domenica 23 giugno 2019

Ciao, Vertigo (vivrai ben più di due volte)




La notizia che la Vertigo, etichetta “per lettori maturi” della DC Comics, chiude i battenti non è di per sé luttuosa come può sembrare. E' più simile all'annuncio che una grande ditta che ha legato storicamente il suo nome a un prodotto rivoluzionario cessa le attività dopo molti anni che il suo articolo è stato sdoganato, diffuso, ha fatto scuola e ormai è confezionato (a volte anche meglio) da tanti altri marchi commerciali che hanno fatto tesoro dei suoi insegnamenti. Certo, per i più maturi (quei “lettori maturi” che ne hanno visto l'esordio) è l'ennesimo segnale che il tempo passa, e che a un certo punto i grandi artisti si ritirano dalle scene. Questo può suscitare un brivido di nostalgia, di momentaneo rammarico, ma non significa che lo spettacolo non vada avanti. “Vertigo” è stata un'etichetta, ma è diventata anche una ricetta, una filosofia per intendere un determinato modo di fare fumetti. Il fatto che sia stato assimilato da altri editori non è da intendere come un male. Anzi.

Fondata nel 1993 dall'editor Karen Berger, la divisione Vertigo della DC Comics si fondava sul successo (e sugli stilemi) di due opere che avrebbero lasciato una forte impronta nella storia del fumetto non solo statunitense. Lo Swamp Thing di Alan Moore e l'irripetibile Sandman di Neil Gaiman. Questi due fumetti, oltre a sconvolgere l'immaginario di lettori abituati a opere più convenzionali, produsse un nuovo microcosmo, riconoscibile in parte con l'adunanza dei personaggi a sfondo magico della DC Comics, molti dei quali recuperati dalla soffitta editoriale e altri nuovi e pronti a sbancare nel nuovo millennio (qualcuno ha detto John Constantine?). Ma Vertigo ha rappresentato soprattutto un approccio maturo al racconto fantastico a fumetti. Una costruzione narrativa adulta, in certi casi anche discretamente ambiziosa in senso letterario. Una sperimentazione visiva ai tempi impensabile su testate rivolte al vasto pubblico. Insomma, una vera vertigine nel mondo del fumetto. Che si è imposta, si è fatta amare, e ha ispirato inevitabilmente anche produzioni concorrenti. Sotto questa etichetta hanno spopolato numerosi autori oggi di culto, molti dei quali riconducibili a quella oggi ricordata come “british invasion”. I già citati Gaiman e Moore, Grant Morrison, Warren Ellis, Garth Ennis, Mark Millar, Peter Milligan, e tantissimi altri. Con la Vertigo, il revisionismo supereroistico è diventato un nuovo canone, e opere uscite in precedenza, ma in sintonia con l'idea di base della divisione, sono andate ad arricchire l'etichetta in edizioni successive (“V for Vendetta”, “Animal Man”).



Il meccanismo, però, diciamolo, si era già inceppato da molto tempo. Il giocattolo era stato aperto, sezionato, esplorato e tutti i trucchi svelati. L'effetto sorpresa si era appannato e ormai ne restava solo il glorioso ricordo. E va bene così. Va bene che tante etichette differenti (in testa la Image) abbiano preso a un certo punto a produrre fumetti che ormai erano più Vertigo della Vertigo originale. Succede quando un'idea è talmente forte da fare scuola. E' un bene che le cose costruttive siano assimilate e condivise. Quel che conta è la produzione di buone storie.

Pertanto, ci prepariamo a salutare quella prima vertigine che sta per terminare il suo viaggio. Ma non è una vera fine. E' solo un passaggio burocratico. Perché noi lettori maturi, quei “mature readers” cui i fumetti Vertigo erano destinati, per poter andare oltre le consuete tute dei supereroi, continueremo a ricordare. E a definire “alla Vertigo” tutto quello che seguirà e ne conserverà l'ispirazione storica.

Ciao, Vertigo. E grazie di tutto.

mercoledì 12 giugno 2019

Fushito: Il mio amore per procura



In Giappone, una giovanissima influencer chiamata Fushito è diventata popolarissima non con un canale di cucina, o parlando di musica. Non realizzando scenette comiche, e neppure commentando fatti del giorno o proponendo tutorial di trucco. La sua ascesa nell'olimpo delle celebrità del web è legata a filo doppio alla vicenda umana di un giovane di diciannove anni, Neruo, già assurto agli onori della cronaca dopo aver tentato il suicidio due volte senza successo. Neruo è perdutamente innamorato di una ragazza (il cui nome non è stato reso pubblico) di una famiglia in vista di Tokyo. Il problema è che la giovane (la chiameremo Rosalina, come il primo amore che causava lo struggimento di Romeo prima di incrociare la strada di Giulietta) di Neruo non vuole proprio saperne. Neruo l'avrebbe incontrata occasionalmente a un concerto e da allora non riesce più a non pensare a lei. Lettere, doni, richieste di appuntamento non hanno sortito nulla, e il giovane, palesemente fragile da tempo, ha intrapreso un lento cammino di autodistruzione, trascurandosi nel nutrirsi, lavarsi, e tentando di uccidersi per due volte consecutive. La prima con dei barbiturici, la seconda cercando di tagliarsi i polsi in diretta su Internet. Oggi, Neruo è irriconoscibile. Magro come un chiodo, coperto di sporcizia come il bambino Pig-Pen delle strisce dei Peanuts, non fa che piangere e pregare la famiglia di Rosalina che gli lascino incontrare l'amata.

Qui entra in scena Fushito.

Fushito è una studentessa di diciotto anni, amante dei manga e dei videogiochi, che fino a poco tempo prima viveva una beata invisibilità planetaria. La vicenda di Neruo l'ha però colpita molto, e per questo ha pensato bene di aprire un canale Youtube in cui ha preso a pubblicare accorati appelli, poesie, canzoni, tentativi di persuasione nei confronti di Rosalina (che finora si è categoricamente rifiutata di incontrarla) e della sua famiglia, affinché Neruo possa ricevere la chance d'amore cui tanto aspira. In poco tempo, Fushito ha scalato le vette di Youtube ed è approdata in televisione.
«Tanta dedizione e senso di sacrificio» dice, «non possono lasciare indifferenti. E' chiaro che Neruo ha molto amore da dare. E se non può riceverlo, tanta sofferenza meriterebbe almeno il premio di poter manifestare il proprio affetto alla persona amata. Soltanto una conversazione, in presenza dei genitori, non mi sembra una pretesa esagerata. E' un ragazzo talmente intelligente e sensibile che sarebbe uno spreco non dargli almeno un'opportunità. Sono entrambi così giovani. Provino a conoscersi. Poi si vedrà.»

Oggi Fushito ha pubblicato un libro intitolato “Il mio amore per procura” e presenzia a raduni di giovanissimi fans in compagnia dello stesso Neruo, che le sta incollato come un vero e proprio simbionte, spesso nascondendo il viso ridotto a una maschera di sporcizia contro il vestito di lei. Fushito sorride al suo pubblico, lo accarezza e porta avanti con pertinacia il suo ruolo di ambasciatrice d'amore. I consigli e gli appelli di migliaia di fans per provare ad approcciare l'inarrivabile principessa sono accuratamente vagliati e quelli ritenuti più persuasivi sono letti pubblicamente. Né mancano i commenti riguardo il fatto che Fushito sia ritenuta più carina della stessa principessa senza nome. E va da sé che le orde di ragazzini sperino in un lieto fine magari alternativo a quello desiderato inizialmente da Neruo.

Non è allucinante?
No, questa non è la realtà. Non è un manga. Non è un racconto. E non è neppure un episodio di “Black Mirror”.

E' un sogno che ho fatto stanotte. In qualche modo mi ritrovavo a fare il mio vecchio lavoro (il giornalista) ed ero inviato a questo folle raduno (non era chiaro se in Giappone o durante una trasferta italiana della web-celebrity). Per chi se lo sta chiedendo, Fushito (ma esiste questo nome?) era pienotta, caruccia, capelli raccolti in due code fluenti, e indossava una salopette azzurra. Neruo non si vedeva in faccia, sempre in ginocchio a nasconderle il viso in grembo, e lo si sentiva piagnucolare che la famiglia di Rosalina era “molto tradizionalista”.
A un certo punto succedeva qualcosa di poco chiaro e tutti si spostavano in massa verso l'uscita di questo edifico dove avveniva il raduno. Cercavo di seguire la folla (sì, c'erano un casino di ragazzini, ma anche adulti) e mi bloccavo davanti a un gradino che era in realtà un cornicione sul vuoto. Come avessero fatto gli altri a passare, rimane un mistero. Magari saltavano. Ma io dicevo a me stesso che col cazzo avrei rischiato l'osso del collo per correre dietro a loro. Anzi, mi venivano le vertigini e mormoravo un «Help...» Segno che forse non eravamo in Italia, dopotutto.
E fine. La storia dell'infuencer Fushito, dell'innamorato autolesionista Neruo e della principessa senza nome si interrompeva qui.

Per chi se lo stesse chiedendo, avevo mangiato una minestrina e un'orata al forno.


lunedì 3 giugno 2019

Swamp Thing - Episodio Pilota



Swamp Thing. Episodio pilota della serie TV prodotta dalla piattaforma streming DC universe, la terza dopo “Titans” e “Doom Patrol”. I primi due titoli, ognuno con sue caratteristiche peculiari, si possono definire esperimenti riusciti. E questo, nuovo, ambiziosissimo lancio?

Tutto inizia come un'eco vengence. I contenuti “suggested for matured” non tardano a mostrarsi. Se già “Titans” non lesinava in violenza e atmosfere sinistre, qui siamo davanti a un horror fatto e finito. Le prime sequenze ci dicono subito che... qui ci sono i mostri e c'è da aver paura. Anzi, una fifa blu. Meglio. Verde.
Un'oscurità suggestiva avvolge il mondo acquoso della palude, sciacquii, vegetazione fitta e zanzare ci circondano, ed è chiaro da prima ancora dei titoli di testa che da quelle parti c'è qualcosa che proprio non va.


In “Swamp Thing” c'è lo zampino di James Wan, qui in veste di produttore esecutivo, e la differenza dalle altre due serie DC si sente forte e chiara. Se “Titans” era un racconto supereroistico nero (più che dark) e “Doom Patrol” una sarabanda psichedelica di personaggi e situazioni folli, “Swamp Thing” si propone di restare fedele all'etichetta editoriale “Vertigo” (la linea “adulta” che ha rilanciato il personaggio a metà degli anni 80 affidandolo alla firma di Alan Moore). La fantascienza si mescola all'esoterismo, e se le promesse saranno mantenute nelle prossime puntate, dovremmo vederne delle belle. La presenza del personaggio di Avery Sunderland suggerisce subito ai vecchi lettori quale direzione lo show intende prendere, così come l'introduzione di un character inedito, interpretato dalla sempre apprezzabile Virginia Madsen, promette interessanti variazioni.
L'origin story ha il pregio di non andare di fretta, ma di seminare indizi e semi (è il caso di dirlo) per tutto ciò che seguirà. Il passato misterioso di Abby, la presenza di Matt Cable, e soprattutto Madame Xanadu, che nell'episodio pilota ha appena il tempo di sortire, ma che annuncia stranezze assortite, sono elementi che conferiscono a questa partenza un carburazione lenta ma regolare, lasciando intravedere i sentieri che si intendono percorrere.


Le modifiche (diciamolo, necessarie) alla fonte originaria del fumetto ideato da Len Wein e Bernie Wrightson scorrono senza offendere la memoria storica di nessuno, e iniziano a gettare delle basi pratiche per potersi subito innestare sul ciclo tenebroso narrato da Moore. Aggiungiamo una componente gore inattesa, una scena raccapricciante che a molti ricorderà “The Thing” di John Carpenter e un tema musicale, per una volta, orecchiabile e immediatamente riconoscibile, e abbiamo un episodio pilota che conferma le promesse del già trailer interessante.
Una bella partenza, insomma.


Certo, le danze sono appena iniziate. Quel dato avvenimento si prende (giustamente) il suo tempo a manifestarsi (il film di Wes Craven del 1982 soffriva del budget ridotto e di una narrazione fin troppo condensata), ma la miccia è accesa e non resta che aspettare l'esplosione.

Quella narrativa. Quell'altra esplosione lì...
Ma no, scopritelo da soli.

giovedì 30 maggio 2019

Brightburn



In principio era “Il presagio”. Un bambino diabolico con un destino da compiere, e una serie di fatali incidenti che eliminavano quanti si mettevano sulla sua strada.
Oggi il male non è generato dal diavolo. Cade dal cielo, dalle stelle, sempre con le sembianze innocenti di un bambino. Non esita a sporcarsi le mani personalmente, e sovverte del tutto le aspettative messianiche che finora gli erano state attribuite. Non arriva per proteggere la terra, ma per conquistarla. Forse distruggerla.


Era nell'ordine naturale delle cose. Con lo sdoganamento definito dei supereroi sul grande schermo, che la loro versione al negativo volesse dire la sua, era soltanto questione di tempo. Ed ecco infatti arrivare “Brightburn”, film di David Yarovesky, prodotto da James Gunn e scritto dal fratello Brian in collaborazione con il cugine Mark (cose di famiglia, insomma). La rilettura al nero del mito di Superman non è una novità. Non lo è sicuramente nei fumetti, dove dimensioni alternative, storie immaginarie e variazioni sul tema hanno proliferato nel corso dei decenni. Su tutte, ricordiamo la serie “Irredimibile” (il titolo è tutto un programma) di Mark Waid, dove facciamo la conoscenza di un possibile Superman (qui chiamato il Plutoniano) che dopo essere stato per anni un eroe protettore della terra, perde la testa a causa dello stress e di una lunga catena di traumi, trasformandosi in un mostro onnipotente che dà inizio a una devastazione senza fine. E un Superman cattivo... ripetiamolo: Superman, l'Uomo d'Acciaio, più veloce di un proiettile, invulnerabile, fortissimo, che ti rintraccia ovunque solo sentendo il tuo battito cardiaco ed è in grado di ridurre tutto in cenere con uno sguardo... è un vero incubo. Dalla fantascienza avventurosa, quindi, si sconfina nell'horror, e l'eroe con superpoteri diventa il peggiore dei mostri possibili.


Se nel fumetto di Mark Waid tutto era già successo e una larga parte del racconto consisteva nello scoprire le ragioni della progressiva follia del protagonista, in “Brightburn” il discorso è più schematico. Il punto di partenza è quello canonico. Una coppia nel Kansas (ma qui la cittadina si chiama Brightburn invece che Smallville) fatica ad avere figli, finché una notte non cade dal cielo una navicella con dentro un bambino alieno.


Alieno. Una parola che nel caso di “Brightburn” andrebbe sottolineata più volte. Brandon Breyer (con l'allitterazione nel nome come Clark Kent) non ha bisogno di particolari traumi per sbroccare. I suoi genitori sono affettuosi, il contesto benevolo, e sporadici episodi di bullismo a scuola sono qualcosa di troppo blando per giustificare il suo veloce passaggio al lato oscuro. Una lezione di biologia all'inizio del film fornisce subito la chiave di lettura. Brandon è figlio di una stirpe che agisce come il cuculo, che mette il proprio uovo nel nido altrui affinché sia covato. E l'uccello intruso una volta rotto il guscio dimostra la sua vera natura di predatore.

Come già in passato (compresa la serie TV “Smallville”), un ruolo importante è svolto dalla navicella che ha portato il piccolo alieno sul nostro pianeta. Esiste un richiamo culturale che induce Brandon ad abbracciare il suo retaggio e a considerare, una volta raggiunta la pubertà, i terrestri come esseri fragili e prescindibili, che possono essere schiacciati come insetti non appena diventano inutili o appena molesti. L'assenza di empatia della natura di Brandon è il motore di tutto. Nel nuovo millennio, gli alieni non sono più buoni. Non sono E.T. E non sono nemmeno Superman. La scena post credito parla chiaro. Il superuomo qui è visto come l'avvento di una nuova generazione che probabilmente spazzerà via quanto rimasto del vecchio mondo, della sua storia e delle sue pretese di civiltà. In funzione di cosa non è dato sapere, ma l'orizzonte non è roseo e annuncia solo devastazione.

Il film di Yarovesky (irresponsabilmente intitolato dalla distribuzione italiana: “L'angelo del male”, come l'edizione nostrana di “La Bête humaine” di Jean Renoir del 1938 e come l'horror “The Prophecy II”, segno di grande originalità e rispetto per la storia del cinema) scorre bene e riesce a essere discretamente inquietante. Grazie anche al volto (di per sé già alieno) del giovanissimo attore Jackson A. Dunn. Il film ha qualche pecca sul piano logico e della costruzione di alcuni personaggi. La scoperta dei poteri di Brandon è forse troppo veloce, e risulta inverosimile che certi danni compiuti dal piccolo alieno non attirino l'attenzione dei genitori adottivi molto prima. La conduzione in stile slasher, però, funziona, e si giova di alcune sequenze gore realmente disturbanti. Il travestimento ideato da Brandon per le sue scorribande malefiche diventerà sicuramente un'icona. E chissà che non ci aspetti un sequel o un nuovo universo narrativo. Tutto dedicato, stavolta, a esplorare una versione distorta, negativa e malvagia di quelli che chiamiamo supereroi.

Adesso, però, sarebbe auspicabile una serie televisiva basata su “Irredimibile”. I tempi sono maturi e così il mezzo televisivo. Riscoprire un Superman che diventa lentamente malvagio in un'esplosione di follia e crudeltà, sarebbe una ghiotta occasione per un prodotto audiovisivo in linea con un mondo sempre più disincantato, in cui ormai si guarda con sospetto e paura anche chi un tempo immaginavamo come eroe.

sabato 18 maggio 2019

Flash: ancora sui viaggi nel tempo...


A proposito di viaggi nel tempo e annessi...
Stiamo ancora discutendo sulle incongruenze che scaturiscono da "Avengers: Endgame", e soprattutto dalle sbavature che riguardano i viaggi nel tempo, le loro regole (vere o presunte) e le contraddizioni cui il racconto va incontro. Come dico sempre, il tema del viaggio nel tempo non è mai immune dal generare pasticci, domande senza risposta, paradossi cui non c'è soluzione. Soprattutto considerato che non parliamo di filosofia, ma di storie avventurose che hanno bisogno di uno svolgimento che segue una causa, un effetto e che dovrebbe produrre un finale. Finale nel quale quasi mai quadra tutto. H. G. Wells, uno dei primi a parlare di macchina del tempo, non si pose il problema più di tanto, visto che il suo protagonista si limitava a viaggiare in un lontanissimo futuro e non toccava neanche di striscio eventi storici che potessero avere effetti sulla sua epoca o generare eventuale linee temporali alternative. Non è così con le saghe supereroistiche, dove parte del divertimento consiste proprio nell'andare a spasso in eventi passati e giocare con i riflessi che avranno nel futuro. Si è appena conclusa la quinta stagione di "Flash". Serie TV targata CW, dove i viaggi nel tempo seguono una logica ben diversa da quella enunciata nel film dei fratelli Russo. Nel mondo di "Flash" le dinamiche temporali sono le stesse di "Ritorno al futuro". La linea temporale, cioè, è malleabile, e la modifica di eventi passati avrà un inevitabile effetto su quelli a venire, modificando di fatto la storia, le persone e i loro rapporti. Stavolta, però, la conclusione lascia alquanto perplessi, e ancora una volta semina dubbi e situazioni irrisolte. Stiamo solo giocando, intesi? Ad ogni modo qui si parla di una stagione non ancora conclusa in Italia. Pertanto, leggete solo le l'avete già seguita fino alla fine in lingua originale.

SPOILER
.
.
:
:
:
:
:
:
:
:
:
:
:
:
:
:
:
:
:::
::
::
::
SPOILER



Le premesse della stagione erano che nella linea temporale da cui proveniva Nora Allen, il villain Cicada non era mai stato identificato e sconfitto. Altra sottotrama importante è il suo rapporto alla Hannibal Lecter- Clarice Starling con Eobard Thawne, l'Anti-Flash, che per tutta la stagione le fa da mentore, dandole suggerimenti e di fatto manipolandola per i suoi scopi. Alla fine della fiera e della stagione, si decide che l'unico modo per neutralizzare il secondo Cicada, Gracie, è necessario privare il suo alter ego del presente del potenziale metaumano e distruggere il suo pugnale che disattiva i superpoteri. Ok. Come già avvenuto in passato (già che ci siamo: ma ci hanno spiegato che ci fa Thawne vivo nel futuro? Non era morto due volte se non tre in modi differenti? Vabbè, manipola da sempre la linea temporale e ne salta sempre uno fuori. Accettiamolo per fede) ... quanto avviene nel presente cancella il futuro. La Cicada femminile (Gracie adulta) si dissolve e il suo pugnale è distrutto. Scopriamo che il pugnale di Cicada era il dispositivo che inibiva i poteri dell'Anti-Flash, in prigione nel futuro, e che distruggerlo lo libera (anche il pugnale svanisce) scatenando di nuovo la nemesi di Barry Allen.

Tutto torna? Direi proprio di no.


Per cominciare: nella prima versione nota della storia, quella riferita e documentata da Nora, Cicada non era mai stato sconfitto. Era svanito come Jack lo Squartatore ai suoi tempi. E negli archivi di Flash non ce n'era traccia. Ma allora com'è possibile che il suo pugnale (ancora funzionante) fosse nelle mani dell'autorità e che venisse usato come dispositivo inibente per i metaumani? Com'è possibile che le cronache non riportassero un fatto così importante? Come poteva il team Flash non saperlo. E soprattutto chi aveva sconfitto Cicada? Che fine aveva fatto? E per dirla tutta... se nel tempo di Thawne il pugnale scompare (non c'è mai stato), non dovrebbero essere modificati anche tutti i fatti che hanno portato alla sua cattura? I suoi poteri non erano mai stati annullati. Mistero della fede supereroistica.
Inoltre, se Gracie non diventerà mai Cicada... questa non dovrebbe mai essere arrivata dal futuro nel nostro tempo. Tutte le sue vittime dovrebbero essere vive, tutti i danni fatti ripristinati. Persino suo zio, il Cicada originale dovrebbe essere ancora vivo. Invece no. Con una coerenza del tutto simile a quella di "Avengers: Endgame", dove ci viene spiegato che la storia non si cambia, si generano solo linee temporali alternative, ma poi ci viene poi mostrato un Capitan America invecchiato, tanto da indurre i registi a fornire una forzata spiegazione extrafilmica, Cicada si dissolve (perché non è mai arrivata a nascere) ma lasciando intatti nel presente tutti gli effetti delle sue azioni.
La risposta, come già in "Avengers: Endgame", è sempre la stessa. Se giochi con i viaggi nel tempo, ti divertirai e farai divertire. Ma dopo ci sarà da discutere parecchio, e molte cose non torneranno. Stabilire regole narrative iniziali è un buon proposito, ma difficile da mantenere. Non si scappa. Queste avventure contano per il balletto, le piroette, le emozioni che suscitano. La razionalità sta di casa altrove. E l'estetica non si applica necessariamente ai sogni. Sono per l'appunto... sogni. Varianti fantastiche della realtà. E vanno trattate per quello che sono. Con un applauso se ci fanno svegliare con un sorriso, una smorfia se ci alziamo dal letto con l'amaro in bocca.

lunedì 13 maggio 2019

Resolution (2012) di Justin Benson e Aaron Moorhead



“Resolution” (2012) è il film horror che ha segnato l'esordio del duo Justin Benson e Aaron Moorhead, che si sarebbero fatti notare da un pubblico più vasto un paio d'anni più tardi con il popolare (e altrettanto bizzarro) “Spring”, da molti definito una sorta di “Twilight per adulti”.
Ma il debutto avvenuto con “Resolution” è ancora più indie, ancora più strano e sotto certi aspetti controverso. Un film indipendente fino al midollo, essenziale e girato benissimo con un pugno di attori e poche location rimediate. Non c'è da soprendersi che, a differenza di “Spring”, ambientato sullo sfondo degli splendidi paesaggi pugliesi e forte di una vena romantica, abbia avuto una distribuzione molto più limitata, e per quanto i consensi non siano mancati, riceva anche bocciature da chi non è interessato a leggere i sottotesti nascosti (ma neanche tanto, in fondo) dietro la sua narrazione ellittica e la confezione da budget limitato.

Michael e Chris sono amici dall'infanzia. Michael oggi è un uomo sposato, che lavora come grafico e ha una vita anonima, ma che procede senza troppi scossoni. Chris invece conduce un'esistenza deragliata. E' un tossico dedito al consumo di crack e ha imboccato un cammino autodistruttivo senza ritorno. Un giorno, Michael riceve via mail un collage di video che mostrano Chris in un luogo sperduto, intento a drogarsi e a compiere azioni sconnesse in palese stato di alterazione. Michal decide così di cercare il vecchio amico, raggiungerlo nella casupola in mezzo ai boschi in cui si è rifugiato e imporgli una settimana di astinenza nella speranza di persuaderlo a entrare in riabilitazione. E' l'inizio di una settimana da incubo, in cui la convivenza tra Chris, incatenato a una tubatura, e Michael nel vecchio casolare susciterà l'attenzione di una presenza invisibile la cui natura e le cui intenzioni sono tutte da stabilire.


“Resolution” (Risoluzione, inteso anche come “Soluzione” o “Traguardo”) non è un film per tutti. Ed è un film che porta in modo riconoscibilissimo il marchio che Benson e Moorhead hanno definito con le loro opere successive. Come “Spring” è un horror e nello stesso tempo non lo è. E' un film indipendente che gioca con determinati spunti, ma li sovverte, li declina in modi inconsueti e trasforma quello che ci si potrebbe aspettare in altro. In un contesto povero, in cui tutto è affidato alla recitazione (ottima!) dei due protagonisti, impegnati a lottare psicologicamente e a volte fisicamente in nome di un'antica amicizia, la trama dichiaratamente soprannaturale si insinua in modo subdolo, prendendo in prestito elementi dal cinema di genere e creando un puzzle allegorico che non condurrà a nessun effetto speciale, a nessuno spauracchio fotografato in campo. E sarà lo spettatore, sorpreso o sgomento a seconda delle sensibilità, a dover dare un senso al racconto.

Non è possibile evitare (come hanno già fatto in tanti) gli accostamenti con “Evil Dead” e soprattutto “Quella
casa nel bosco”. Parliamo qui non del film di esordio di Sam Raimi, ma del remake di “Evil Dead” realizzato da Fede Alvarez nel 2013. Anche lì il McGuffin iniziale era il tentativo di riabilitazione di un'amica tossicodipendente, e l'infelice scelta di rifugiarsi in una magione fatiscente in mezzo al nulla, già teatro di drammi stregoneschi e dove si trovava nascosto il famigerato libro dei morti. In “Resolution” abbiamo echi di tutto questo, ma in una forma molto più stilizzata. E' chiaro che nella casupola cadente in cui si svolge lo psicodramma tra i due amici sono avvenuti fatti terribili, e che molte tracce, confuse ed enigmatiche, sono seminate in ogni angolo. Avvertiamo echi di found footage, con il ritrovamento di supporti visivi e audio (che ci ricordano, questi, l'originale “Evil Dead”). Ma chi si aspetta la macelleria grottesca di quella scuola, resterà deluso. Ancora più sfumati sono i riferimenti a “Quella casa nel bosco”, film di Drew Goddard del 2012, pellicola riuscita che cercava di dare un senso globale a corsi e ricorsi di tanto cinema di genere. Ma nella sua povertà formale, nella sua essenzialità, “Resolution” forse va anche oltre. Innanzitutto perché rifugge da spiegoni e preferisce suggerire. Ma anche per la scelta di affidare solo all'atmosfera, alle aspettative e alla stessa intuizione dello spettatore, la risoluzione di cui parla il titolo.
Il racconto, che si sviluppa in pochi giorni, è irto di tracce, di sospetti, di teorie e di personaggi che fanno apparizioni fugaci. Le informazioni fornite sono soltanto delle esche su cui lavorare di fantasia. Come dice il personaggio (forse quello più inquietanti di tutti) dell'antropologo: «Un aborigeno australiano non sa niente di alieni, fantasmi o demoni. Ognuno dà il nome che vuole all'infinito.» E contemporaneamente fa un gesto, tocca qualcosa, mostra qualcosa che potrebbe essere rivelatore della metafora alla base del film.
Chi è dunque il mostro, il demone, il fantasma, la presenza diabolica (o come sceglierete di chiamarla) che manipola le vite dei protagonisti e di quanti girano loro intorno? Che ha scelto una vecchia casa in mezzo ai boschi come teatro, e sembra suggerire più che causare diversi snodi alla vicenda? E perché tutto sembra ruotare intorno al personaggio di un tossico, di un fattone che non vuol saperne di interrompere la sua corsa verso l'autodistruzione? Siamo sicuri che sia soltanto un pretesto? Tra presenze di redneck criminali, nativi americani dai modi enigmatici, ambigui venditori porta a porta, sette religiose e scienziati che più pazzi non si può, “Resolution” sembra mischiare le carte di un gioco da tavolo e invitare chi guarda a trovare la soluzione del rompicapo. Anzi, la sua risoluzione.
Un esercizio di cinema essenziale che Benson e Moorhead continueranno in seguito con “The Endless”(film di cui sono autori, registi e anche interpreti), che non è un seguito di “Resolution”, ma che in qualche modo ne riprende alcuni temi. Un cinema indipendente che usa il genere horror per parlare di stili, di narrazione e rapporto con le storie che siamo abituati ad ascoltare. Con quello che vogliamo, ci aspettiamo, desideriamo davvero ascoltare, vedere, assistere.

Un cinema della suggestione, più che horror. Grande nella sua piccolezza formale, e a suo modo coraggioso.