martedì 13 maggio 2014

Addio, H.R. Giger



L'ennesimo detestabile coccodrillo. Così si chiamano, in gergo giornalistico, gli articoli scritti per commemorare la scomparsa di qualcuno. Hans Rudolf Giger è stato un pittore, uno scultore e un designer influenzato dal surrealismo. Prolifico e dotato di una personalità caratteristica che rendeva le sue opere inconfondibili. Proverbiale la contaminazione carne-metallo che è riuscito a rendere in modo plastico più di chiunque altro, superando i confini del mostruoso e regalando alle sue creazioni disturbanti qualcosa di molto vicino alla più pura forma di bellezza. Il pubblico generalista, però, lo ricorderà sicuramente per avere creato graficamente il mostro di Alien (realizzato meccanicamente da Carlo Rambaldi) e per avere ispirato l'intera estetica del capolavoro di Ridely Scott e di tutto l'universo narrativo che avrebbe fatto seguito al primo, fortunato film.
Se da allora, la parola alieno non è suonata più nello stesso modo, una ragione c'è. E quella ragione era proprio H.R. Giger. Qualcosa di alieno, Giger lo aveva sicuramente. Un linguaggio, il suo, che non era di questo mondo, capace di far scaturire sensualità da ciò che è per sua natura freddo, forse persino minaccioso. E di dare corpo all'angoscia e all'immensità che tutto avvolge. Insomma, un genio.

Signori... H. R. Giger (1940-2014).




lunedì 28 aprile 2014

Amazing?

Questa non è una recensione. Anzi, non si parla neppure del film. Giusto due parole... sulle recensioni di altri.
Perché in quasi tutti i commenti su Amazing Spider-Man 2: Il potere di Electro ci si preoccupa di sottolineare che NON C'E' SCENA DOPO I TITOLI DI CODA? Qualcuno mi spiega l'importanza epocale dell'evento. Quale immane trasgressione? Il tono di chi riferisce la cosa tradisce sempre una qualche delusione. Cos'è, un gadget irrinunciabile? Comunque sentir dire che la trilogia di Sam Raimi è sopravvalutatissima mi fa sentire vecchio decrepito. Ho visto succedere la stessa cosa con la musica degli anni andati, ma la vicinanza tra i due prodotti (e la gratuità dell'affermazione) rende lo scivolone ancora più marchiano. Ragazzi, è un argomento di poco conto, d'accordo. Sono cinefumetti, i gusti sono gusti e blabla, ok. Ma un minimo sindacale di oggettività non costa niente. Pensate alla caratterizzazione dei villains dei film di Raimi, Octopus su tutti, e sull'equilibrio tra dialoghi e azione (parliamo dei primi due film, non del pastrocchio che fu il terzo). Quel che è nuovo non è sempre migliore. Pensateci.



domenica 20 aprile 2014

Doctor Sleep di Stephen King


Diciamolo: Stephen King è uno scrittore non soltanto prolifico, ma addirittura incontinente, e questo non è necessariamente un pregio.

L'ultimo decennio non è stato clemente con il re dei romanzi horror, almeno per i lettori più scafati che lo seguivano già da tempo. La noia e i cliché erano diventati i suoi veri mostri, infestando le pagine di romanzi prescindibilissimi come L'acchiappasogni e lo zombesco Cell, per nominare alcuni dei passi falsi dell'ultima parabola narrativa dell'acclamato scrittore del Maine.
Stephen King, negli anni, si era andato rivelando un autore discretamente eclettico, in grado di proporre letture sempre meno legate al genere d'intrattenimento che lo aveva reso celebre e di scolpire affreschi romanzeschi di grande spessore, spesso abbandonando del tutto l'elemento spaventoso o sovrannaturale a favore di una maggiore profondità letteraria.

Il precoce matrimonio con il cinema, poi, aveva finito con l'influenzare non poco la sua prosa, a volte deturpandola in modo significativo. Per questo perle come Il miglio verde contengono pagine che stonano nella generale poesia dell'opera, quasi stessimo leggendo la descrizione in prosa di goffi effetti speciali visti sul grande schermo. Un'altalena che dura da decenni, tra romanzi che pur non collocandosi tra i grandi capolavori della narrativa restano nella memoria come cari compagni di strada e pastrocchi insipidi, presto dimenticati. Succede con gli autori di best sellers. La domanda sul ruolo più o meno esteso dei famigerati ghost writers è sempre dietro l'angolo, e mai, probabilmente, avremo una vera risposta. Omero esisteva? O l'Odissea l'hanno scritta in tanti?

Poi, anzi, prima, è venuto Shining. Il terzo romanzo di King in ordine di pubblicazione, e per molti versi il più famoso. Ma a quale prezzo?
Certamente la narrativa di King avrebbe finito col decollare a prescindere, ma non si può negare che quando viene sussurrata la parola Shining quel che viene in mente ai più è il film di Stanley Kubrik del 1980, e che è anche grazie a questa lettura cinematografica (ufficialmente sconfessata dall'autore del romanzo) che la popolarità di King ha ricevuto la spinta definitiva.

Le polemiche e i confronti lasciano il tempo che trovano. Shining di Stephen King è un romanzo discreto, piacevole, ma ancora acerbo, mentre il genio visionario di Stanley Kubrik era già al massimo del suo potenziale. La prosa, oggi invecchiata, del libro resterà sempre un passo indietro rispetto alla sintesi per immagini che azzera l'ovvio delle parole e mette le ali a emozioni del tutto indipendenti dall'opera originale. Kubrik, insomma, vinceva a mani basse. Ciò non toglie che (al contrario di quel che si sente dire) lo Shining letterario (dal quale il regista Mick Garris trasse una filologica miniserie televisiva negli anni novanta, sceneggiata stavolta dallo stesso King) abbia una sua ragion d'essere e rimanga la fonte di una mitologia paranormale che ha influenzato una quantità smisurata di fiction successiva in equilibrio tra i vari media. Se quasi nessuno, oggi, ricorda che Psycho nasce come un romanzo di Robert Bloch da cui Alfred Hitchcock trasse un incubo cinematografico indimenticabile, lo Shining letteraio si difende tutto sommato abbastanza bene, conservando la sua non indifferente schiera di affezionati lettori.

Ed ecco, dopo oltre trent'anni dalla pubblicazione del romanzo originale, arrivare Doctor Sleep, seguito di Shining, quello che l'autore in una nota si affretta a definire “il seguito della Vera Storia della famiglia Torrance”.
E... sopresa: Stephen King è tornato. Il King leggero, il King introspettivo e avventuroso, quello con meno pretese, ma capace di incastrare il lettore in una ragnatela di fatti e personaggi che acquisterà senso capitolo dopo capitolo. Insomma, Doctor Sleep è uno Stephen King che più classico non si può. E questo sì che vuole essere un complimento.

Perno del racconto è Daniel Torrance, quel bambino che fuggiva dalla furia di un padre alcolista caduto preda delle presenze demoniache dell'Overlook Hotel. Il bambino portatore dello shining, la luccicanza, come venivano definiti i suoi poteri paranormali (ma nella prima traduzione italiana era chiamato l'aura). Danny oggi è sulla quarantina, ed è ancora in fuga dalla terribile esperienza in cui il padre ha perso la vita e per poco lui stesso e la madre Wendy non sono stati fatti a pezzi. La vita non può essere facile per un portatore di shining, dono e maledizione nel medesimo tempo, che porterà Danny a vivere una serie di esperienze degradanti prima di trovare una parvenza di equilibrio e una vita più serena. Almeno finché la sua strada non si incrocia con quella di un'altra persona dotata di shining, qualcuno con cui condivide un misterioso legame, e che corre un pericolo non meno terribile di quello ch'egli stesso ha affrontato nella sua infanzia.

Doctor Sleep, per certi versi, arriva fuori tempo massimo. I racconti horror o semplicemente thriller che vedono per protagonisti individui dotati di poteri esp sono stati sdoganati e sfruttati ormai fino allo sfinimento. La televisione, soprattutto, con i suoi prodotti seriali ci ha abituato alle avventure mistico-noir di varie Medium e Ghost Whisperer, solo per citarne un paio. Ma non bisogna sottovalutare la carica nostalgica di Doctor Sleep, e il modo in cui riesce ad attingere al passato (le presenze diaboliche dell'Overlook, che non sono state esorcizzate definitivamente come credevamo) per usarlo in modo imprevedibile e inaspettatamente divertente.

I villain del romanzo, per una volta, non sono spettri né demoni, ma personaggi abbastanza inconsueti, parzialmente imparentati con i vampiri, ma legati alle persone dotate di shining da un inquietante rapporto di predatore e preda, come collocati in una catena alimentare paranormale. Figure pittoresche che devono qualcosa, per look e vezzi, ai clan familiari psicopatici del cinema anni settanta e di tutti i successivi epigoni (Non aprite quella porta e La Casa dei 1000 corpi). Figure quasi fiabesche, simili alle streghe e agli orchi dei racconti di Perrault, ma forniti di un carattere definito, persino vagamente simpatici quando ci si riesce a dimenticare per un momento dell'estrema crudeltà delle loro pratiche di sopravvivenza.

In definitiva, Doctor Sleep è un'avventura fantastico-orrorifica che gratificherà senz'altro il lettore appassionato di King. Al di là dei feticci, di quel che resta delle ombre dell'Overlook, dello shining e della parola REDRUM, Stephen King ci dona finalmente un nuovo romanzo che intrattiene, e paradossalmente culla il lettore con le sue trame inquietanti, mentre un pericolo atroce si fa sempre più vicino.

Inevitabile chiedersi come e quando Doctor Sleep sarà portato sullo schermo. Succede a tutti i libri di King e questo atteso seguito della sua opera più popolare non costituirà certo un'eccezione alla regola. Chiunque ci si cimenterà dovrà confrontarsi con dei dilemmi commerciali e tecnici di non poco conto. L'ingombrante ricordo dello Shining cinematografico che semina nella memoria dettagli che cozzano con la continuity di Doctor Sleep, e un sottotesto da fiaba nerissima che rende il racconto efficace sulle pagine di un libro, ma ad alto rischio di banalizzazione se adattato per immagini. Potremmo dire che in definitiva Doctor Sleep non conta tanto per quel che dice quanto per il recuperato fascino affabulatorio di uno Stephen King al meglio delle sue possibilità. Chi ha letto il suo Shining e lo ha amato, tornerà piacevolmente sul luogo del delitto, e scoprirà una storia completamente diversa, sia pure condotta dal medesimo filo rosso. Una galleria di personaggi che si possono amare, siano buoni o cattivissimi, come da bambini abbiamo amato anche Capitan Uncino o la Strega di Hansel e Gretel.
Questo, alla fine della fiera, è Doctor Sleep. Lo Shining dei nostri ricordi che getta la maschera e si rivela per quel che è sempre stato. Una paurosa, accattivante fiaba per adulti.


venerdì 11 aprile 2014

Dylan Dog: La morte puttana


Certo, arriviamo buon ultimi a parlare di Dylan Dog: la morte puttana, fan movie di Denis Frison già popolare da tempo sulla rete e tra gli appassionati dell'indagatore dell'incubo. Ha senso una recensione in più, un altro commento, peraltro privo di quei tecnicismi che competono a chi mastica di cinema più e meglio di noi?

Mettiamola così. Dylan Dog: la morte puttana è un fan movie talmente poco fan e così dannatamente movie, da meritarsi una visibilità ridondante, nella speranza che la cosa incoraggi esperienze simili e possano regalare a quanti amano fumetti e cinema altre belle sorprese.


Iniziare dall'informazione ormai scontata che questo lungometraggio a bassissimo costo riesce là dove Hollywood ha realizzato uno scempio assoluto, non può che essere il punto di partenza di qualunque osservazione sul lavoro svolto da Denis Frison e la sua squadra. Ne sono carburante sicuramente l'amore per il fumetto, la sua profonda conoscenza e la volontà di omaggiarlo quanto la libertà dalle logiche di mercato che spesso intrappolano il cinema in meccanismi che girano a vuoto. La natura “amatoriale” (e concedeteci, per una volta, le virgolette, che qui più che altrove hanno ragione di esserci) del prodotto, ha permesso a Frison di operare il miracolo proibito al cinema mainstream, e dare corpo e voce al personaggio di Groucho (interpretato da Walter Brocca), interdetto all'inutile film di Kevin Munroe per ragioni di copyright. Essere svincolati dalle proiezioni commerciali ha consentito, inoltre, di lasciare spazio alla fantasia dello sceneggiatore (lo stesso regista) per sintetizzare la maggior parte dei feticci che rendono il Dylan Dog cartaceo ciò che è: una mitologia horror-onirica densa di personaggi caratteristici, e di ammiccare ai grandi assenti dove lo spazio filmico avrebbe reso forzato il loro inserimento. E' così che finalmente respiriamo in un film quell'aria ironica e spiazzante, surreale e malinconica che il fumetto ideato da Tiziano Sclavi ha ormai collocato nell'immaginario collettivo. L'uso di alcune sequenze del Dellamorte Dellamore, di Michele Soavi, utilizzate con maestria un paio di volte durante il film, potrebbe far storcere il naso ai puristi, ma la verità è che centra il bersaglio in modo del tutto coerente, finendo alla resa dei conti con l'apparire una civetteria cinefila astutamente gestita (grazie anche al coinvolgimento del doppiatore Roberto Pedicini, che aveva prestato la voce a Rupert Everett nel film del 1994).


La sottolineatura di alcuni limiti formali, inoltre, fa de La morte puttana un vero e proprio esperimento di metacinema. Groucho, ci viene detto, indossa dichiaratamente baffi e sopracciglia finti (ma non ci sarà mai spiegato il perché) conferendo al personaggio un'ulteriore aura surreale. Questo più delle mille citazioni sparse a piene mani lungo tutte le due ore e dieci di film, che non peseranno al fan dylandoghiano tanto sono intense. Altra osservazione scontata e sviscerata sono i difetti fisiologici del lungometraggio, alcuni dei quali (a nostro avviso) emergono soprattutto nelle scene d'azione, concentrate per lo più nella seconda parte del film. Ma tutto questo lascia il tempo che trova. Infatti, se in gemme del trash (prodotte pure con soldi pubblici, come La croce dalle sette pietre di Marco Antonio Andolfi) errori e goffaggini compromettono l'intero film, affogandolo in una palude di comicità involontaria, nel caso de La morte puttana, la compattezza della sceneggiatura, l'attenzione alla maggior parte dei dettagli e la riuscita atmosfera, capace di clonare in massima parte quella del fumetto ispiratore, fa perdonare e azzera le naturali sbavature, certa recitazione approssimativa, e anche dialoghi a volte non proprio perfetti. Dylan Dog è presente con tutto il suo background, con la voce ossessiva di Groucho nelle orecchie a mitragliare assurdità, con le apparizioni della Morte e delle sinistre cantilene a lei dedicate, con gli amori improvvisi e improbabili, le scene di sesso, di incubo, e il progressivo sprofondare in un clima onirico dove le risposte non contano, ma dove prevale l'estetica e il sapore del sogno labirintico cui stiamo assistendo.
 

Girato tra Venezia (Dylan è in trasferta) e Londra, Frison e soci ricostruiscono la dimora di Dylan, gli spazi in cui è solito appartarsi per suonare il clarinetto e costruire il suo galeone. Il maggiolone, l'ispettore Bloch, la medium Trelkovski, gli immancabili zombi e altri comprimari, caratterizzati con diligenza, contribuiscono a fare de La morte puttana un bizzarro ponte tra fumetto, cinema e modo di intendere gli spettacoli da questi ispirati. Forse è addirittura spunto per una riflessione sul concetto di passione, su dove si trova il confine (qui molto sfumato) tra amatorialità e professionalità (Denis Frison è un giovane filmaker in piena evoluzione), ma soprattutto sulla qualità e la visionarietà quasi mai proporzionale all'estensione del budget.



Si è scritto anche che per guardare La morte puttana è meglio lasciare da parte lo spirito critico e godersi l'omaggio. Questo è in parte vero, ma suona anche un po' pedante. Superficiale persino. Quel che buca letteralmente il video nell'opera di Denis Frison (sceneggiatore, regista e interprete) è l'atmosfera stralunata, costantemente in bilico tra ironia e tristezza, orrore e commedia, che era molto difficile (per qualcuno impossibile) rendere in un film live action. Lo stesso Dylan Dog a fumetti non è esente da sviluppi confusi, scivoloni logici e formali, e ciclopiche ingenuità. Eppure con il passare degli anni, la serie ha finito col trasformare in caratteristiche vincenti ognuno di questi grossi nei. Così il film di Frison, ispirato a un tritatutto mediatico che frulla cinema, letteratura, altri fumetti e chi più ne ha più ne metta, sfoggia una sintesi concettuale che non può non incantare i fans della fonte cartacea. E scusate se è poco, visto che questo fan film è in grado di parlare alle viscere degli appassionati passando sopra agli ovvi limiti, come (aggiungeremmo) in questo caso è meglio che sia. Se c'era un caso in cui era necessario che i personaggi parlassero come in un albo della Bonelli (che non brilla quasi mai per dialoghi particolarmente sofisticati) era proprio questo. E ne riconosciamo i vezzi uno dopo l'altro, al di là del semplice «Giuda ballerino!» che ovviamente non manca.

La lettura di insieme alla base de La morte puttana è incoraggiante per chi si appassiona di letture cinematografiche e televisive del media fumetto. Un'idea generale di adattamento che lungi dall'essere una piatta copia carbone restituisce vitalità a un'icona popolare del nostro tempo mentre all'orizzonte si prospetta l'atteso rinnovamento annunciato da casa Bonelli. Un ottimo biglietto da visita per un giovane regista rampante che sicuramente farà ancora parlare di sé. Un ottimo intrattenimento che deve giustamente avere la precedenza, nel carnet dei fumettomani cinefili, su molte esangui pellicole di marchio estero con budget miliardari.

Consapevoli, dunque, di non aver detto niente che già non fosse stato scritto o declamato in rete, vi consigliamo la visione. E di tenere d'occhio Frison, che ne sta già combinando altre delle sue.