Palermo. Linea 103. Capolinea.
Come sempre, la vettura è quasi vuota.
Nel
prendere posto, incontro uno degli autisti che, in attesa di partire,
conversa con un giovane immigrato, forse indiano. I toni del discorso
sono rozzi, ma tra i due non c’è vera tensione. So dai viaggi precedenti
che il giovane è un passeggero abituale del bus, conosciuto dalla
maggior parte degli autisti che, di norma, lo trattano in modo
amichevole, sebbene paternalistico.
- Devi piantarla di addormentarti sull’autobus, capito?
- Ma... io... stanco...
-
Non importa, devi restare sveglio. Se me lo combini un’altra volta, ti
arriva una secchiata d’acqua. Poi non dire che non ti ho avvertito.
- Ma io... sonno...
-
Se dormi, e mi capita di fare una frenata brusca... Ti sfasci il muso
per terra, capito?! E la responsabilità è mia. Quindi non azzardarti a
dormire. Giuro. Se ti becco un’altra volta a russare, la doccia ti
faccio.
Dalla bussola aperta sale un nuovo passeggero.
Si tratta di una donna di mezza età, biondastra, dinoccolata, ben
vestita. Anche lei visibilmente assonnata. Si rivolge all’autista con un
marcato accento emiliano.
- Mi scuuusiii, dovrei andaaare al palaaazzo del reeeettoraaato. Lo Steri di Paleeermooo. Questa liiinea ci va, veeero?
L’autista esita un attimo. Tenta di rammentare dove si trovi esattamente il rettorato. Suggerisco istintivamente.
- E’ a piazza Marina.
La signora conferma.
- Mo siiì, è là deeevo andaaare.
L’autista sorride.
- Che vuole farci? Sono un po’ ignorante.
Torna
a conversare con il giovane indiano e a raccomandargli di non
addormentarsi. Il tono della conversazione si fa sempre più scherzoso.
Anche troppo.
- Non dormire, intesi. Io ti controllo. Lo vedo che stai per chiudere gli occhi.
- Cooome tra poooco farò anch’iiio.
A parlare è stata la signora del Nord. Si mette a sedere palesando torpore.
-
C’è un conveeegno allo Steeeri. Oggi dovrebbe finiiire. Mo sooono
stanca anch’iiio. Tra poooco potrei cadere addormentaaata come quel
ragaaazzo.
- E’ un bravo ragazzo, signora. E’
impiegato. Ed è sposino. Di giorno lavora. La notte fa... il suo dovere.
Mi sembra chiaro che abbia sonno. Ma tu non azzardarti a dormire, sai!
Nel caso della signora chiuderei un occhio. Perché è una turista... Ed
è un caso eccezionale... Ma tu non provarci...
- Ah! Mo da cooosa l’ha capiiiiiito che sooono una tuuuriiista.
Seguono
vaghi convenevoli, che ci spiegano che la signora è di Bologna, che si
trova a Palermo da qualche giorno per seguire un convegno medico. Si
parla delle attrazioni della città. La signora del Nord ha fatto un
piccolo tour con degli amici, ma è davvero assonnata e non sembra gran
che entusiasta.
- Sì. Ieri seeera a Mondello,
ovviameeeenteee. M’han fatto vedeeere questo, quest’aaaltro. Per
mangiare, ieeeri c’era il catering del conveegno. Mo staseeera nooo.
Andremo fuooori do qualche paaarteee.
- E cci piace a Sicilia, signò.
Brevissima, stranissima pausa. Giusto il tempo che ci vuole a un neurone per ruttare.
La sciura sbadiglia, stiracchiandosi sul sedile.
-
Le diiirò. Per meee... la Siciliaaaa... un terremooooto, un
mareeemoooto, ci vorreeebbe, che la facesse scivolaaare fino alle
coooste dell’Africa. Dovrebbe finire E RESTARE lì, la Siciiiiliaaa.
E’
seguito un istante di gelo. L’autista e io ci siamo scambiati un
rapidissimo sguardo fatto di sconcerto, imbarazzo e (almeno dal mio
punto di vista) disgusto. Ma la “signora” non aveva ancora finito di
farsi conoscere.
- A meee piacciono gli uomini che lavooorano. Non quelli che alle 14 hanno già finito e non fanno più un caaazzooo.
E
sì, perché la sciura biondastra, slavata, dinoccolata, ben vestita e
pure laureata, oltre ad avere becere uscite razziste, ha anche spesso il
cazzo in bocca. Pure un bel “minchia” a un certo punto fa la sua
comparsa sbarazzina su quelle impunite labbra dipinte.
- Perché quiii non faaate una miiinchia, e vi fooottete tutti i nooostri soooldi.
L’autista sogghigna. Si trova sul luogo di lavoro, deve pensarci bene prima di prendere di petto un utente del servizio.
- Emmm... Noi qui... lavoriamo tutto il giorno. Quindi... dovremmo essere a posto.
La
sciura fa spallucce e si dispone come se volesse davvero lasciarsi
andare e dormire durante il viaggio. Mi chiedo se è il caso di dire
qualcosa. Magari una battuta bruciante. Ma siamo ancora al capolinea, mi
tocca fare tutto il viaggio con questa creatura seduta vicino e non ho
nessuna voglia di far partire un dibattito che non porterà altro che
frustrazione. Però ho come un presentimento, gli sviluppi di questo
teatrino promettono di essere interessanti. Così scelgo di attendere, e
osservare. L’autista ha assunto un atteggiamento difficile da
decifrare. Sembra tra l’imbarazzato e il divertito, con una punta di
stizza. La butta sui luoghi comuni, ridacchiando.
- A
nuatri invece PIACCIONO le bolognesi, signò. Io ci avissi proprio
voglia di mangiare un beddu piatto di gnocchi alla bolognese. Ma dove
andare per trovarli buoni?
La “signora” ovviamente non ha dubbi.
- Mo a Bolooognaaa, mio caaaro.
Intanto
s’è fatta l’ora della partenza. Il bus si muove. Il giovane indiano
sta veramente per addormentarsi. La “signora” non è da meno. Presto
socchiude gli occhi. Mi scopro a pensare che non le ho visto obliterare
il biglietto. Certo, potrebbe essere abbonata, o avere in borsa un
ticket ancora valido da una precedente corsa. Eppure chissà perché la
sua stucchevole volgarità di leghista impudente mi fa attendere un colpo
di scena. Uno sviluppo ideale. Qualcosa che darebbe un senso al mio
silenzio, alla mia attesa cinese per le sorti del nemico e allo
stomachevole frangente tutto.
Attraversiamo il centro.
Superato il Teatro Massimo, un sonoro: “Buon pomeriggio, signori”
segnala l’ingresso in vettura di due controllori. Durante il tragitto,
il 103 non si riempie mai molto, e il controllo si svolge rapidamente,
in questo caso senza incidenti. Almeno finché la sciura non riapre gli
occhi, si rizza a sedere, e comincia a frugare nella borsa in modo
convulso.
- Mooo tu guaaarda! Non trooovo piiù il miiio biglieeetto. Mo le assiiicurooo. Sono saliiita poooco faaa.
Bugia.
La rea colta in fallo cerca istintivamente la connivenza dell’autista.
- Mi ha visto, lei, mentre faceeevo il biglieeetto.
Altra bugia.
L’autista,
senza togliere gli occhi dalla strada, accenna un vaghissimo, assenso
(si suppone per generico cavalierato o per l’ancor più generico modus
palermitano:
“Iu un sugnu spiuni”). Ma mentre la “signora”
continua a cercare nella borsa e a lagnarsi per aver perso il biglietto
appena fatto, lui sogghigna, agita la mano destra tenendo dritti indice
e pollice, e sospira: “Un ci l’avi”.
Non resisto. Mi accosto all’autista. Lui intuisce cosa sto pensando e mi rivolge un sorriso sardonico. Gli bisbiglio:
-
Giusto per sfogarmi... Per lei la Sicilia dovrebbe scivolare fino
all’Africa... Ma viaggiare sugli autobus di Palermo, senza pagare
biglietto come un immigrato nullatenente, sembra le piaccia.
I
controllori hanno chiesto alla “signora” di esibire un documento e
stanno già redigendo il verbale per emettere la multa (salata) che tocca
ai passeggeri trovati sprovvisti di biglietto. Mi scopro a pensare che
è un toccasana, per una volta, vedere applicare la procedura a questa
stronza invece che a uno dei soliti extracomunitari. Il controllore più
giovane ha notato il mio scambio di battute con l’autista e gli prende
la fregola di inquisirmi.
- Qual è il suo problema?
- Nessuno, pensi un po’.
- No, mi dica. Vuol parlarmi di qualcosa?
E’
chiaro che l’amico ha interpretato il mio rivugghio come insofferenza
nei confronti del controllo (in realtà, per una volta, mi trovavo a
godere di un piacere sadico nel vedere multare qualcuno).
Dal posto di guida interviene l’autista.
- Niente di serio. Io e il signore avevamo un discorso aperto dal capolinea.
- Ah, ok.
Il
giovane sceriffo si fa finalmente persuaso che non sono un pericoloso
oppositore del sistema. Si scusa e torna a occuparsi della “signora”.
-
Con la ricevuta della multa, signora, può viaggiare. Se dovesse, più
tardi, ritrovare il biglietto, potrà contestare la contravvenzione.
- Mooo siiì, graaazieee.
Era chiaro che non avrebbe potuto.
A
pochi passi dallo Steri, e dal convegno di medicina cui quella
caricatura laureata era diretta, scendo sentendomi un po’ più leggero.
Giusto un pochino.
Trovo la dinamica di questo episodio
drammaturgicamente esemplare, neppure fosse stato un copione scritto
per uno sketch satirico. Il razzismo è sempre sintomo di un infimo
livello intellettuale, e questo a dispetto di qualunque teoria o orpello
ideologico voglia ammantarsi. La sciura bolognese di cui sopra era
probabilmente un’elettrice della Lega Nord, ma questo non è sufficiente a
qualificare né il suo personaggio né lo spettacolo miserrimo che ha
offerto su un autobus di Palermo. Performance, didascalicamente
introdotta dal greve prologo che aveva visto come protagonista un
giovane immigrato.
Si può essere leghisti... O
meglio... Va bene! Non capisco fino in fondo come si possa esserlo, OK,
lo ammetto. Ma diciamo che posso concepire l’esistenza di una visione
politica opposta alla mia. Eppure qui, parlare di orientamento politico
non basta. La battuta sul terremoto e il provvidenziale slittamento
della Sicilia lontano dall’Italia, starebbe bene recitata tra bifolchi
in un’osteria del Nord. Qui è una signora (docente o ricercatrice
universitaria) in terra di Sicilia, che rivolgendosi agli autoctoni non
frena il suo rigurgito razzista, intavolando una conversazione che non
solo esprime un capacità di elaborazione perlomeno rozza, ma
soprattutto una maleducazione di proporzioni costernanti. Per non
parlare dell’idiozia di fondo di chi ritiene di essere
toco lasciando libero di spurgare senza selezione qualunque liquame stia ribollendo nell’angusto spazio della sua testa.
Ma
parliamo del biglietto... Quel biglietto assente, non pagato e non
obliterato, che è costato una multa a questa fine pensatrice. Quel
biglietto assente che tanto spesso causa guai (contravvenzione,
identificazione in polizia, pubblica umiliazione) a tanti immigrati.
Anche se tecnicamente in difetto, in molti casi è lecito pensare che
alla base del mancato pagamento da parte di certi individui ci sia una
realtà di miseria, un lavoro sicuramente in nero e un goffo tentativo di
risparmiare sulle piccole spese, come il biglietto del bus, appunto.
Chi ruba per fame e chi per capriccio, forse andranno inevitabilmente
incontro alla stessa sanzione legale, ma non certo allo stesso giudizio
morale. Di sicuro, non il mio.
Non accetterò mai di
mettere sullo stesso piano extracomunitari in palese difficoltà e
italiani benestanti. Gente come questa dinoccolata, annoiata e razzista
dottoressa bolognese, che si risciacqua la bocca sentenziando sulla
Sicilia e sui suoi ignavi abitanti, per poi non pagare il biglietto,
incappare nel controllo, far scena e cuccarsi una meritata multa.
Esattamente come uno dei tanti immigrati, quotidianamente sorpresi e
puntualmente sifonati dagli impiegati dell’azienda.
Una
figura di merda. Esemplare nella sua boriosa condotta, che sfoggia una
svenevole superiorità culturale per poi cadere rovinosamente con il
culo per terra, dimostrando di spregiare le regole, e di saper mentire
anche davanti all’evidenza, come un autentico pezzente.
Negli
studi antropologici, insegnano a usare la parola etnocentrismo.
Termine che indica un atteggiamento che il sociologo o lo studioso di
tradizioni popolari deve assolutamente evitare. Quello di rapportarsi ad
altre etnie usando come strumento di paragone il proprio retaggio
culturale, istintivamente vissuto come il migliore possibile. Un
sinonimo neutro per indicare un concetto molto prossimo a quello di
razzismo. Peccato che al giorno d’oggi tanta gente frequenti
l’Università, consegua dottorati e intervenga a convegni, conservando un
tale livello di arretratezza e volgarità. Qualcosa che dovrebbe
ricordare a noi italiani del Sud e del Nord, che potrebbe bastare
spingersi non troppo lontano per sentirci apostrofare nel medesimo modo
riservato agli immigrati che arrivano nel nostro paese.
Tutto
sommato ci andrei anche a vivere in Africa. Restare solo con gli
italiani... con certi italiani, può essere davvero dura. Adesso ho
capito perché nel sentire la sciura snocciolare le sue stronzate mi ha
causato una paralisi delle corde vocali.
Per certe cose non
esistono parole. Lo aveva capito ed espresso molto bene lo scrittore
marocchino Tahar Ben Jelloun, nel suo libro
“Il razzismo spiegato a mia figlia” (Le racisme expliqué à ma fille), con le parole conclusive di quel bellissimo romanzo-dialogo affidate alla voce innocente di una bambina di dieci anni:
«Adesso dirò una brutta parola, papà. Il razzista è un porco.»
«Non è una parola abbastanza brutta, figlia mia.»