domenica 20 gennaio 2019

Suspiria di Luca Guadagnino (Spoiler)



"Suspiria” di Luca Guadagnino è un film discretamente discusso, ma che evidentemente ha suscitato la curiosità di pochi. Non si capirebbe, altrimenti, la pessima distribuzione nelle sale italiane e i risultati poco confortanti al botteghino. Ci sarebbe da dire “peccato”. E non perché siamo davanti a un film imprescindibile, ma perché l'esperimento si dimostra interessante e stimola una riflessione trasversale sul cinema e la narrazione in generale.
Per parlarne davvero sarà necessario qualche spoiler, e questo dovrebbe già segnalare quanto sia ampia la distanza tra il lavoro di Guadagnino e l'opera di Dario Argento cui si ispira. Ma per iniziare è opportuno spendere prima qualche parola sul concetto di remake, termine che nel corso dei decenni è andato cambiando significato, diventando sempre più vago e a volte ingannevole.

La pratica del remake è in realtà vecchia quanto il cinema stesso. Hollywood ha sfornato un'infinità di riletture in cui registi e star di grido gareggiavano con le precedenti versioni per carisma e allestimento. Per molto tempo, per remake si è intesa una nuova narrazione della medesima storia, magari aggiornata ai propri tempi, ma portando in scena gli stessi personaggi e seguendo dinamiche molto simili al prototipo. Nella maggioranza dei casi, rigirando anche le scene salienti del film precedente, solo fornendone una diversa interpretazione dal punto di vista tecnico e registico. Un differente approccio, insomma, a una narrazione in cui si rimaneva comunque discretamente fedeli al soggetto originale se non alla sceneggiatura. Nel tempo, la pratica del remake si è andata gradualmente allontanando da questa ricetta per esplorare altri stili di rinarrazione. In molti casi a rimanere riconoscibile è solo lo spunto, mentre i personaggi e la trama prendono strade indipendenti. Negli ultimi decenni, con qualche eccezione, abbiamo visto arrivare sullo schermo sempre meno esempi della prima tipologia di rifacimenti e prendere piede la pratica della più libera variazione sul tema.


Sarebbe questo il caso del “Suspiria” di Luca Guadagnino? Beh, sì e no.

Consideriamo, per cominciare, che rifare un film di Dario Argento è praticamente impossibile oltre che particolarmente inutile. E questo non per una presunta sacralità dell'opera originale, ma per la natura stessa del cinema argentiano. Un cinema dove nella maggior parte dei casi la sceneggiatura è esile ai limiti dell'inconsistenza, dove lo spettacolo mira a sorprendere con invenzioni visive che realizzano scenari da incubo suggestivi ma spesso privi di vera logica narrativa. La violenza coreografica e la sua estetica, al servizio di emozioni non razionali, non potrebbe essere rifilmata se non tentando (a che pro?) di intraprendere una sfida a colpi di virtuosismi per immagini che produrrebe inevitabilmente una copia sbiadita di qualcosa che è ormai storia.
Luca Guadagnino non fa questo. E se di remake si tratta, o di variazione sul tema, il suo esperimento cammina su strade ben diverse. E' stato detto, tra le tante cose, che l'uso del titolo del film di Argento sia arbitrario. Non sono proprio d'accordo. Le parentele esistono, per quanto labili, e non si possono negare. Esiste la scuola di danza, trasportata da Friburgo alla Berlino ancora divisa in due dal muro ancora in piedi negli anni 70. Esiste Susy (anche se nel film di Guadagnino si scrive Susie), la nuova studentessa americana giunta a scoprire i misteri dell'accademia. Esiste la congrega di streghe che ha nella scuola di danza il suo quartier generale. Esiste persino una studentessa che mentre Susie-Susy arriva, fugge dalla scuola per andare incontro a un destino funesto. Esiste una compagna di stanza che porterà avanti una propria indagine pagandone il prezzo...

E poco altro. Sì, ma direi che è sufficiente. Uno spunto e delle icone che bastano a fare del film di Guadagnino una personale fantasia che prende le mosse da un'opera precedente, ma per dire altro. O meglio, per portare a casa uno spettacolo cinematografico di tipo diverso.


Horror sì? Horror no? Siamo sicuri che questa domanda oggi abbia ancora senso? La maggior parte degli horror più riusciti, ultimamente, sono quelli che riescono a travalicare il genere e a ibridarne più d'uno. In “Suspiria” di Guadagnino abbiamo del sangue e alcuni lampi di orrore, ma più concettuali che prettamente visivi come nel prototipo di Dario Argento. Inoltre, qui la storia, per quanto criptica e piena di sottintesi forse non del tutto centrati, c'è e si fa sentire. Come si fanno sentire e hanno corpo e anima le streghe, che nel film di Argento svolgevano solo un ruolo di McGuffin volto a portare in scena i loro spettacolari delitti. Qui c'è la danza, molto più presente e tematica che nel “Suspiria” del 77. Una danza che diventa anche strumento di stregoneria, usata per dare la morte.


In sostanza, potremmo dire che forse Guadagnino suggerisce questo. Ecco la trama che mi sarebbe piaciuto scoprire dentro l'ossatura del film di Argento. Film, ricordiamo, che per quanto cult, per quanto celebrato (successivamente, ai suoi esordi la critica lo distrusse), è un'opera che vive di puro virtuosismo formale, laddove il film di Guadagnino punta su simboli, recitazione, e trama. Una trama non nuovissima, per carità. Anzi, già vista e riconoscibile come palinsesto in mille altre occasioni. Le lotte intestine a una congrega di streghe che si contendono la leadership e l'identificazione di una prescelta è discretamente sfruttata. Al punto che qualche parentela potremmo individuarla anche nella terza stagione della serie TV “American Horror Story: Coven” o nel film “The Craft” (in italiano “Giovani streghe”). Anche lì (SPOILER) a emergere trionfante e a rivelare il crisma di strega suprema è il personaggio presentato inizialmente come il più innocente. Nel caso di “Suspiria” è Susie, che se nel film di Dario Argento è l'artefice della sconfitta della strega Markos, qui si dimostra essere la vera incarnazione dell'antica parca venuta a rivendicare il titolo che le spetta di diritto. Ma anche qui, come spesso succede con le storie, a contare non sono tanto i fatti quanto la forma che li esprime. E Guadagnino confeziona un film forse non perfetto, ma a suo modo riuscito, grazie anche alle ottime performance (su tutti una camaleontica Tilda Swinton impegnata in ben tre ruoli) e ai sottotesti (confusi ma intriganti) che echeggiano la stagione del terrorismo tedesco di estrema sinistra. Alle azioni della Rote Armee Fraktion, si contrappone infatti l'intellighenzia (altrettanto truce, ma più occulta e meditata) delle streghe, a loro modo portatrici di un pensiero anarchico, svincolato dai concetti di bene e di male come li conosciamo, e rivolti a una visione tutta femminile dell'esistenza. Più che perverse, le streghe di Guadagnino sono amorali, e sfidano il sistema (e il potere maschile) a modo loro, pur scadendo nell'eterna lotta per la supremazia, Eva contro Eva, vero punto debole della congrega che sarà (forse) risolto dalla rivelazione della vera prescelta. E' la rappresentazione di un potere antico che potrebbe fare tantissimo, ma che in mani umane cede inevitabilmente al peccato originale dell'individualismo. Una deriva che solo la natura stessa, unico vero potere incrollabile, potrà arrestare.


A questo punto, anche la domanda “remake o no?” perde importanza. Luca Gudagnino ha attinto alle suggestioni di un film che evidentemente lo ha colpito, ispirandogli la sua storia e la sua rappresentazione filmica del concetto di strega. Le storie e il modo di raccontarle, al cinema e in altri media, funzionano spesso come un virus. Si attaccano alla fantasia, e spesso mutano generando qualcosa di simile e nello stesso tempo peculiare. Non è male questo. Storie e immaginari si parlano, fanno l'amore e a volte generano pure dei figli. Anche dei nipoti se è per questo. E mi piace ricordare che Dakota Johnson, riscattata in questo film dal ruolo rivestito nella serie cinematografica di “50 sfumature”, è la figlia dell'attrice Melanie Griffith, e quindi la nipote di Tippy Hedren, indimenticabile protagonista de “Gli Uccelli” di Alfred Hitchcock.
 

Per concludere, fare paragoni tra i due film non sarebbe sano. Non parliamo solo di due diversi registi e di due pellicole dallo stesso titolo, ma con intenti diversi. Parliamo anche di tempi diversi. Di concezioni diversi non soltanto dell'horror, ma del cinema stesso. Ma di cinema si tratta. Sempre e comunque. E per una volta l'intento è una sperimentazione artistica, una personale rivisitazione di una suggestione storica, e non un progetto meramente commerciale.

domenica 13 gennaio 2019

Big Bad Wolves



«Per fare paura a un maniaco... ci vuole un altro maniaco!»

Big Bad Wolves” è un thriller israeliano diretto da Aharon Keshales e Navot Papushado uscito nel 2013. Stesso anno di “Prisoners” di Denis Villeneuve, con il quale ha in comune uno spunto di base. I due film non potrebbero, però, essere più diversi per forma e sostanza, a dispetto degli elementi di contatto. Tel Aviv è insanguinata da un serial killer pedofilo che rapisce bambine, le sevizia e infine le fa ritrovare agli inquirenti i loro corpi privati della testa, che puntualmente non si trova. La polizia, per ragioni vaghe e superficiali, ritiene di avere identificato il mostro in un mite insegnante di religione, che subisce un pestaggio volto a estorcergli una confessione che non arriva. La violenza degli agenti è però scoperta e l'autorità è costretta a rilasciare il sospettato con tante scuse e a sospendere il poliziotto che ha guidato il commando ai suoi danni. Questi continuerà privatamente a perseguitare l'uomo che ritiene colpevole, ma la sua strada si incrocia con quella del padre dell'ultima vittima, deciso a farsi giustizia da solo. I due vogliono sostanzialmente la stessa cosa, ma hanno anche mentalità non proprio convergenti. E l'insegnante è veramente l'orco che cercano?

Probabilmente è grazie all'esuberanza di Quentin Tarantino, che lo ha definito “il miglior film dell'anno”, se “Big Bad Wolves” (Grossi lupi cattivi) è arrivato anche da noi. Non sarà probabilmente, secondo gli eccessi tarantiniani, il migliore film uscito nel 2013, ma è di sicuro un gran bel thriller, di difficile catalogazione e con una regia a quattro mani di grande impatto visivo. La sola sequenza d'apertura, muta, che riassume il nocciolo della vicenda da cui si svilupperà l'intero film è da antologia. Ma anche la conduzione generale del racconto non scherza. Qualcuno parla di battuta d'arresto nella parte intermedia del racconto, ma non è esatto. Si tratta piuttosto di una creatura che cambia pelle, che sfugge e che ipnotizza lo spettatore con cambi di registro decisamente inattesi. Una storia di vendetta cupissima e crudele, con pennellate di horror ascrivibile al genere abusato del torture porn, in grado di virare improvvisamente in situazioni e linguaggi grotteschi, quasi del tutto comici, in grado di suscitare anche una risata, senza però mai smorzare la tensione, ma al contrario amplificandola. Il senso generale di “Big Bad Wolves” è l'insensatezza della vendetta che lungi dal perseguire un'idea di giustizia finisce col favorire un rinnovato orrore. Ma sottintende anche un discorso satirico sulla società militarizzata israeliana, dove il clima di sospetto, di pregiudizio e di reazione violenta o quanto meno di paura tocca tutti indistintamente (la maggior parte della vicenda si svolge in un casale fuori mano dal costo bassissimo proprio perché vicino a un villaggio arabo).

E' facile scomodare Tarantino per il connubio violenza-umorismo, ma è possibile scoprire nell'opera di Keshales e Papushado anche echi del cinema spagnolo di Alex De la Iglesia e dello stesso Pedro Almodovar. Difficile definire il genere di appartenenza. Thriller, horror, commedia nera, grottesco, satirico. “Big Bad Wolves” non sarà un film perfetto. Ma è senz'altro un film da vedere, se non altro per la sua forma pressoché impeccabile. Non spettacolo per tutti, dal momento che nonostante la violenza sia contenuta e in larga parte fuori scena, questa è evocata con un uso della tensione molto forte. Un finale nerissimo, forse non del tutto imprevedibile, ma che si incastra molto bene con la logica suggerita dalla narrazione.
Homo homini lupus, come suggerisce il titolo. E questo aldilà della colpevolezza (vera o presunta) di qualcuno. Un film che paradossalmente diverte, a dispetto delle cupissime premesse, e lascia spiazzati, ma anche affascinati da una magnifica architettura cinematografica.

Da conoscere. Da scoprire.


mercoledì 2 gennaio 2019

Aquaman (ma non è proprio acqua...)



Aquaman, di James Wan. 2018.
Forse la DC/Warner ha capito che doveva cambiare strada. Probabilmente ha pure scelto la direzione giusta. Dico “probabilmente”, nel senso che la direzione intrapresa non coincide necessariamente con una qualità elevata dei film, ma possibilmente con un prodotto vincente al botteghino e soprattutto nell'ambito del merchandising. I bambini entrati in sala con in mano i giocattoli raffiguranti i personaggi del film qualcosa devono significare. E del resto l'Aquaman di James Wan, inutile nascondersi dietro un dito, parla soprattutto se non esclusivamente a loro. Oltre ad avere la valenza di un lungo, interminabile spot pubblicitario.

Ma è davvero così brutto?
Mettiamola così. Il film dovrebbe parlare di mare, di oceano, di acqua, insomma. L'elemento acquoso è parte costituente della materia dell'avventura e del nome dell'eroe protagonista. Ma la sensazione che ho avuto per tutta la sua (tediosa) durata di circa due ore e mezza, è stata quella di nuotare faticosamente in un minestrone dove a ogni bracciata emergeva un ortaggio diverso. Stantio, per giunta, e trafugato da zuppe già cotte in passato. A volte anche molti anni fa, e recuperato per l'occasione. Un minestrone che cerca di fondere avanzi di film per ragazzi di più generazioni, forse nel disperato tentativo di azzeccare almeno un sapore che sia apprezzabile. E – orrore – i risultati al botteghino e il plauso degli sbarbati sembra premiare questo sforzo di riciclaggio.

Qualcosa non va. Qualcosa non va affatto, se un film di quasi 70 anni fa come il “20.000 leghe sotto i mari” di Richard Fleischer, con i suoi trucchi rudimentali, conserva più poesia e forza ipnotica di questa baracconata che definire kitsch è un complimento. James Wan, dopo essersi fatto un nome nell'ambito dell'horror, si era prestato a prove alimentari nell'action, e qui fallisce alla grande su tutta la linea. Va da sé che la componenete visiva del mondo sottomarino avrebbe dovuto farla da padrone, ma se questo luna park volgarissimo e carnevalesco piace al vasto pubblico, a questo punto mi chiedo che cosa ne avrebbe tirato fuori qualcuno come Baz Luhrman. Il barocco di Atlantide ferisce gli occhi e ricorda (in una versione povera, pessima e svilente) i giochi di estetica pop di Pierre et Gilles, al servizio di un'espressione artistica ben più nobile. Là era la cultura LGBT ammantata di preziosismi grafici. Qui abbiamo solo Jason Momoa che a ogni sequenza sembra stare pubblicizzando uno shampoo o un deordorante per maschi alfa. Questo quando non elargisce battute salaci che sembrano uscite da un film anni 70 di Terence Hill e Bud Spencer, che quello è il livello e molto probabilmente il redivivo target.

La pretesa da film epico naufraga sin dai primi minuti. Con l'ammorbante prologo servito con immancabile io narrante a corredo. Una storia di origini accennata, schematica, frettolosa, noiosa. I tempi e il modo di fare spettacolo cambiano, ok. Ma si auspica che si evolvano. Un tempo esisteva una cosa chiamata atmosfera e un'altra chiamata crescendo per costruire l'epicità. Semplicemente non puoi... NON PUOI in un film che dura DUE ORE E MEZZA, servirmi un prologo striminziti ed esangue con tanto di spiegone delegato alla voce fuori campo. Non puoi, CAZZO. E' semplicemente un insulto. All'estetica del cinema, alla narrazione, al fumetto, al pubblico...

Ah, sì. I giocattoli non si vendono da soli.

Sorvolando sul villain Black Manta, infilato nel film a forza senza ausilio di lubrificante alcuno. Personaggio cui è attribuita l'origine e le motivazioni più insensate che cinecomics abbia partorito, senza spoilerare, e consacrandole con una battuta del protagonista sotto finale che ti va venire voglia di prenderlo a sganassoni esattamente quanto e più della sua nemesi. Sì, a quel punto anch'io diventerei volentieri Black Manta e cercherei Aquaman per farne neonata fritta (che per di più neanche mi piace mangiare).

Il film distribuisce le sue carte in modo lento e soporifero saltando da un modello a un altro. In parte mi è sembrato di ritrovarmi a guardare gli orrendi Batman di Joel Scumacher, ma se non fosse abbastanza, andando avanti il film rivela parentele anche con il Flash Gordon di Mike Hodges del 1980. In molti punti arraffa pure da “Il viaggio fantastico di Sinbad”, bel film per ragazzi del 1973 con i trucchi di Ray Harryhausen (altro esempio di cinema “vecchio” da riscoprire a dispetto di questi strillanti neonati blockbusters). Attraversa tutto il franchising di Indiana Jones scomodando pure “La spada nella roccia”. E per concludere... Jason Momoa si dimentica di stare recitando Aquaman e si trasforma in Sandokan.

E qui ricordo la frase celebre di un mio amico negli anni 70, riferito ai propri figli davanti allo sceneggiato di Sergio Sollima: «Hai visto Sandokan? E' meraviglioso! Fa impazzire i bambini!»

Esatto. La frase più importante è proprio questa. Questo è il senso del minestrone. Questo è il senso del film. Questa è la virata, possibilmente vincente sul piano commerciale, della DC/Warner. I bambini gradiscono. I bambini applaudono. I bambini comprano i giocattoli.

E alla fine che cosa vuoi dirgli? Protestare perché il film ti annoia e ti fa sanguinare gli occhi?
Non è destinato a te, fattene una ragione. Noi lettori di fumetti dobbiamo rassegnarci. Questi prodotti non parlano con noi. Conclusa la fase pseudoadulta (in realtà solo depressa) dettata da una cattiva interpretazione della lettura nolaniana di Batman, la DC/Warner vince al botteghino scegliendo di parlare a una platea infantile. I nerd (e gli appassionati di comics) saranno anche stati sdoganati. La loro visione, un tempo di nicchia, è diventata cultura di massa. E così facendo è diventata oggetto di un mercato fuori controllo, inutile aspettarsi qualcosa di diverso. Giusto? Sbagliato? Come che sia è un dato di fatto. Inutile anche rammaricarsi. E' più triste intravedere la bellezza sfiorita di Nicole Kidman nascosta a stento da una chirurgia plastica che anziché aiutarla a restare giovane fa sembrare che nasconda le sue rughe sotto una plasticosa maschera trasparente. Vedere tanto dispendio di stars, di talento, di mezzi. E uscire dal cinema pensando che i problemi veri sono altri. E che questo film non è riuscito a farteli dimenticare neppure per dieci minuti.
Per quanto mi riguarda, questo è il vero fallimento.
E a fronte di questo, vedere padri di famiglia (non ragazzini, ma genitori ultratrentenni) che senza conoscerti trovano il tempo di venire a insultarti sul tuo profilo social, a dirti che non capisci un cazzo e sei ridicolo, perché hai osato criticare un film che loro hanno apprezzato, neppure gli avessi insultato la madre, è un fenomeno fottutamente inquietante.
Meditiamo.






mercoledì 26 dicembre 2018

"Christmas Evil" - You Better Watch Out (1980)



Christmas Evil” (noto anche con il precedente, più evocativo titolo di “You Better Watch Out”), è un piccolo film del 1980, inedito e ignorato dalle nostre parti, ma divenuto nel tempo oggetto di culto, guadagnandosi il plauso di personaggi abituati a sguazzare nel weird come il regista John Waters. Diretto da Lewis Jackson e interpretato dall'eterno caratterista Brandon Maggart (qui alla sua unica prova da attore protagonista, credo), “Christmas Evil” è la prima pellicola a inaugurare il filone dei Santa Claus assassini, cui sarebbe seguito il più celebre (e trascurabile) “Silent Night, Deadly Night” (slasher che avrebbe dato inizio a una vera e propria serie) e un nugulo di babbi rossovestiti impegnati a fare mattanza in quel della vigilia. Solo che “Christmas Evil” (“You Better Watch Out”) non è soltanto il capostipite. E' diverso. E' qualcosa di particolare. E merita una riflessione in più.


Il film prende spunto (così come quelli successivi) dai fumetti dei mitici “Racconti delle Cripta”, in cui la figura di Santa Claus fu più volte dissacrata da celebri storie horror. Non un adattamento, ma solo uno spunto, e per di più labile. Sì, perché sarebbe improprio definire “Christmas Evil” un film horror, per quanto i momenti disturbanti nella pellicola non manchino. Ci troviamo, in realtà, davanti a un film drammatico, introspettivo, con escursioni nell'orrore e nello splatter. Ma soprattutto davanti a una parabola oscura che fa della pellicola diretta da Lewis Jackson qualcosa di ambiguo e affascinante. Forse il film antinatalizio per antonomasia, o forse la più crudele difesa dello spirito delle feste che sia mai stata narrata.

Da bambino, Harry ha subito un trauma durante le feste di Natale. Niente di così terribile, in realtà. Dopo aver spiato l'arrivo in casa di Babbo Natale, impersonato dal padre in uno spettacolo a beneficio dei due figlioletti, lo sorprende a fare sesso con la madre con ancora addosso il costume rosso e bianco rimanendone profondamente turbato. Certo, il suo trauma oggi risulta eccessivo, ma il film per procedere non ha bisogno di questo. All'evoluzione di Harry non serve un (unico?) trauma scatenante per seguire il suo cammino di perdizione. Concluso il prologo, lo ritroviamo dopo molti anni, adulto e palesemente disturbato. Ci viene lasciata sottintendere una vita di solitudine e frustrazione, all'ombra di un fratello maggiore che non gli ha mai mostrato solidarietà e che lo percepisce solo con fastidio. Harry lavoro in una fabbrica di giocattoli ed è ossessionato dal Natale, ma soprattutto dalla figura di Santa Claus, con la quale ha sviluppato una forma di identificazione. Infatti trascorre il tempo spiando un gruppo di bambini (in modo totalmente casto), annotando in due libri i loro desideri, le loro attitudini e comportamenti. Le due liste dei bambini buoni e cattivi del mito diventano reali nella pratica annuale di Harry, che progetta di trasformarsi una volta per tutte in Babbo Natale. In fabbrica il rapporto con gli altri operai è al limite del bullismo. Harry non tollera che la festa più importante dell'anno sia oltraggiata, e la produzione di giocattoli destinati ai bambini per lui è sacra. La vigilia di Natale, Harry vestirà il costume rosso e bianco dei suoi sogni per distribuire doni ai bambini che ritiene meritevoli. Farà anche visita a un ospedale pediatrico portando gioia e ricevendo simpatie. Ma il mondo adulto, che guarda al Natale in modo prosaico e cinico, come sempre guasterà tutto. L'incanto di un Babbo Natale altrimenti gentile e dolce si incrinerà. E sarà un massacro.


Christmas Evil” è paragonato da qualcuno a “Taxy Driver” di Scorsese, e il personaggio di Harry a una sorta di Travis Bickle natalizio. Paragone forzato, in quanto sì, ci troviamo davanti a una discesa nella follia dettata da un delirio moralista, ma le somiglianze si esauriscono qui. Christmas Evil” è un film che possiamo definire antinatalizio in quanto porta in scena il lato più materialista del Natale (la speculazione, il consumismo) contrapponendolo al bisogno di magia di un'anima che tutto sommato è rimasta candida. Anche quando sconfina nell'omicidio, utilizzando giocattoli come armi letali, Harry dimostra una furia infantile, da bambino deluso che non vuole disturbato il suo rituale festivo. E le sue vittime, sono tutte pericolosamente antipatiche e irritanti. Il mondo adulto, irrimediabilmente corrotto, percepisce il suo costume da Babbo Natale come un giullare da schernire, laddove i bambini conservano l'approccio tenero e incantato al personaggio che Harry interpreta. Un mondo innocente al di là di ogni evidenza, rappresentato nella scena (la più inquietante del film) in cui un gruppo di bambini protegge il Babbo Natale assassino cui la città sta ormai dando la caccia, facendogli scudo con i loro piccoli corpi e persino disarmando gli adulti e consegnandogli le armi che questi volevano usare contro di lui.


Il raccapriccio suscitato da “Christmas Evil” va oltre il canonico splatter da film horror. E' psicologico e insinuante. Gli atti criminali compiuti da Harry sono realizzati con malinconia, in modo quasi candido. Intensa e tristissima la sequenza in cui Harry tenta di entrare in una casa in cui tutti dormono passando dal camino come farebbe Babbo Natale, ma rimane incastrato nella canna fumaria e si tira fuori con molta fatica, dolorante e sporco. L'archetipo del mostro di Frankenstein (con allusioni al classico di James Whale) braccato dai villici imbestialiti rivive in questa pellicola, dove il mostro (reietto, incompreso e bisognoso di aiuto) veste i panni di Babbo Natale. In un balletto etico in cui lo spettatore non è sicuro da che parte stare.
Il finale del film di Jackson ha fatto discutere, spiazzando il pubblico per la sua natura surreale e allegorica. Potremmo dire che è la chiusa perfetta alle buone intenzioni (e ai crimini) di Harry. Harry forse è davvero l'incarnazione di Babbo Natale. Non quello voluto dalla tradizione e dai meccanismi commerciali, ma dall'immaginario infantile, dolce con i buoni, severo con i cattivi, e comunque magico. Potremmo intendere “Christmas Evil” come una lettura metaforica e visionaria del monito evangelico: gli innocenti non vanno scandalizzati, o guai a voi. E concludere che il Natale è un sogno che appartiene all'infanzia, a dispetto della crudezza del mondo reale, e che le illusioni (i sogni) di innocenti piccoli e grandi andrebbero comunque rispettate, nella peggiore delle ipotesi come un atto di pietà, volto a concedere una tregua incantata dalla crudeltà della vita quotidiana.