori nascosti nella nebbia (e nell'acqua... ammesso che la si possa definire così). E quell'ossessivo avvitarsi sul senso di angoscia, disgusto e orrore cosmico che alla lunga rischia di risultare irritante per un lettore scafato. Nonostante questi difetti, però, l'avventura da incubo narrata da Tim Curran fa il suo sporco lavoro e intrattiene alla grande. Alcune pagine mettono persino un po' paura. Sembra davvero di sentire la puzza di quelle acque limacciose, gli improvvisi sciacquii sotto la misera scialuppa e le urla che squarciano la nebbia. Magari è un tantino barocco, con la sua pletora di creature immonde per tutti i gusti (compresi certi esseri umani), e le sue contaminazioni tra fantascienza e racconto gotico. Ma come lettura da mare (vivo o morto) funziona.


Spero di avervi fornito qualche suggerimento intrigante. Difendetevi come potete dal caldo torrido. Caronte, prima o poi, dovrà concludere la sua infernale traversata. Confidiamo di rivederci dall'altra parte dello Stige senza troppi acciacchi. Magari abbronzati, ma ancora energici. Nel frattempo, rinunciate a indorarvi anche le palpebre e usate gli occhi per leggere qualcosa. Non per forza questi titoli, ma leggete. O almeno provateci. Ne vale la pena. Caronte o no.


Oyinkan Braithwaite

MIA SORELLA E' UNA SERIAL KILLER
Edizioni Nave di Teseo


Haruki Murakami

1Q84 (volume 1 e 2)

1Q84 (volume 3) 

Edizioni Einaudi


Tim Curran

DEAD SEA

Edizioni Dunwich

giovedì 16 giugno 2022

Addio a Tim Sale



Tim Sale ci ha lasciati all'improvviso. Sapevamo che stava male ed era stato ricoverato d'urgenza, ma le cause della sua scomparsa non sono state rese note. Poco importa. Aveva (solo, lasciatemelo dire) 66 anni. Ed era un genio. Se questa parola ha ancora un senso in un mondo dove viene usata ogni giorno con manica così larga. 

Eppure, nel caso di Tim Sale, ci si può azzardare a usarla. Il suo stile di disegno non era facilmente classificabile. A qualcuno risultava ostico, perché molto personale e fuori dai canoni classici del fumetto supereroistico, cui Sale ha dedicato la maggior parte della sua carriera. Un tratto ombroso, addirittura spigoloso, che rinunciava al realismo per evocare scenari e personaggi vivi oltre la mera apparenza figurativa. La capacità grafica di portare sulla pagina l'essenza di quanto disegnava, e renderlo vero. Tangibile e avvolgente.


Attivo sia alla DC Comics che alla Marvel, Tim Sale ha prestato le sue matite a icone senza tempo, come Batman, Superman, Daredevil, Hulk, Spider-Man e Capitan America, in una lunga e memorabile collaborazione con lo sceneggiatore Jeph Loeb. Il suo tratto inconfondibile si era distinto anche nelle serie televisiva "Heroes", per la quale realizzò i quadri profetici del pittore veggente. Dei fumetti disegnati da lui si poteva dire tutto, tranne che fossero comuni. Bastava la sua mano a renderli speciali, inattesi e meravigliosi. 

Un fuoriclasse come pochi. Un innovatore e un vero artista che ci mancherà. Da oggi il mondo (non solo) del fumetto è più povero.
Ciao, Tim. E' stato bello. Grazie di tutto.




giovedì 9 giugno 2022

Pride e fumetti 2022: schierati e orgogliosi



Una cosa che mi fa incazzare è l'ostinarsi a non voler vedere.

L'odio insensato contro l'infame "politically correct", la piaga che "signora mia, renderà deformi i nostri figli, ci spegnerà la televisione e bucherà tutte le nostre mutande" e il parallelo atteggiamento tronfio, da paladini di una libertà selettiva che si ammanta di schiettezza, ma comunica solo una desolante arretratezza. La paura di un'ideologia che la cultura pop e il mondo dello spettacolo vorrebbe imporci dall'alto della sua superiorità, inserendo personaggi etnici (o peggio ancora, modificando l'etnia di quelli che già conoscevamo) e altri omosessuali o transgender. Persino i disabili nei giochi di ruolo, hanno voluto mettere. E tutto - così sento dire - perché da qualche parte si deve pur cominciare. Come se non ci fosse altro di cui preoccuparsi, come se gli strumenti per cambiare la società fossero questi...

Amici miei, siete fuori strada. Qui non si sta cominciando nulla. E' già cominciato tanto tempo fa. E' iniziato con gli sforzi delle suffragette, per quanto riguarda la questione femminile, con Martin Luther King e Malcom X per i diritti dei neri, con la rivolta di Stonewall all'alba della lotta per i diritti LGBTQ. Quando uomini e donne stanchi di subire ingiustizie hanno deciso di rimboccarsi le maniche, e molti di voi non erano neppure nati. E' allora che è iniziato tutto. Non nell'ultima serie TV che fa entrare nelle vostre case gay e lesbiche, attori neri e personaggi recastati per far sentire incluso un pubblico che per oltre un secolo non aveva modo (a differenza vostra) di sentirsi rappresentato, di potersi immedesimare.


L'industria dello spettacolo (e del fumetto) americano è sempre stata tradizionalmente liberale. Quello che fa oggi, introducendo omosessuali, neri e persone di religione musulmana, non è altro che uno specchio dei tempi. Il riflesso di una realtà che ha avuto inizio nel secolo trascorso. Sì, gente. La verità è là fuori, se non la volete vedere... beh, sono affari vostri. Cinema, televisione e fumetti, non fanno altro che rifletterla. Ma sia chiaro. Siete circondati. Forse per voi non è una buona notizia, ma la cosa incoraggiante è che tanti bambini e bambine cresceranno con una visione molto più pluralista (e vera) della loro realtà. E per inciso, "politicamente corretto" è solo un'etichetta, in nome della quale si può fare tanto di buono e (essendo umani) si può anche clamorosamente sbagliare. Ma non per questo è da buttare a mare. Dire di odiare il politicamente corretto è come affermare di odiare la buona educazione. Dire (e lo sento dire, lo vedo scrivere, con dolore) che viviamo in una moda ipocrita dell'inclusione, significa manifestare soltanto un proprio disagio nei confronti del cambiamento. Un cambiamento che tende a riconoscere come esistenti e degni di considerazione individui un tempo emarginati. Rimossi dalla cultura di massa con la quale i più maturi di noi sono cresciuti.

Tutte cose che confermano la necessità che feste come il Pride continuino a esistere.

La produzione da parte della DC Comics dell'antologia DC Pride (cui ha collaborato anche il disegnatore italiano Giulio Macaione) e la scelta grafica di festeggiare la manifestazione LGBTQ che ricorda i moti di Stonewall del 1969, ha già suscitato qualche reazione irritata al riguardo. Leggo sui social che tutta questa celebrazione del Pride Month sui fumetti americani è... "cringe". Una deriva commerciale nauseante applicata a un medium (il fumetto di intrattenimento) che dovrebbe essere per sua natura neutrale.

La domanda che mi sorge spontanea davanti a un'affermazione del genere è: perché? Perché dovrebbe essere "neutrale"? Perché dovrei esserlo io? Perché dovrebbe esserlo un autore, un editore, una serie a fumetti, e (ma sì)... un commerciante? Se a Natale e Capodanno siamo sommersi di auguri in ogni bottega e centro commerciale, con grande investimento in addobbi e lucine, perché (se si vuole) non farlo per una ricorrenza di importanza sociale come il Pride? Lo so, è un esempio del cazzo! A tanti le feste danno ai nervi, ma sforzatevi un minimo di capire il senso del discorso. Il commercio è da sempre veicolo di realtà social popolari. L'accettazione del Pride e delle sue istanze sta avanzando, e se il commercio la fa sua, non è il sintomo di una brutta malattia. Piuttosto, segnala che la società sta cambiando. Perché fino a una trentina di anni fa, trovare riferimenti espliciti al mondo LGBTQ sulla copertina di un fumetto era semplicemente impensabile. 

Ricordiamo, tra l'altro, che la festa politica del popolo LGBTQ, già da diversi anni, ha modificato il suo nome. Un tempo era "Gay Pride". Oggi è Pride e basta. Una festa della solidarietà e dell'orgoglio di essere ciò che si è, che comprende tutti e tutte, e include felicemente uomini e donne eterosessuali e cisgender, con buona pace degli stronzi che ancora si ostinano a blaterare sull'Etero Pride, come se una cosa del genere avesse ragione d'esistere e già non fosse compreso nella grande manifestazione che ormai riguarda tutti gli esseri umani felici di condividerla a prescindere dal proprio genere e orientamento.

Perché "neutrali"? L'unica risposta che mi sovviene, sarebbe: "Perché a me dà fastidio", "perché non mi sento coinvolto" e quindi "mi sento escluso".

Amore mio, tutto quello che posso dirti, è che ti escludi da solo. Il Pride è anche tuo. Basta volerlo. 

Apriamo gli occhi. Il mondo non sarà bello, ma è sicuramente vario. E questo non è il suo aspetto peggiore. Anzi. 


Buon Pride a tutti e tutte. 




Ricominciamo?



E' un po' che non scrivevo su questo blog. Anzi, per dirla tutta, da qualche tempo lo avevo reso privato. Non saprei spiegare il perché? Forse a causa di una sovraesposizione ai social (mai salutare) che mi ha fatto dubitare della necessità di questo (ulteriore) strumento. Che cavolo, sono già sul grande tubo, su Faccialibro, Instagram e ho persino un Twitter che non si fila nessuno (anche perché oggettivamente poco interessante). La pandemia ci ha messo del suo. Tante iniziative si sono arenate. Inoltre scrivo meno. E anche questo è un male. 

C'è anche il fatto che, negli ultimi tempi, avevo riempito questo spazio con le mie riflessioni sul cinema. Cosa che già in tanti fanno molto, infinitamente meglio di me, per competenza, frequenza e argomenti. Insomma, mi sono sentito... di troppo. E questo mi ha portato a fermarmi.

Poi c'è stata la stesura del libro. La mia "Storia dei Cinecomics" era nata come conferenza a una fiera del fumetto cui ero stato invitato (una delle rare volte), e sull'onda dell'entusiasmo si era trasformata in video e quindi in una rubrica regolare. Il gradimento del tema (per quanto anche questo abusato) mi ha spinto a ricavarne un libro, che ora ha trovato un editore ed è attualmente in fase di revisione. Anche in questo caso parliamo di un tema inflazionato, ma spero di essere riuscito a farlo in modo personale, mischiando le carte, parlando di tanta storia del fumetto intrecciata con la cronaca dei suoi adattamenti cinematografici (e televisivi), divagando in argomenti esterni, e persino in ricordi personali. Ci provo, e che Crom me la mandi buona (se no, può sempre andare alla malora). 

Il concetto è il seguente. Sto sentendo il bisogno di riprendere la penna in mano e trovare un pretesto per scrivere. Non soltanto copioni per i video, ma qualcosa di diverso. Non so bene cosa. Un blog è un blog, cacchio. Non giriamoci ancora intorno. Scriverò quello che mi passa per la testa, magari continuando a sproloquiare di fumetti, di cinema e altre stronzatine. 

Un fottuto reboot? Non so, si vedrà.

Abbandonare questo spazio iniziava a sembrarmi un peccato. Il blog era nato, tanti anni fa, come supporto alla fumetteria. Scorrendo all'indietro, troviamo persino le segnalazioni delle uscite della settimana. Poi, scomparso il buon Salvatore e chiusa l'attività (sono passati quasi dieci anni, cazzo!), me ne sono andato per la tangente, approdando su Youtube e cercando di reinventare me stesso e le cose che mi avevano tenuto in piedi fino a quel momento.

Beh, sono ancora qui. Non so per quanto, ma ci sono. Non posso garantire continuità. Né sono sicuro che scrivere qui e non una pagina social qualunque faccia una qualche differenza. Chissà, il blog mi dà una sensazione di maggiore intimità. Come se (e sottolineo se) essere letti in questo spazio presupponesse qualcosa di diverso dallo strillare in una piazza affollata dove tutti girano in mutande e canottiera. Che ne so, forse un granello di attenzione in più.

In ogni caso, sono qui per riprovarci. Nel frattempo, se siete nuovi in queste lande, c'è un cospicuo archivio di roba vecchia. Di nuovo disponibile dopo un periodo di oscuramento. Magari, spulciando, trovate qualcosa di vostro gusto. 

Alla prossima.

martedì 19 aprile 2022

Le Fate Ignoranti: la Serie


Vista la prima puntata de "Le Fate Ignoranti", espansione in forma seriale del film di Ferzan Özpetek del 2001, curata dallo stesso regista dell'originale e ora disponibile nella sua prima stagione come Star Original sulla piattaforma Disney +. A distanza di vent'anni, Özpetek rinarra la sua storia e il suo personale elogio della famiglia intesa come realtà allargata. Un episodio non basta per valutare la qualità dell'insieme, ma a lasciarmi perplesso è l'incipit. Se è evidente l'intenzione di arricchire il tutto con ulteriori sottotrame (del resto, in questo caso, stiamo parlando di una serie), a scricchiolare è la scelta delle premesse di questa nuova forma di narrazione.


Tutto è fedele al prototipo cinematografico, ma a cambiare è il punto di vista dei personaggi. Per cominciare, avrei fatto volentieri a meno di un io narrante non necessario (che per di più ti anticipa snodi importanti della trama), e non posso fare a meno di pensare che sarebbe stato meglio collocare più avanti la descrizione dell'incontro tra Massimo e Michele, magari in opportuni flashback che seguissero una cronologia interpolata. La shockante scoperta di Antonia, che apprende della vita segreta del marito dopo la sua morte, e i singoli dettagli svelati poco per volta nel film del 2001, qui sono presentati allo spettatore immediatamente nella loro interezza. Pertanto, nelle puntate successive, seguiremo le rivelazioni di Antonia da spettatori avvertiti, cosa che impoverisce l'immedesimazione con la protagonista e il suo progressivo immergersi in una realtà per lei completamente nuova. Viene, insomma, meno il crescendo drammatico del racconto originale, in cui il punto di vista di Antonia e del pubblico era lo stesso. Uno sfrondamento di twist narrativi sacrificati alla rappresentazione di retroscena pensati per arricchire le caratterizzazioni, ma che posti all'inizio del racconto ne smorzano il crescendo.

La confezione generale sembra simpatica, e continuerò a guardarlo per vedere come evolve. Ma il nuovo incipit, a mio parere, è molto discutibile. E' un remake esteso, ok. Ma il sacrificio di determinati sviluppi per me è un errore. Come quando sentiamo dire che la trilogia prequel di Star Wars andrebbe vista per prima. Cosa sbagliatissima, in quanto ucciderebbe ogni colpo di scena di quella classica rendendola di fatto piatta (un Darth Vader di cui conosci già vita morte e miracoli, non ha lo stesso impatto).
Per il resto, sono possibilista, e darò una chance alle puntate successive.

mercoledì 2 marzo 2022

West Side Story: una sorpresa

 


Finalmente sono riuscito a vedere "West Side Story" di Steven Spielberg. Me l'ero perso al cinema per i soliti motivi (non posso andarci troppo spesso, e l'hanno tenuto pochissimo). Dopo averlo recuperato devo fare una riflessione che suona anche un po' come una confessione. Mi sono reso conto che ero discretamente prevenuto. Anche curioso, per carità. Spielberg che si misurava con un classico, musical storico di Leonard Bernstein e film mitico (premiato con un doppio oscar a film e regia) diretto da Robert Wise nel 1961.

Però c'era una recalcitranza di base, che magari non ammettevo con me stesso, e che oggi, dopo aver visto il film del 2021, mi interessa provare a spiegarmi.


Sì, perché "West Side Story" di Steven Spielberg, per come la vedo io, realizza un piccolo miracolo cinematografico, e riesce ad attualizzare quello che ritenevo impossibile traghettare nel nuovo secolo. Ho iniziato a vederlo, come dicevo, per curiosità, e con una certa prevenzione, ma sin dai primi minuti lo spettacolo mi ha completamente conquistato. I numeri musicali sono spettacolari, le canzoni di Bernstein sono quelle, ma rese al meglio, giacché calate in un contesto che funziona perfettamente. Insomma, l'effetto "puro omaggio" o "remake" non esiste. "West Side Story" del 2021 ha un'identità propria. Vive della regia, delle caratterizzazioni e delle coreografie (originali). In parole povere, è un gran bel film.
Perché allora il mio pregiudizio?
Devo ammettere che è stato spazzato via talmente in fretta che faccio fatica a ricordarlo. Io ho sempre avuto simpatia per il musical, pertanto non si trattava di questo. Forse una certa reverenza nel confronto del film di Wise del 61, e certe convinzioni che accompagnano la nostra percezione dei classici. Per capirci, poteva essere facile pensare che senza Natalie Wood non c'era storia, ma anche che la tragedia di "Romeo e Giulietta", più volte adattata in abiti moderni dopo i fasti musicali aveva ormai dato, e che non c'era nessuna necessità di rifare proprio "West Side Story".



E in effetti... necessità non ce n'era. Non ce n'è. Ma considerato i risultati non ce n'è neppure bisogno.
La verità è che probabilmente ho sottovalutato la capacità di Spielberg di aggiornare il materiale, così come i personaggi e lo scenario. Chissà se per molti spettatori che hanno ignorato il film decretandone il flop in sala, il ragionamento sia stato simile. Neppure un vero ragionamento, in fondo. Solo una pulsione. E una frase. "West Side Story" è un bel musical, ma anche datato. Quindi, soprassediamo.
E invece no.
Probabilmente gli haters del politicamente corretto troveranno pane per i loro denti. Spielberg infonde molta modernità alla classica storia di matrice shakespereana, modificando qualche carattere, introducendo il tema della sessualità transgender, e suggerendo che nel rifiuto da parte delle nuove generazioni si annida solo ignoranza e paura di ciò che è nuovo (il fantasma attualissimo dell'immigrazione). Ma anche al di là di questi elementi, di per sé già interessanti, la confezione risplende ed è veramente magnifica.
"West Side Story" acquista una sua nuova valenza epica (non solo romantica) e ci propone un film drammatico e musicale che va oltre il genere. Si fa film d'autore, forse tra le cose migliori firmate dal regista americano negli ultimi anni, e smentisce con eleganza ogni pregiudizio. Il mio per primo.
Speriamo che la candidatura agli oscar permetta al film di riguadagnare qualche giorno di programmazione in sala, perché vederlo sul grande schermo sarebbe l'esperienza migliore.