giovedì 13 settembre 2018

A volte ritornano (a Palermo): "I LOVE MILINGO" RETURNS



I LOVE MILINGO. A volte ritornano. Beh, quasi. Ma sì, ritornano. Perché come scrive Thomas Mann, anche se il titolo è passato a qualcun altro "Faraone è sempre Faraone". E in questo caso, il Papa è sempre il Papa. Quindi sì. Ritorna a Palermo. E di nuovo ci troviamo in uno stato di semiassedio per la venuta dell'ospite illustre. Non posso sapere se ci saranno contestazioni, tentazioni di satireggiare, e se verranno messe a tacere come in quelnon troppo lontano 2010. Certo che è impossibile non ricordare quanto accaduto nella nostra libreria in corso Vittorio Emanuele. Quando ospitavamo la mostra "La Papamobile del futuro" (aimé, c'erano anche opere di Vincino esposte), organizzata dal collettivo Scomunicazione. Quel famigerato striscione appeso all'interno della vetrina di Altroquando, quel "I Love Milingo" che attirò l'attenzione delle forze dell'ordine, era parte integrante della mostra allestita all'interno della nostra bottega. In seguito all'irruzione della polizia (che ricordiamo, fu filmata da Salvatore Rizzuto Adelfio e subito resa pubblica in rete) le polemiche fioccarono. La frase "I Love Milingo" dirà pure poco. Non brillerà per arguzia, ma sintetizzava un semplicissimo "Io non ci sto". E tanto bastò a suscitare una repressione. "Io non ci sto... I Love Milingo. Uno slogan inventato lì per lì. Una rivendicazione al diritto di dissenso da parte di un gruppo di persone che non si riconoscevano in una città agghindata come un presepe, prona e adorante nei confronti del capo di stato straniero. Un dissenso innocente che evidentemente non trovava posto nella visione di chi dirigeva i lavori. L'intervento della polizia nella nostra libreria non fu fisicamente violento, ma le intimidazioni non mancarono (ci fu anche chi afferrò fisicamente i lavori esposti per la mostra con l'intenzione di smontare tutto e proferì minacce molto gravi quando ci mettemmo in mezzo). Il dissenso non doveva esserci, Palermo era cattolica e plaudente. E così doveva apparire.
Oggi, che il Papa torna a visitarci, forse è il caso di ricordare questi episodi. E confrontarci con un passato che rischia di essere presente e futuro. I LOVE MILINGO. Aldilà della storia del vero Milingo, al di là dell'uso tamarro della lingua inglese con tanto di cuoricino. Ricordiamo anche che non troppo lontano da noi, una famiglia aveva appeso un altro striscione. E quello riportava una frase del Vangelo: «La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!». Bene, fu prontamente rimosso anche quello con le medesime motivazioni.
Benvenuto, dunque, Papa Francesco. E anche se dubito molto che tu abbia voce in capitolo su questo genere di eventi, spero che stavolta si conservi rispetto e tutela per la libertà anche di chi dissente. Di chi spera in altro. Perché, vedi, nella nostra Palermo ormai è storia. E I LOVE MILINGO, oggi significa questo. Io non ci sto. Non ci sto a sentirmi ostaggio a casa mia.


mercoledì 12 settembre 2018

Rain Bus


Viaggiavamo su un autobus, discretamente affollato. Non che ci volesse molto. Era una di quelle vetture piccole, che danno l'idea di essere una specie di taxi allargato. Saremo stati una ventina di persone tra quelle in piedi e i passeggeri seduti. La vettura era vecchia e si vedeva. Non brillava certo per il suo lindore, e i segni del tempo non potevano essere ignorati. Il problema più serio lo dava il tetto del bus. Sfondato al punto di essere praticamente assente. Una vettura scoperchiata, un rudere prossimo alla rottamazione che nonostante tutto marciava e sembrava risoluto a fare il suo dovere fino in fondo. La pioggia battente era il vero dramma. Torrenziale, invasiva. Tanto che avrebbe potuto allagare il bus, se qualcuno non avesse pensato di incastrare un grande ombrello in quella volta sfondata che un tempo era stata il tetto della vettura. Un ombrello davvero grande. Insolito nel suo provvidenziale gigantismo, di colore giallino chiaro che lasciava intuire in trasparenza i colpi delle intemperie. La pioggia lo martellava duramente, ma noi eravamo al sicuro. Lo scroscio accompagnava il cammino del bus fermata dopo fermata, le rade gocce d'acqua che sfuggivano non erano sufficienti a incrinare la regolarità del viaggio. Dal canto mio, sapevo di dover scendere alla penultima fermata e ringraziavo la sorte per la presenza di quella sia pure raffazzonata protezione. Raggiungemmo infine la periferia. La vettura si fermò appena dopo l'incrocio e aprì le bussole per lasciare scendere chi era giunto a destinazione. Fu in quel momento che una signora di mezza età, bionda e dall'aria giuliva, agguantò il manico dell'ombrello. Lo chiuse con un gesto rapido sfilandolo dal telaio della vettura e scese dal bus sorridendo. Improvvisamente flagellati dalla pioggia furiosa, i passeggeri ancora in viaggio iniziarono a imprecare. Lo stesso autista s'era quasi piegato in due, curvo sul volante per sopportare il peso di quella scarica d'acqua cui non poteva sottrarsi a causa della sua incombenza lavorativa. Presto il bus prese ad allagarsi mentre i passeggeri in tumulto cozzavano vocianti l'uno contro l'altro. Una voce tentò invano di essere accomodante. «Che volete farci? L'ombrello era suo. Doveva scendere e basta.» Zuppo come un pulcino, mi rivolsi all'autista per chiedergli di avvisarmi quando ci saremmo avvicinati alla penultima fermata del tragitto. Il povero diavolo, fradicio a sua volta, annuì stillando acqua dai capelli mentre le dita livide stringevano il volante come il collo di una vittima che avrebbe amato strangolare. Il vecchio piccolo bus continuò il suo viaggio nella pioggia. Ecco i sogni che faccio. Ecco cosa succede ad addormentarsi ascoltando suoni ASMR con la pioggia.

martedì 11 settembre 2018

Conferenza al Palermo Comic Convention 2018 - Questa l'abbiamo già sentita!


Terrestri, il 14 Settembre prossimo sarò ospite del Palermo Comic Convention 2018. Sarò in giro per tutta la durata della fiera (che ha luogo dal 14 al 16), ma il primo giorno terrò una conferenza intitolata "Questa l'abbiamo già sentita!". Un'occasione per parlare di alcune delle più evidenti citazioni, imitazioni e in qualche caso spudorati plagi che il mondo del fumetto ha prodotto nel corso della sua lunga storia. Un duello durato molti anni soprattutto tra Marvel e DC, che insieme hanno prodotto una quantità di figli... bastardi e no. Potrete venire a trovarmi nell'area New Media alle ore 15:30 il prossimo 14 Settembre.

domenica 9 settembre 2018

Avere... quanti anni? Diciamo l'ergastolo e non se ne parli più!


Andando avanti con gli anni, mi convinco sempre di più che sono soprattutto i giovani a sentirsi "vecchi".
Forse sono fortunato, e soffro (per modo di dire) di una sorta di sindrome alla Benjamin Button. Sono nato con la testa di un vecchio amareggiato, e crescendo vado diventando un giovanotto appassionato e desideroso di mettersi in discussione. Certo, solo al livello psicologico, ma non si può avere tutto. Ascoltare giovani che pensano di essere entrati nella senilità a trent'anni, da un lato mi fa sorridere, da un altro mi irrita. Poi ci sono gli aspetti (seri) della società e quelli (in progress) che riguardano il mondo della comunicazione. Sulla piattaforma Youtube ho solo cinque anni, e periodicamente mi sento dire (o direttamente, dal piscialetto di turno, o indirettamente, da trentenni che stanno solo scegliendo strade diverse) che persone della mia età in quell'ambito appaiono soltanto patetiche. Che sono visti come dei poveri mentecatti e che inesorabilmente la mancanza di numeri sottrarrà loro l'ossigeno (sempre questi benedetti numeri che si direbbero essere il Baal dei millenials e che se restano sotto una certa soglia, sembrano pesare più di una scomunica).

Trovo questo atteggiamento decisamente miope e tristemente discriminatorio, soprattutto se arriva da chi ha studiato. Parliamoci chiaro, nel mio piccolo sono stato fortunatissimo. Oggi ho tanti amici giovani che mi coinvolgono nelle loro iniziative, che mi fanno sentire rispettato e dimostrano di avere piacere della mia compagnia. Io non modello il mio linguaggio pensando a un target preciso. Me ne infischio, faccio quello che mi pare. Parlo a chi ha piacere di ascoltarmi e amen. Come tanti recito lo stesso mantra. Non lo faccio per soldi (quali?), non lo faccio per lavoro (magari!). Non dico neanche di farlo "per passione", anche se ci starebbe. Lo faccio solo perché mi va. Perché la mia storia personale mi ci ha condotto, perché è una finestra attraverso la quale lanciare messaggi per sostenere altre iniziative nel mondo reale. Lo faccio anche perché sogno un mondo dove certi confini non esistano più. Dove il confronto tra generazioni non sia limitato da tabù ingombranti, e dove chiunque possa sentirsi accolto in un ambito comune e valutato in base ai suoi meriti. Non al suo genere, non alla sua età e chi più ne ha più ne metta. Non accetto di vivere in un mondo a "La fuga di Logan" che pone un limite burocratico (anche se solo virtuale) alle aspettative di vita e a ciò che si può fare. Anche questa è una forma di segregazione, di discriminazione, e in quanto tale va rifiutata e confutata. Per questo ringrazio chi accoglie in rete le persone un po' mature come me, ascoltandole, magari apprezzandole. E invito a una maggiore delicatezza, anzi, una maggiore ponderatezza tutti quei giovani che arrivati a una certa soglia non riescono semplicemente... a tacere su qualcosa che evidentemente non hanno ancora sperimentato. Perché esiste anche questo, e nessun dottorato ce lo può insegnare. A volte a crescere non è tanto la nostra età anagrafica. Più che altro è il nostro ego. E quello è un animale difficile da addomesticare. Riflettiamo su questo.

Lake Mungo



In queste sere di fine Estate, mentre il caldo, mio grande nemico, continua a posticipare la sua ritirata, sono tornato a dedicarmi a una delle mie passioni più inveterate: la visione di film horror, possibilmente scelti tra titoli poco noti e potenzialmente portatori di sorprese.

Eccomi dunque affrontare la visione di “Lake Mungo”, film australiano del 2008, inedito in Italia, ma del quale avevo sentito parlare solo bene. Il film è un mockumentary, cioè un falso documentario. Non un found footage, non un Pov. Siamo lontani dal concetto dei filmati amatoriali ritrovati per caso che narrano un'esperienza in prima persona secondo il modello di “The Blair Witch Project”. Qui siamo in presenza di un finto documentario fatto e finito. Composto da interviste, filmati di repertorio, vecchie foto, testimonianze, e – inevitabilmente, sì – anche qualche video amatoriale dalle immagini traballanti. La cornice potrebbe essere quella di un programma ascrivibile al giornalismo-spettacolo, ma senza la presenza di un anchor-man in video. “Lake Mungo” non esce mai dagli argini formali che si è imposto, e il suo ritmo è dilatato, costruendo il racconto una testimonianza alla volta, una scoperta alla volta. La storia è innescata dalla morte improvvisa di un'adolescente, Alice Palmer, che annega in un lago durante una gita con la famiglia. Già, di cognome fa Palmer. E il suo nome non può che far pensare a una citazione d'autore, e infatti è così. Tutto parte come un dramma familiare canonico, ma mentre genitori e fratello minore, affrontano il difficile cammino del lutto, in casa si comincia ad avvertire qualcosa di strano. Una presenza. Iniziano gli incubi. Gli improvvisi avvistamenti. E a un certo punto qualcosa si manifesta in foto e filmati...


Credo che “Lake Mungo” sia la più bella e terribile ghost story degli ultimi vent'anni. Un film che parte da un presupposto che più classico non si può per virare improvvisamente (con inattese sterzate da mal di mare) in territori che non ci si aspetta. In apparenza un piccolo film, tra l'altro abbastanza statico per lo stile documentaristico che adotta. Una narrazione fatta di parole, senza sangue né salti sulla sedia. Eppure, a visione completata, quando tutti i pezzi del puzzle sono andati al loro posto, ci si accorge di essere rimasti profondamente turbati. Lake Mungo” è davvero una strana creatura cinematografica. E' un dramma ed è un horror (ma anche un thriller psicologico) che alterna la marcia tra questi due generi mutando registro più volte. E' un film sul lutto, e sulle consolazioni che il paranormale in qualche caso potrebbe offrire. Ma è anche un formidabile esercizio di regia, che ammirato nella sua completezza si dimostra perturbante come poche altre pellicole. Una storia sul rapporto tra vivi e morti che nel finale (fortemente metaforico) comunica, insieme a una profonda inquietudine, una sensazione di tristezza devastante. Gli ultimi secondi di film, con le loro rivelazioni, inducono a riguardare alcune scene alla luce di una nuova consapevolezza. E notare quello che a una prima occhiata non si era visto, distratti da una regia maliziosa, fa davvero gelare il sangue. Se non fosse che a quel punto, a film finito, non si sa più se avere paura o piangere.



Il concetto di fantasma, inteso come archetipo del terrore, è da ricondurre sostanzialmente alla domanda “cosa c'è dopo la morte?”. La paura di incontrare qualcuno di trapassato, anche se un proprio caro, è quella di trovarsi in presenza di un gancio con l'aldilà. Qualcuno che in teoria potrebbe portarci con lui oltre quella soglia sconosciuta. La paura dei fantasmi è in realtà paura della morte stessa. E in “Lake Mungo” questo concetto viene ulteriormente affermato, con un twist agghiacciante e nello stesso tempo disperato che lascia lo spettatore con ulteriori domande sulla tragica morte di Alice.

E' anche un dramma sulla comunicazione tra familiari. Meglio, sulla difficoltà (o impossibilità) di comunicare e sulle sue nefaste conseguenze. Un dramma sulla solitudine dei vivi quanto dei morti, tra i quali potrebbe, in un certo senso, non esserci troppa differenza.

Lake Mungo” è un film bellissimo e strano. Sicuramente poco commerciale e di fruizione non facile per un pubblico generalista. Il fan horror di ultima generazione potrebbe non riuscire ad arrivare a metà pellicola, liquidandola come noiosa e priva di mordente. Sarebbe un gravissimo errore. Perché pochi film, sia pure solo dopo che i titoli di coda sono terminati, lasciano una tale sensazione di smarrimento. Se parliamo di orrore, orrore del quotidiano, orrore del vivere (e del morire), “Lake Mungo” è di sicuro un piccolo capolavoro.



domenica 2 settembre 2018

Batgirl: del sessismo e altri demoni



La storia, i cambiamenti culturali, sono tanti e possono essere strani. E certi episodi di oggi richiamano alla memoria episodi di ieri. A volte simili, a volte diametralmente opposti. Può capitare, nell'ambito del fumetto americano, pensando al personaggio di Batgirl. Protagonista, qualche tempo fa, di una polemica sorta in rete a causa della cover (ritirata in seguito alle accuse di sessismo) disegnata da Rafael Albuquerque che raffigurava Barbara (Batgirl) in balìa del Joker, intento a disegnarle il suo iconico ghigno sulla faccia. La copertina intendeva essere un rimando al classico racconto “A killing Joke” di Alan Moore, in cui il Joker storpiava l'eroina condannandola a una sedia a rotelle sulla quale sarebbe rimasta per molti anni. Dopo la sua guarigione e il rilancio della sua serie, Batgirl si sarebbe di nuovo confrontata con il terribile criminale, e tutti i suoi traumi sarebbero (come è normale che sia) riemersi. 

La cover di Albuquerque non faceva che sintetizzare questo, oltre a collocarsi in una tradizione classica di copertine supereroistiche che vedono l'eroe (o l'eroina) in difficoltà, spesso alla mercé di un avversario che appare vincente per ragioni di climax.
Nello stesso periodo, analoghe polemiche sorsero per uno dei poster pubblicitari del film “X-Men: Apocalypse” che vedeva il personaggio di Mystica (interpretato da Jennifer Lawrence) strozzato dal villain del film. I significati erano i medesimi di sopra. Le copertine degli albi di supereroi tendono a mostrare il protagonista (o alcuni tra essi) in seria difficoltà, per sottolineare la drammaticità dello scontro e la loro possibilità di perdere. Anche nel caso del poster promozionale scoppiò la polemica, e si sentì dire che istigava alla violenza sulle donne. Ma torniamo a Batgirl.

E' buffo ricordare come nel 1968, su “Detective Comics 371 (episodio pubblicato anche in Italia nei primi anni 70), Batgirl sia stata protagonista di una scena davvero ferocemente sessista. Passata inosservata tanto nell'America degli anni sessanta che da noi, dove gag del genere (aimé) tendono pericolosamente a riemergere. La situazione era classica. Batman e Robin stanno lottando contro un gruppo di criminali. I malfattori sono tanti e i due giustizieri rischiano di avere la peggio. Sopraggiunge Batgirl, ma... la sua tuta attillata si scuce e la donzella sconvolta si sente persa. Sulla copertina originale, Batman chiede esplicitamente l'aiuto della ragazza dicendo «Qui abbiamo un problema!». La risposta di lei lascia di stucco: «Ne ho uno più grande. Mi si è scucita la tuta!»


Pertanto, anziché correre i aiuto dei colleghi, la ragazza pipistrello si china a contemplare preoccupata la lunga smagliatura sulla sua gamba, flettendola come solo una star del Crazy Horse saprebbe fare. Il risultato (altrettanto grottesco) è la reazione dei maschi criminali, subito distratti dalle grazie della femmina (e infatti gridano: «Che gambe!»), e per questo sopraffatti dal dinamico duo.

L'episodio, realizzato da Carmine Infantino e Gil Kane, è davvero imbarazzante. E dimostra il suo contenuto sessista con una circolarità a suo modo esemplare. La storia si apre con un flashforward fuorviante (all'epoca era una pratica diffusa), cioè un anticipazione della trama in cui però le cose non andranno esattamente così (un po' come in certe copertine). Nella prima, emblematica, vignetta vediamo già Batman e Robin combattere contro i criminali, e Batgirl, in disparte, passarsi serenamente il rossetto sulle labbra mentre si guarda civettuola in uno specchietto. La didascalia di apertura recita così: “Quando una donna è una donna? In ogni momento del giorno e della notte. Persino Batgirl. Anche quando combatte il crimine, si preoccupa del suo aspetto.”

Quando l'incidente del costume strappato (e della rissa con i criminali) si sarà concluso, la pietra tombale sulla parità dei sessi sarà messa dai commenti di Batman.
«Stavolta la tua femminilità si è risolta a nostro vantaggio e a discapito dei delinquenti. E' stata una fortuna che il tuo costume si sia strappato proprio in quel momento.»


La storia si conclude con Barbara in borghese che ripensa all'accaduto, e ci rivela di avere strappato deliberatamente la sua tuta per distrarre i criminali e dare ai suoi alleati la possibilità di sopraffarli. Non è che la sostanza cambi molto. Anzi, conferisce epicità e ragion d'essere a fumetti successivi, esplicitamente grotteschi e provocatori come la Kekko Kamen di Go Nagai, la guerriera che nasconde il volto, ma mostra il corpo, combattendo nuda. Il sessismo di base si taglia con il coltello. Ma erano altri tempi. O forse no?

Da un lato oggi potremmo scandalizzarci nel vedere la donna guerriera troppo presa dalla cura del suo aspetto, o usare le sue forme femminili per confondere dei criminali evidentemente guidati solo dagli ormoni (che succedeva se tra questi c'era un gay, magari armato di pistola?). Da un altro, assistiamo a un'alzata di scudi causata da una copertina come quella di Albuquerque, in cui l'eroina subisce un trattamento paritario (peraltro già visto) con quello suoi omologhi maschili. E' paradossale considerare come alla fine degli anni sessanta, una descrizione decisamente inopportuna del personaggio sia passata inosservata (del resto erano quegli anni lì) mentre oggi, una lettura contestualizzata e codificata dell'eroe in tuta (sia uomo che donna) sia stata vista da alcuni come qualcosa da condannare.

Questa specifica polemica risale già a qualche tempo fa, ma è rappresentativa di un sentire che ultimamente riguarda sempre più spesso i comics americani, e soprattutto quelli supereroistici. Recentemente, in una storia di Superman su Action Comics, lo sceneggiatore Brian Michael Bendis, dopo un'onda polemica, è stato costretto a modificare il termine “autistico” usato da un villain per insultare un sottoposto. Ripulire il linguaggio dei personaggi negativi lascia perplessi, in quanto condurrebbe a un impoverimento delle caratterizzazioni. Ma evidentemente sta succedendo qualcosa. L'industria che produce certo fumetto sta cambiando e si adatta a un sentimento popolare indifferenziato che ormai, nell'era di Internet, trova ovunque bersagli cui mirare. Non si parla di politicamente corretto, espressione abusata e spesso confusa con scelte di marketing volte a catturare nuove fette di lettori (e spettatori) presso etnie un tempo poco rappresentate. Non c'entra neppure la cura del linguaggio, ma una trasformazione dell'intrattenimento influenzata dal megafono (democratico?) della rete. C'è da chiedersi se la rete non abbia dato forma (anche) a forme isteriche, che insieme ad altre logiche di mercato stanno plasmando l'industria del comics popolare come un prodotto per famiglie, anestetizzato e purgato da tutto ciò che può suscitare discussione.
E' solo un interrogativo, non un elogio del politicamente scorretto. Altra questione e altra etichetta, spesso a sua volta mitizzata.