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giovedì 24 agosto 2017

Dylan – Dream of the Living Dead


C'è poco da fare. Sembra che Dylan Dog sia destinato a vivere più nei sogni e negli sforzi dei fans, con tutti i limiti del caso, che in una grossa produzione televisiva e cinematografica. Inutile continuare ad accanirsi contro il pessimo film statunitense con Brandon Routh. Quello semplicemente... non era Dylan Dog. Ancora meno di quanto Ben Affleck fosse Daredevil nel film del 2003 e in seguito Batman nel controverso “Batman v. Superman”, diventato ormai un vero e proprio simbolo dello snaturamento possibile nel passaggio dalla carta allo schermo.

Ricordiamo anche che una trasposizione “ufficiale” risente di una serie di paletti legali. Le norme sul diritto d'autore variano da paese a paese, e in America la “maschera” di Groucho Marx non può essere riprodotta senza sborsare una cifra astronomica. Ragione per cui, il personaggio è stato rimosso dal film in cui Routh interpretava un “omonimo” del personaggio creato da Tiziano Sclavi.

Uno scoglio simile hanno dovuto affrontarlo (anzi, circumnavigarlo) la crew austriaca che ha prodotto “Dylan - Dream of the Living Dead”, un mediometraggio – anche questo senza scopo di lucro – che si propone come un possibile Pilot di una serie. E' stato infatti necessario modificare i nomi e alcune caratteristiche dei personaggi principali per non incorrere in spiacevoli incidenti legali. Ma le varianti non pesano (anzi, alcune sono pure divertenti e riescono a farsi accettare con simpatia), e l'atmosfera generale riesce a rendere con grande rispetto la “mitologia” dell'indagatore dell'incubo, anglosassone per scelta narrativa, ma di anima italianissima.



Dopo “La morte puttana” di Denis Frison, “Il trillo del diavolo” di Roberto D'Antona e “Vittima degli eventi” di Claudio Di Biagio e Luca Vecchi (cui si aggiungono tanti altri esempi amatoriali meno noti), ecco dunque questo ulteriore omaggio a un'icona fumettistica che, sebbene la sua vita editoriale stia patendo il fisiologico invecchiamento e gli immancabili lifting, resta e resterà stampato nell'immaginario di molti lettori di più generazioni. Dylan Dog, come recitava uno strillo pubblicitario della stessa casa Bonelli tempo fa, è ormai un mito moderno.

Il regista Kevin Kopacka e la sua squadra dimostrano una profonda conoscenza della materia che affrontano (Kopacka firma anche i divertenti dialoghi insieme con Alex Bakashev) e la scelta non si discosta (giustamente) da quella fatta dai fimaker italiani che si sono già immersi nel mondo di Dylan. E cioè dall'intento di creare una sintesi del suo universo, condensando in un tempo limitato personaggi, citazioni, scene iconiche, e il surrealismo che permette di rompere ogni logica e avventurarsi nel territorio della fantasia più sbrigliata. Insomma, il Dylan Dog più classico. Anche se qui è chiamato Dylan Dawn. Anche se Groucho (che non è Groucho) è un attore asiatico (ma in qualche modo riesce a essere Groucho lo stesso), Bloch è tutto sommato Bloch, e la Trelkovsky...

No, questo è meglio che lo scopriate da soli. Noi abbiamo trovato questa lettura fottutamente divertente e azzeccatissima.

I precedenti fanmovies avevano i loro pregi e difetti. Chi più chi meno. “La morte puttana” era un grosso sforzo produttivo per un'opera amatoriale, che riusciva a inanellare una quantità di citazioni, e sostanzialmente vedeva il suo neo più grande in una durata forse eccessiva. “Il Trillo del Diavolo” era un'opera più breve e diversa. Riuscita, ma che forse sacrificava troppo la componente ironica al gusto estetico. Un discorso a parte meriterebbe “Vittima degli eventi”, progetto che si proponeva (anche in quel caso) come pilota di una serie di cui, allo stato delle cose, non si ha notizia. Anche in quel caso il lavoro svolto puntava alla sintesi di icone e atmosfere, sebbene la trasferta romana di Dylan non riusciva a convincere del tutto.


“Dylan – Dream of the Living Dead” accentua la componente onirica e “meta” presente negli esperimenti precedenti. Potremmo anche dire che la esaspera (in senso positivo) e produce un piccolo incubo fumettistico di trenta minuti dove non conta quello che viene narrato, ma il modo in cui lo si narra. E' probabile che il trend contemporaneo dei cinecomics miliardari induca molti lettori di fumetti a storcere il naso davanti al budget contenuto e a certe soluzioni artigianali. Ma torniamo al punto di partenza. Il cinema, i professionisti, non hanno certo mostrato di saper fare di meglio. E per un vecchio lettore italiano calarsi, sia pure per poco, nelle classiche suggestioni ideate da Tiziano Sclavi, in un racconto composto da un intreccio di incubi, morti viventi e continue citazioni può essere molto piacevole. Gli attori se la cavano in modo più che diligente, i dialoghi sono ben confezionati. E... quel prologo? Pochi minuti che già contengono buona parte del mondo dylaniato. Dylan e Groucho, quelli “veri”, che non vediamo in faccia mentre si preparano a guardare questo inusuale prodotto austriaco che li riguarda, i loro commenti, le loro allusioni... colgono già tutto quel citare e la volontà di ibridare i codici che è stato alla base del successo del fumetto di Sclavi nell'ormai lontano 1986.

Forse qualche omaggio alla cultura italiana può risultare ingenua (ma neppure tanto, dopotutto). E non è affatto male sentirsi rappresentati dal ricorso a uno dei nostri massimi cantautori (ed evitiamo spoiler). Insomma, “Dylan – Dream of the Living Dead” è un mediometraggio amatoriale godibilissimo, visibile su Youtube con sottotitoli in italiano, che merita di vedere premiati i suoi sforzi. Se non altro con un sonoro applauso di incoraggiamento e l'augurio di fare sempre meglio. Non è detto che il destino di Dylan Dog sia in una serialità live action. Possibilmente è meglio accontentarsi di one shot che ne riassumono la poetica e le suggestioni. Parere personale, ovviamente. Poi è tutto da vedere.

Complimento, intanto, a Kevin Kopacka e ai suoi collaboratori per il gradevole lavoro svolto. Vedere appassionati così creativi con i loro poveri mezzi, scalda il cuore.
Vi pare poco, Giuda ballerino?!

sabato 8 ottobre 2016

Trent'anni di Dylan Dog: Mater Dolorosa


Trent'anni, sentirli tutti e andare comunque avanti. Potrebbe essere lo spirito giusto. Anche per Dylan Dog. Una veloce riflessione sulla festa di compleanno organizzata per l'indagatore dell'incubo da Roberto Recchioni e Gigi Cavenago: Mater Dolorosa (No Spoiler).

mercoledì 21 settembre 2016

Quando le Sirene avevano l'uccello...


Voi lo sapevate, vero? E mi lasciavate nella mia ignoranza. Le Sirene: un mito molto più sfaccettato di quanto credessi. Da Omero ad Andersen e a Rumiko Takahashi. Un canto lungo secoli. 
Per inciso: "Quando le donne avevano la coda" era un film commedia fantasy del 1970 per la regia di Pasquale Festa Campanile su sceneggiatura, tra gli altri, di Lina Wertmuller. Il soggetto di questa commedia preistorica era nientemeno che di Umberto Eco. Non si finisce mai di imparare, e di scoprire peccati di gioventù. Ma qui si scherza, e quando si può si divulga. Le Sirene sono un'icona che arriva fino a noi da più culture. E le loro caratteristiche non sono da dare per scontate...

domenica 21 giugno 2015

Dylan Dog o dell'immaginario panico (su Calaméo)


Di tempo ne è passato. E Dylan Dog è entrato nella sua tanto discussa "Fase 2". Qui proponiamo un passo indietro. Uno di quelli che si fanno davanti ai quadri per poter vedere meglio e cogliere tutti i dettagli. Correva il 1993. Il sottoscritto frequentava l'università e il corso di diploma universitario in giornalismo (istituito presso la facoltà di Magistero, non ancora ribattezzato Scienza della Formazione) muoveva i primi timidi passi, prima di trasformarsi in un corso ben più lungo ed elaborato: quello in Scienze della Comunicazione. Ciò non toglie che fosse possibile divertirsi. Soprattutto con le materie sociologiche, se affidate a docenti anticonvenzionali e aperti come la duttile e preparata professoressa Pina Lalli. Fu così che iniziò il mio cammino di analisi sociale dei fumetti. Una relazione che qualcuno a suo tempo si offrì (in modo vano) di pubblicare, e che oggi Calaméo vi mette comodamente a disposizione. Questo è quanto pensavo e scrivevo negli anni novanta a proposito dell'indagatore dell'incubo. Questo è quanto discussi in sede di esame di Sociologia della Comunicazione. E questo è quello che ha portato al recente video (che affronta anche le recenti evoluzioni del personaggio) sul canale Youtube di Altroquando.
Buona lettura, Giuda ballerino!





domenica 15 febbraio 2015

A Killing Joke - un corto di Claudio Di Biagio


Dopo l'exploit di Dylan Dog: Vittima degli eventi, mediometraggio dedicato all'indagatore dell'incubo di casa Bonelli grazie al supporto dei fans attraverso le dinamiche del crowdfunding, e molto dopo l'esperimento (interrotto) della web serie Freaks!, Claudio Di Biagio (Non aprite questo Tubo) continua sulla strada che ormai è dichiaratamente la sua via maestra. Affermare il suo talento di filmaker e l'abilità della crew che collabora alle sue opere. Ecco quindi arrivare su Youtube A Killing Joke, un corto (cortissimo) liberamente ispirato al celebre fumetto firmato da Alan Moore e Brian Bolland. Il breve video non pretende di adattare la trama dell'opera di Moore, ma si limita a inscenare tramite un montaggio espressivo e un ritmo incalzante la famosa “barzelletta” con cui il Joker, nel finale, suggerisce a Batman che dopotutto tra loro due non c'è molta differenza. Sono entrambi pazzi da legare. Ed così che il Joker ci viene mostrato. In ceppi, contenuto in una camicia di forza. E, a sprazzi, con la sua tenuta d'ordinanza, con tanto di papillon, per sottolineare l'atmosfera onirica e allucinata in cui il breve monologo è calato. Claudio Di Biagio stesso presta la sua mimica mefistofelica al protagonista, mentre la voce recitante è di Mattia Giuseppe Tassar. Il make up che trasforma Di Biagio nella nemesi dell'Uomo Pipistrello è invece opera di Francesco Sanseverino.



Che dire? Che si tratta di un esercizio di stile davvero egregio. Breve, com'è giusto che sia una prova tecnica. Tagliente, come la voce di Tassar, veramente bravo, e che buca il video con la presenza di Di Biagio che qui si mostra (a parer nostro) in una delle sue migliori performance. La sua fisionomia già di per sé giullaresca (e già abbondantemente sfruttata altrove, dando vita a personaggi beffardi al limite dell'urtante, vedi Freaks!) trova in questa prova fulminea la sua dimensione ideale. La “maschera” di Di Biagio è probabilmente fatta per sposare i make up che ne fanno risaltare i tratti sardonici, e non ci dispiacerebbe vedere in futuro altre prove come questa.

Un bel, piccolo lavoro che, senza particolari pretese, dà contezza dell'evoluzione tecnica della ciurma guidata da Di Biagio. Una chicca imperdibile per tutti i fans di Batman.

giovedì 6 novembre 2014

Dylan Dog: Vittima degli eventi

 

C'era molta attesa per Dylan Dog: Vittima degli eventi, mediometraggio diretto da Claudio Di Biagio (Non aprite questo tubo) e sceneggiato da Luca Vecchi (ThePills, qui anche nelle vesti di interprete nel ruolo fondamentale di Groucho) con la collaborazione alla fotografia di Matteo Bruno (Canesecco). Due fortunate campagne di crowdfunding e il coinvolgimento amichevole di due attori di alto profilo (Milena Vukotic e Alessandro Haber), hanno portato alla nascita di questo ulteriore fanmade dopo i fasti (sia pure relativi a un circuito indipendente) di Dylan Dog: la Morte Puttana di Denis Frison e Dylan Dog: il Trillo del Diavolo di Roberto D'Antona. Un'attesa ulteriormente almpificata dall'operazione di rilancio del Dylan fumettistico a opera di Roberto Recchioni, ringraziato, tra i molti altri, nei titoli di coda come preziosa fonte di consigli. Sembra, insomma, che al di là di ogni esito oggettivo, il personaggio di Tiziano Sclavi si stia godendo una fase di rinnovata attenzione, e il fanmade di Di Biagio non poteva uscire (in modo totalmente free, liberamente visionabile sul canale Youtube TheJakal) in un momento più propizio.


Dopo averlo atteso, dopo averlo visto (e apprezzato), cosa resta da dire. Cosa, dopo il clamore già suscitato in rete? Francamente, ripetere che il film firmato da Di Biagio e Vecchi (come già i due fanmade che lo hanno preceduto) vinca a mani basse sullo scempio statunitense di qualche anno fa, suonerebbe davvero ripetitivo e stucchevole. E poi, per dire pane al pane e vino al vino: fare di meglio rispetto al film di Kevin Munroe con Brandon Routh non è la più difficile delle imprese per chiunque mastichi un po' di tecnica cinematografica. Quindi basta confronti. Il film cinematografico di Dylan Dog non è mai esistito veramente, in quanto la pellicola hollywoodiana non lascia appigli neppure ai cultori del trash nella sua assoluta inutilità e inconsistenza.

Proviamo a fare una riflessione un po' diversa. Non controcorrente, solo diversa. Il mediometraggio di Claudio Di Biagio sta mietendo consensi in rete, e questi sono sicuramente in larga parte meritati. Di Biagio, come anche Matteo Bruno (già segnalatisi per attenzione e competenza con la web serie Freaks!) si dimostrano delle promesse del cinema italiano da tenere d'occhio. Il loro Dylan Dog è differente da quello di Frison come da quello di D'Antona. Un Dylan Dog a suo modo rivisitato senza troppi ma e senza troppi perché. Nel film, interamente ambientato a Roma, incontriamo l'indagatore dell'incubo che conosciamo, con il suo nome straniero e i suoi vezzi britannici. Non c'è dato sapere perchè. Il suo studio si trova là, Dylan non è in trasferta come nella Venezia de La Morte Puttana. Sorvoliamo sulle banali questioni legate al budget, in questo caso un po' più consistente rispetto agli esperimenti passati. Di Biagio e Vecchi se ne sono allegramente fottuti, e hanno collocato Dylan in una dimensione surreale, dove geografia e spaziotempo non contano una cippa. Non conta l'appellativo old boy, usato da un ispettore Bloch che più italiano non si può, interpretato da un Alessandro Haber non fuori parte come potrebbe sembrare a dispetto del look fuori contesto (probabilmente dovuto ad altri impegni contigenti dell'attore che non avrà potuto rinunciare alla barba). Notevole la partecipazione della Vukotic nella parte della medium Trelkovsky, qui forse più maga che sensitiva... ma chi se ne frega? La performance dell'attrice è molto suggestiva e potremmo considerarlo il fiore all'occhiello dell'intera operazione.


Il film è formalmente riuscito e si eleva, per quanto riguarda il comparto tecnico, decisamente al di sopra delle pur lodevoli esperienze precedenti. La fotografia di Matteo Bruno è impeccabile, gli effetti visivi efficaci. Meritevole il lavoro di interprete di Luca Vecchi, un Groucho molto più calibrato di quelli visti in precedenza. Vecchi si è palesemente andato a studiare la mimica del vero Groucho Marx e la ripropone con grande verve, regalandoci un Groucho superlativo soprattutto per la presenza scenica. Valerio Di Benedetto, che interpreta Dylan, ha indubbiamente il physique du rôle, né gli manca il talento, sebbene la sua recitazione sia ancora suscettibile di qualche miglioramento. Il suo Dylan, però, magari più per vincoli di sceneggiatura che per interpretazione, si discosta a larghi tratti dalla controparte bonelliana, manifestando atteggiamenti forse fin troppo hard boiled. Non parleremo qui della trama, degli incubi, delle scene oniriche e del finale surreale (a suo modo un colpo da maestro) e fortemente citazionista. Spendiamo invece qualche parola sul concept e sul senso generale da dare all'operazione che, ricordiamolo, rimane un (riuscito) esercizio di stile al servizio del fandom. Qui veniamo... non alle note dolenti, ma al cuore del discorso. Il mediometraggio funziona, e sicuramente conquisterà il cuore della maggior parte degli appassionati se non la loro totalità. Il discorso, da cinefili, è un altro. La domanda da porsi è differente. Oltre l'estro, il talento della crew che realizza questi fanmovie e il livello di qualità raggiunto... c'è veramente posto per Dylan Dog al cinema (o comunque in un media live action, quale che sia)?


Proviamo a formulare il quesito in un altro modo: è davvero possibile tradurre l'universo narrativo di Dylan Dog in un codice mediatico differente dal fumetto che possa avere dignità autonoma, e non limitarsi a essere un prodotto (sia pure ben realizzato) che gratifica l'amore dei fans citandone feticci e tormentoni? Per carità, è chiaro a tutti che parliamo di mero intrattenimento e non di chissà quale ricerca artistica, ma chiederselo è lecito. Dylan Dog è un fumetto che nasce facendo del citazionismo e del tritatutto mediatico il suo brodo primordiale. Tentare con l'alchimia cinematografica di distillare questo ibrido e sintetizzarlo in una sola delle materie da cui trae origine è opera ardua se non impossibile. Non riusciamo a scrollarci di dosso la sensazione che, nonostante i meriti di Di Biagio, Frison e D'Antona, Dylan Dog funzioni al suo meglio sempre e solo sulla tavola disegnata. E questo in proporzione maggiore rispetto a molti altri cinefumetti di cui si discute. La stessa natura onirica e anarchica (nel senso di logica narrativa) del fumetto creato da Tiziano Sclavi ne fa una creatura unica nel suo genere, sfuggente, di cui si può abbozzare un ritratto solo approssimativo, ma che la fotocamera (o in questo caso la videocamera) non potrà mai catturare del tutto. Proprio perché non ha una forma definita, ma basa il suo successo trasversale su una molteplicità di segni in continuo movimento.
La domanda, alla fine, è: un film su Dylan Dog potrà mai essere qualcosa destinato non solo ai suoi lettori, affamati di vedere portare in scena il clarinetto, il gaelone o la misteriosa bottega di rigattiere chiamata Safarà?

Una domanda, che non sottintende nessuna risposta certa. E questo a prescindere dai meriti di Vittima degli eventi, che ci dimostra ancora una volta quanto la passione e la libertà da vincoli produttivi possano offrirci opere stimolanti e di qualità.



lunedì 8 settembre 2014

Giovedì 11 Settembre: "Dylan Dog - la morte puttana" al booq di Palermo



«La morte, la morte... la morte villana! La morte a Venezia... La morte puttana!»

Giovedì 11 Settembre 2014, da booq alle 20,30: "Dylan Dog - La morte puttana" il lungometraggio fanmade di Denis Frison che manda a casa l'obbrobrio hollywooddiano che ha sprecato su schermo la figura dell'indagatore dell'incubo di casa Bonelli. Ormai manca poco all'inizio di FanZinema, la piccola rassegna di cinefumetti amatoriali organizzata da Altroquando Palermo, e l'occasione non poteva essere sprecata per usare una delle tante belle immagini realizzate dal grafico Luigi Mennella per pubblicizzare l'evento. Vi ricordiamo che la manifestazione continuerà il 18 Settembre, sempre da booq, sempre alle 20,30, con la seconda fase: Piccoli FanZ, maratona di corti amatoriali.
La rete è una grande piazza, ma nel suo marasma certe perle non sono visibili a tutti. Riscoprire le produzioni indipendenti su grande schermo, nel buio di una sala in compagnia di più persone, a ingresso del tutto gratuito, è un ulteriore modo per contribuire a diffondere una cultura alternativa alle comuni leggi di mercato, e a capirne il vero potenziale attraverso un evento che permetta anche il confronto e la socializzazione.
Venite con Altroquando, dunque, a scoprire come la pura passione possa produrre cinefumetti affascinanti e curati che forse non vi sognate neppure.


sabato 30 agosto 2014

FanZinema: vi aspettiamo da booq


Settembre incombe, e così la ripresa dei lavori presso booq, bibliofficina di Vicolo della Neve all'Allora, a Palermo. Vi ricordiamo l'appuntamento con Altroquando e la rassegna di cinefumetti amatoriali FanZinema, che si aprirà l'11 Settembre alle 20,30 con la proiezione del lungometraggio di Denis Frison "Dylan Dog - La morte puttana" e proseguirà la settimana successiva, 18 Settembre, sempre al booq e sempre alle 20,30 con la maratona di corti intitolata Piccoli Fanz, che presenterà numerosi cortometraggi amatoriali dedicati al mondo dei fumetti. Un'occasione per stare insieme, per scoprire (o riscoprire) personaggi amati attraverso la visione spontanea e viscerale di chi ama l'arte per l'arte, senza grossi numeri, ma con tanta passione e fantasia.
Qui la pagina Facebook dell'evento.






sabato 9 agosto 2014

FanZinema: 11 e 18 Settembre la rassegna da booq


FanZinema, sarà il titolo di una piccola rassegna (articolata in due serate) che Altroquando Palermo presenterà presso booq (la biblio-officina autogestita di vicolo della Neve, vicino piazza Marina) i prossimi 11 e 18 Settembre alle ore 20,30. Le proiezioni (a ingresso libero) riguarderanno la visione amatoriale dei fumetti trasposti in film. La prima serata (11 Settembre, ore 20,30) sarà dedicata a Dylan Dog: La Morte Puttana, fanmovie di Denis Frison. Lungometraggio amatoriale che ha davvero poco da invidiare alle produzioni cinematografiche più blasonate, e che sicuramente vince a mani basse sull'orrido prodotto hollywoodiano interpretato da Brandon Routh. La seconda serata (18 Settembre, ore 20,30) presenterà invece Piccoli Fanz, una maratona di cortometraggi (italiani ed esteri), sempre realizzati in ambito no profit e amatoriale, ma spesso da crew che col cinema ci lavorano e sono in grado di proporre icone fumettistiche libere da condizionamenti commerciali, e quindi esteticamente più intriganti. Vi aspettano, quindi, il sempreverdi Batman e Superman, ma anche il marvelliano Daredevil, il dirompente Lupin III e un'interessante Rat-Man animato che vorremmo tanto ricevesse la sovvenzione congrua a produrre una serie televisiva. L'appuntamento è a Settembre, con Altroquando, booq... e tanta voglia di coltivare liberamente i propri sogni. Vi aspettiamo.


venerdì 11 aprile 2014

Dylan Dog: La morte puttana


Certo, arriviamo buon ultimi a parlare di Dylan Dog: la morte puttana, fan movie di Denis Frison già popolare da tempo sulla rete e tra gli appassionati dell'indagatore dell'incubo. Ha senso una recensione in più, un altro commento, peraltro privo di quei tecnicismi che competono a chi mastica di cinema più e meglio di noi?

Mettiamola così. Dylan Dog: la morte puttana è un fan movie talmente poco fan e così dannatamente movie, da meritarsi una visibilità ridondante, nella speranza che la cosa incoraggi esperienze simili e possano regalare a quanti amano fumetti e cinema altre belle sorprese.


Iniziare dall'informazione ormai scontata che questo lungometraggio a bassissimo costo riesce là dove Hollywood ha realizzato uno scempio assoluto, non può che essere il punto di partenza di qualunque osservazione sul lavoro svolto da Denis Frison e la sua squadra. Ne sono carburante sicuramente l'amore per il fumetto, la sua profonda conoscenza e la volontà di omaggiarlo quanto la libertà dalle logiche di mercato che spesso intrappolano il cinema in meccanismi che girano a vuoto. La natura “amatoriale” (e concedeteci, per una volta, le virgolette, che qui più che altrove hanno ragione di esserci) del prodotto, ha permesso a Frison di operare il miracolo proibito al cinema mainstream, e dare corpo e voce al personaggio di Groucho (interpretato da Walter Brocca), interdetto all'inutile film di Kevin Munroe per ragioni di copyright. Essere svincolati dalle proiezioni commerciali ha consentito, inoltre, di lasciare spazio alla fantasia dello sceneggiatore (lo stesso regista) per sintetizzare la maggior parte dei feticci che rendono il Dylan Dog cartaceo ciò che è: una mitologia horror-onirica densa di personaggi caratteristici, e di ammiccare ai grandi assenti dove lo spazio filmico avrebbe reso forzato il loro inserimento. E' così che finalmente respiriamo in un film quell'aria ironica e spiazzante, surreale e malinconica che il fumetto ideato da Tiziano Sclavi ha ormai collocato nell'immaginario collettivo. L'uso di alcune sequenze del Dellamorte Dellamore, di Michele Soavi, utilizzate con maestria un paio di volte durante il film, potrebbe far storcere il naso ai puristi, ma la verità è che centra il bersaglio in modo del tutto coerente, finendo alla resa dei conti con l'apparire una civetteria cinefila astutamente gestita (grazie anche al coinvolgimento del doppiatore Roberto Pedicini, che aveva prestato la voce a Rupert Everett nel film del 1994).


La sottolineatura di alcuni limiti formali, inoltre, fa de La morte puttana un vero e proprio esperimento di metacinema. Groucho, ci viene detto, indossa dichiaratamente baffi e sopracciglia finti (ma non ci sarà mai spiegato il perché) conferendo al personaggio un'ulteriore aura surreale. Questo più delle mille citazioni sparse a piene mani lungo tutte le due ore e dieci di film, che non peseranno al fan dylandoghiano tanto sono intense. Altra osservazione scontata e sviscerata sono i difetti fisiologici del lungometraggio, alcuni dei quali (a nostro avviso) emergono soprattutto nelle scene d'azione, concentrate per lo più nella seconda parte del film. Ma tutto questo lascia il tempo che trova. Infatti, se in gemme del trash (prodotte pure con soldi pubblici, come La croce dalle sette pietre di Marco Antonio Andolfi) errori e goffaggini compromettono l'intero film, affogandolo in una palude di comicità involontaria, nel caso de La morte puttana, la compattezza della sceneggiatura, l'attenzione alla maggior parte dei dettagli e la riuscita atmosfera, capace di clonare in massima parte quella del fumetto ispiratore, fa perdonare e azzera le naturali sbavature, certa recitazione approssimativa, e anche dialoghi a volte non proprio perfetti. Dylan Dog è presente con tutto il suo background, con la voce ossessiva di Groucho nelle orecchie a mitragliare assurdità, con le apparizioni della Morte e delle sinistre cantilene a lei dedicate, con gli amori improvvisi e improbabili, le scene di sesso, di incubo, e il progressivo sprofondare in un clima onirico dove le risposte non contano, ma dove prevale l'estetica e il sapore del sogno labirintico cui stiamo assistendo.
 

Girato tra Venezia (Dylan è in trasferta) e Londra, Frison e soci ricostruiscono la dimora di Dylan, gli spazi in cui è solito appartarsi per suonare il clarinetto e costruire il suo galeone. Il maggiolone, l'ispettore Bloch, la medium Trelkovski, gli immancabili zombi e altri comprimari, caratterizzati con diligenza, contribuiscono a fare de La morte puttana un bizzarro ponte tra fumetto, cinema e modo di intendere gli spettacoli da questi ispirati. Forse è addirittura spunto per una riflessione sul concetto di passione, su dove si trova il confine (qui molto sfumato) tra amatorialità e professionalità (Denis Frison è un giovane filmaker in piena evoluzione), ma soprattutto sulla qualità e la visionarietà quasi mai proporzionale all'estensione del budget.



Si è scritto anche che per guardare La morte puttana è meglio lasciare da parte lo spirito critico e godersi l'omaggio. Questo è in parte vero, ma suona anche un po' pedante. Superficiale persino. Quel che buca letteralmente il video nell'opera di Denis Frison (sceneggiatore, regista e interprete) è l'atmosfera stralunata, costantemente in bilico tra ironia e tristezza, orrore e commedia, che era molto difficile (per qualcuno impossibile) rendere in un film live action. Lo stesso Dylan Dog a fumetti non è esente da sviluppi confusi, scivoloni logici e formali, e ciclopiche ingenuità. Eppure con il passare degli anni, la serie ha finito col trasformare in caratteristiche vincenti ognuno di questi grossi nei. Così il film di Frison, ispirato a un tritatutto mediatico che frulla cinema, letteratura, altri fumetti e chi più ne ha più ne metta, sfoggia una sintesi concettuale che non può non incantare i fans della fonte cartacea. E scusate se è poco, visto che questo fan film è in grado di parlare alle viscere degli appassionati passando sopra agli ovvi limiti, come (aggiungeremmo) in questo caso è meglio che sia. Se c'era un caso in cui era necessario che i personaggi parlassero come in un albo della Bonelli (che non brilla quasi mai per dialoghi particolarmente sofisticati) era proprio questo. E ne riconosciamo i vezzi uno dopo l'altro, al di là del semplice «Giuda ballerino!» che ovviamente non manca.

La lettura di insieme alla base de La morte puttana è incoraggiante per chi si appassiona di letture cinematografiche e televisive del media fumetto. Un'idea generale di adattamento che lungi dall'essere una piatta copia carbone restituisce vitalità a un'icona popolare del nostro tempo mentre all'orizzonte si prospetta l'atteso rinnovamento annunciato da casa Bonelli. Un ottimo biglietto da visita per un giovane regista rampante che sicuramente farà ancora parlare di sé. Un ottimo intrattenimento che deve giustamente avere la precedenza, nel carnet dei fumettomani cinefili, su molte esangui pellicole di marchio estero con budget miliardari.

Consapevoli, dunque, di non aver detto niente che già non fosse stato scritto o declamato in rete, vi consigliamo la visione. E di tenere d'occhio Frison, che ne sta già combinando altre delle sue.

lunedì 5 settembre 2011

Dylan Dog 300: Ritratto di famiglia



Tutto a colori. Uno strillo in copertina che, per i fumetti di casa Bonelli, è sempre stato un segnale di festa. La bandiera gialla che sventola dove si balla, la grande boa che annuncia l'ingresso in altre acque. Insomma, Dylan Dog ha raggiunto l’invidiabile quota delle 300 uscite, e – come dice il suo creatore Tiziano Sclavi nell’introduzione all’albo – non sono molte le serie che possono vantare questo traguardo. Festeggiare è lecito, e dei colori meno piatti del solito, opera dello Studio Rudoni, rendono un po’ meno scontato questo anniversario. Peccato, però, che oltre al colore, stavolta più curato, non ci sia molto altro per cui esultare. Anzi, quasi nulla. Non mancano gli zombi, la realtà confusa con i sogni, vecchie conoscenze, vecchi trucchi... Insomma, il lettore è stato invitato da Dylan Dog, il giovane indagatore dell’incubo di Craven Road, ma si accorge presto di essere ormai alla festa di compleanno del nonno. Un nonno che si saluta sempre volentieri, ma che – ahimé – appare sempre più rugoso e fiacco, nonostante il vestito bello della festa. Un vegliardo piuttosto tranquillo, tranne che per quel vizio impenitente... Quello di allungare le dita ossute verso il nostro collo, per tentare di morderci, di nutrirsi di noi...

Venticinque anni di vita, per un fumetto, sono un banco di prova non indifferente. Ancor più se la serie ha scelto di navigare nei mari dell’horror, da sempre genere dal fiato corto, la cui esibizione regolare fa calare la soglia dell’interesse con la solerzia spietata di una ghigliottina. Quando apparve nelle edicole, nell’ormai lontano 1986, Dylan Dog non era certo un prodotto perfetto, eppure era fornito di una serie di armi mediatiche di forte impatto. Non tanto la scelta dell’orrore e del soprannaturale come campo d’azione, quanto la forme del narrare. L’impudente citazionismo, spesso ai limiti della clonazione, soprattutto cinematografica, che poteva far storcere il naso a qualche purista, ma assumeva il ruolo di filtro riciclatore di un mezzo di comunicazione attraverso un altro, spesso con risultati bizzarri se non azzeccati. L’orrore visivo, che dopo la prima, memorabile sequenza di episodi avrebbe cominciato a diradare la sua presenza, arricchiva l’albo di elementi trasgressivi non inediti, ma sicuramente insoliti per un fumetto popolare italiano. Così gli elementi surreali, i riferimenti sociali, e tutto il resto, avevano fatto di Dylan Dog un fumetto dalla spiccata personalità, e di conseguenza un ottimo successo commerciale. Nel tempo, determinati meccanismi si sono rivelati vulnerabili a un ossidamento precoce. Abbiamo così visto stemperarsi l’effetto splatter, e ampliarsi (forse anche troppo) il lato surreale e trasognato, fino all’inevitabile sfilacciamento.

Per questo, Ritratto di famiglia, numero celebrativo dei 25 anni di uscite e del numero 300, non sorprende, regalando esattamente quanto ci si può aspettare da Dylan oggi, dopo 25 lunghi anni. Ritratto di famiglia è veramente quel che dice il titolo. L’ennesima rimpatriata di personaggi, atmosfere e sequenze che sono stati amati in passato. Qui riuniti, messi in bella posa e fotografati a regola d’arte. Ma non c’è altro. La trovata di mescolare gli elementi di più episodi storici (a partire dal primo numero, L’alba dei morti viventi) non è più nuova dell’espediente del colore. Anzi, è appannata da un velo di già visto che inizia a cagliare in noia. Il rapporto edipico con Morgana, madre e amante, fantasma femminile universale che gira a vuoto in un interminabile gioco al rimpiattino, non ha veramente più niente da dire. Gli strappi narrativi giustificati con repentini risvegli a realtà differenti sono quanto di più prevedibile possa essere servito in tavola. Una torta che si è gustata nelle feste precedenti, ma che ormai, anno dopo anno, ha acquistato un gusto stucchevole.

La sensazione è quella di sedere in un teatrino dove vengono fatte sfilare una dopo l’altra maschere note, magari riverniciate per apparire più ammiccanti. Ma la melodia che fa danzare le marionette non cambia ritmo e si arena in un monotono ritornello. Una non storia, un girotondo tra amici che si tengono per mano cantando la loro vecchia canzone. Può essere piacevole, nostalgico, ma non emoziona più, e lascia un senso di spreco. E’ probabile che i lettori più maturi provino comunque una certa simpatia per questo episodio celebrativo, per le sue finte sorprese e i camei delle vecchie glorie. Tra i più giovani, e meno ferrati nella mitologia surreale dell’indagatore dell’incubo, magari si potrà contare qualche brivido in più. Se non altro, la mano di Angelo Stano non ha perso magia. La sua matita è da sempre la più raffinata e idonea a illustrare le avventure di Dylan, così come il lavoro di sceneggiatura di Pasquale Ruju è diligente e misurato, come si richiede in casa Bonelli. Purtroppo non c’è altro, e inizia a farsi tangibile il convincimento che il viaggio sia ormai terminato. Che la bara sia definitivamente vuota, che i morti, pur camminando, non mordano più... se non per succhiare via il costo di qualche euro, stancamente. Come un vecchio nonno che ci regala sempre la stessa caramella, avvolta in una variopinta carta crocchiante, ma ormai opaca e sempre più insapore.

Questa recensione è stata pubblicata anche su Fantasymagazine.


[Articolo di Filippo Messina]


lunedì 20 dicembre 2010

La prima locandina per "Dylan Dog - Il Film"


Una camicia rossa sotto una giacca nera. Affusolate dita femminili (con qualcosa di cadaverico su unghie e nocche) che sbottonano, sfiorano, avviluppano. Sì, è il primo poster italiano per il film ispirato all'eroe bonelliano Dylan Dog, pellicola diretta da Kevin Munroe che da noi uscirà il prossimo 18 Marzo 2011. Allora, che ne pensate? Noi la troviamo leggermente spiazzante. E' vero che la saga dell'indagatore dell'incubo è fitta di donnine, amori e passione. Eppure questa locandina ci fa pensare a un rarefatto film di erotismo gotico, che rimanda forse troppo a popolari serie vampiresche attuali. Ci saremmo aspettati un poster più fracassone e fumettoso. Poi, chissà! Tra l'assenza di Groucho (legata a motivi di copyright sulla maschera del noto comico), lo spostamento dell'azione in America, e la difficoltà insita nel trasporre al cinema un personaggio dal mondo così complesso, ne vedremo delle belle. Non resta che aspettare, Giuda ballerino!

mercoledì 18 agosto 2010

Dylan Dog - il film: Ecco il primo trailer


Ormai ultimate le riprese, il film di Kevin Munroe dedicato alle avventure dell'indagatore dell'incubo creato da Tiziano Sclavi è entrato in post produzione. Potremo vedere Dylan Dog: Dead of Night nelle sale il prossimo 2011, e scoprire se le numerose differenze dal fumetto di punta di casa Bonelli non ha snaturato del tutto la materia ispiratrice. Come ormai sappiamo, ragioni di copyright legate alla "maschera" di Groucho Marx hanno reso impossibile l'apparizione sullo schermo della celebre spalla (sostituito da un personaggio nuovo di zecca che presto si trasformerà in uno zombi bonaccione). Così come l'azione è stata spostata dalla fumosa Londra a New Orleans, negli Stati Uniti. Altri feticci dylaniati hanno subito modifiche (come il famoso maggiolone di Dylan) e altri sono tutti da scoprire. Non resta che aspettare il prossimo anno. Nel frattempo, gustatevi il trailer.

giovedì 13 maggio 2010

Dylan Dog Color Fest - Humor

Un altro Color Fest per l’Indagatore dell’Incubo. Quarto di una collana partita come annuale che da questo numero diventa semestrale. Il primo, pare, di una serie di albi tematici, che esordiscono esplorando il territorio della comicità. O almeno così pare. Sin dalla nota introduttiva in seconda di copertina, infatti, il tiro sembra essere leggermente corretto. Non che ci sia nulla di male, anzi. La premiata ditta Bonelli può confidare in uno zoccolo duro di lettori irriducibili, ma anche in personaggi che nel corso di decenni, sia pure con alti e bassi qualitativi, sono riusciti a lasciare un’impronta profonda nell’immaginario collettivo fino a diventare vere icone popolari. Su tutti Tex Willer, praticamente il genere western incarnato. Così Dylan Dog, partito in quarta negli ormai lontani anni 80 come fumetto horror, per poi variare nel tempo la sua formula, stemperandola con ingredienti eterogenei. Tra l’altro, sembra che Dylan si trovi sempre più a suo agio nei racconti brevi più che nelle storie ad ampio respiro. La sua attuale dimensione surreale carbura ottimamente in piccoli incubi veloci, mentre mostra ormai spesso la corda nella serie regolare. Questo Dylan Dog Color Fest 4 – Humor, ha l’effetto di una piacevole rimpatriata con un vecchio amico. I quattro episodi, scritti e disegnati da artisti solitamente attivi nel campo dell’umorismo si leggono con facilità e sono un diletto per la vista. Conta poco che l’umorismo promesso nel titolo dell’albo non superi realmente i livelli di guardia cui siamo abituati dalle ordinarie sceneggiature della serie. Abbiamo quattro racconti brevi condotti in modo sufficientemente fresco, disegnati benissimo e calibrati per suscitare simpatia, nonché nostalgia in quei lettori che ormai hanno con Dylan un rapporto di frequenza non regolare.

Umorismo per immagini, dunque, più che per contenuti. Il surreale (spesso demenziale) è quello che conosciamo. E bisogna dire che gli illustratori scelti per questo albo lo cavalcano alla grande. La copertina di Silver (Guido Silvestri) è a suo modo un piccolo capolavoro che rilegge la cover dello storico numero uno, L’alba dei morti viventi. Silver colloca un trasfigurato Indagatore dell’Incubo tra talpe, cani e galline in versione zombi. Un biglietto da visita riuscito, come dire che il cast di Lupo Alberto ha scavalcato il recinto della sua fattoria e ha occupato lo studio in Craven Road.

L’episodio Manichini, scritto da Tito Faraci e disegnato dal sempre bravissimo Giorgio Cavazzano, è un piccolo classico della demential comedy dylaniata. Ormai è chiaro che Cavazzano potrebbe far suo qualunque personaggio, anche quello nato con gli intenti più cupi. Con Dylan si trova perfettamente a suo agio nel ritrarre belle pupe, marinai fortemente caratterizzati e mocciosi irritanti. Un incubo frenetico e coloratissimo scandito da un dialogo essenziale e ritmato.

In Una situazione pesante, Lorenzo Bartoli e Massimo Carnevale ribaltano lo spunto de L’occhio del male di Stephen King con esiti non meno grotteschi. Anche qui abbiamo l’ennesima, piacevole declinazione di un concept classico, dove Dylan attraversa un inferno personale in una vicenda fatta di magia, amore e percezione distorta del sé. Massimo Carnevale illustra Bartoli (qui alla sua prima, felice esperienza su Dylan Dog) con una forza pittorica insolita e molto interessante per un Bonelli. Deliziosamente in bilico tra scherzo e incubo, con un gusto agrodolce che non dispiace.

Morire dal ridere potrebbe essere l’episodio più debole di questa quadrilogia. Lo è sin dall’intenzione iniziale, cioè quella di creare una sottile storia portando in scena battute e barzellette, per lo più ripescate dal repertorio normalmente affidato al personaggio di Groucho. Il disneyano Bruno Enna fa comunque un lavoro diligente, riuscendo nel compito non facile di conservare l’attenzione del lettore fino alla fine dell’episodio. E’ ad ogni modo aiutato moltissimo da uno scatenato Fabio Celoni, che conferisce a ogni comparsa una caratterizzazione grafica vicina alla perfezione.

L’albo si chiude con La lettera bianca, l’episodio forse più fuori tema nella cornice umoristica con cui il volumetto si propone. Un racconto che parla di consapevolezza e di rassegnazione, ma anche di amicizia, del valore delle parole e di quel che lasciano anche quando non possono più essere pronunciate. Un concept che ammicca ancora una volta vagamente a Stephen King e al suo I Langolieri. Una parabola sul tema della memoria con al timone un misurato Giovanni Gualdoni (sarebbe stato facile cadere nel patetismo più scontato, ma il compito è svolto con grande pulizia) e un grandissimo Corrado Mastantuono (qui coadiuvato da Stefano Intini), che chiudono l’albo dedicato all’umorismo con un piccolo sussulto di commozione.

Dylan Dog, serie in edicola ormai da oltre vent’anni, avrebbe potuto implodere già da tempo. Questo numero del Color Fest dimostra che forse ha solo bisogno di nuova linfa e di reinventarsi, aprendosi a stili sempre differenti. Del resto, il mondo del fumetto è vasto e vario. E conservare un amico come l’Indagatore dell’Incubo, con i suoi tic e le sue avventure surreali, può dimostrarsi sempre una piccola, comoda consolazione.


Questa recensione è stata pubblicata anche su FantasyMagazine.


[Articolo di Filippo Messina]



sabato 30 settembre 2006

VENT'ANNI DI DYLAN DOG


Così, senza parere, sono già passati vent'anni.
Stavo svolgendo il servizio civile a Reggio Calabria presso un ente ecologico (sì, la leva era ancora obbligatoria e il servizio alternativo regolato da leggi discretamente punitive) mentre usciva il numero uno di "Dylan Dog". Un fumetto che avrebbe incantato l'Italia (ma non solo) diventando presto un grosso fenomeno di costume. La ricetta era abbastanza insolita per il pubblico dei lettori bonelliani. Lo strano mix di horror, commedia, demenzialità, il tutto condito da citazioni e perifrasi frequenti di pellicole cinematografiche di genere. Non parlo in questa sede della qualità di questo fumetto, non mi interessa. Ricordo solo che non leggevo fumetti da tanti anni, ed è con Dylan Dog, che vent'anni fa ho irrimediabilmente ricominciato.
La casa editrice Bonelli festeggia il ventennale con l'uscita di un'avventura in due parti tutta a colori intitolata "Xabaras". E lo fa con i toni apocalittici da imbonitore consacrati dalla Marvel, fucina americana dei supereroi più popolari, quando lancia un nuovo evento: "Niente sarà più come prima! Il mondo del protagonista sarà stravolto!"
Vedremo, i dubbi sono legittimi. La prima parte è carina e nostalgica. Recupera infatti più di un personaggio storico della serie che non si vedevano da un po'. Compreso il vecchio e ambiguo rapporto tra Dylan e il suo arcinemico che riecheggia il rapporto tra Luke Skywalker e Darth Vader in "Guerre Stellari".
Dylan Dog per me è diventato una sorta di portafortuna. Anche oggi che non lo seguo più con cadenza costante. Grazie a Dylan ho preso un bel voto a un esame di Sociologia sostenuto ormai un bel po' di anni fa. Scrissi una relazione sul fenomeno fumettistico che in quel momento teneva banco, e il docente apprezzò.
Spero di fare cosa gradita ai lettori del mio blog (e di fare omaggio a modo mio ai vent'anni trascorsi), togliendo un po' di polvere da quel "temino" universitario e riproponendolo qui.
E' lungo, ma... abbiate pazienza! Sono vanitoso, e poi nessuno è obbligato a leggerlo tutto...

Giuda Ballerino!


DYLAN DOG O DELL'IMMAGINARIO PANICO
Relazione di Filippo Messina

1. Dal profondo
Quanti tipi di paura pensate che esistano?
Paura: Un frenetico desiderio di essere altrove. Paura del domani. Paura di qualcuno o di qualcosa. Paura della morte, della propria ombra. Paura della pagina bianca.

Paura della paura!
Come emozione - sia pur sgradevole - la paura ha affascinato la gente per secoli. In principio come una curiosità da tenere segreta. Taluni avvocati premevano per ottenere dal perito settore il privilegio di assistere a un'autopsia. I giornalisti erano disposti a pagare denari per studiare non visti il reparto agitati di un asilo. Tutte risposte all'eco di un richiamo ancestrale. Com'è la morte, che cosa c'è oltre la soglia della ragione?
Con l'avvento del Teatro del Grand Guignol in Francia, il piacere della paura diventa un esplicito fenomeno di massa. Spesso ripreso da critici illustri, ma comunque di cassetta. Cederà le armi al cinema e alla rapidissima evoluzione dei suoi effetti speciali. Eppure oggi, l’attenzione non si concentrata sullo schermo, ma su un eroe di carta. Dylan Dog, il fumetto popolare che in soli sei anni di uscite ha rotto la cornice delle proprie tavole per entrare di prepotenza nel mito. Al suo nome, infatti, è ormai associata la paura con tutti i suoi misteri.
Chi ne ha determinato il successo? O meglio, come mai gode di tanta simpatia presso i nostri giovani?
Se per il francese Georges Auclair la vita quotidiana è dominata dall'influsso di un Doppio Immaginario che egli chiama faustiano (quale padrone e manipolatore della natura) e francescano (inteso come idea di armonica fusione con essa), qual è l'immaginario che si desta al suono del clarinetto di Dylan Dog? Quale il modello inconscio su cui fa leva la sua impressionante popolarità?
Il fine di questa relazione è proprio quello di individuarlo. Attraverso i mezzi dell'intervista e con l'aiuto di appositi questionari si è riusciti a ritagliare una fetta di realtà locale sufficientemente significativa per giungere a una possibile risposta. Monsieur Auclair è rimasto presente tutto il tempo della ricerca, affiorando a tratti con la sua teoria. Guida ideale per giungere alla definizione, oltre a Faust e a Francesco, di un nuovo Chi sociologico.
Dylan Dog, l'investigatore privato che indaga su fenomeni occulti, vampiri e diavoli, è presentato come un perfetto esempio di salutista. Non beve, non fuma, è vegetariano. Ama la musica, è un convinto animalista, piace alle donne. E' quel che si dice "una forza della natura".
Nel mondo di Dylan, il Doppio Immaginario di Auclair si scinde in modo decisamente manicheo. E’ abbastanza facile vedere in Dylan Dog un modello francescano in perpetua lotta contro un altrettanto riconoscibile immaginario faustiano. Gli avversari di Dylan Dog sono quasi sempre dei Mad Doctors o l'allucinante risultato dei loro esperimenti. Il Doppio Immaginario è didascalicamente descritto come l'eterna lotta tra bene e male. Il francescanesimo si oppone a una costante perversione della natura da parte degli uomini. Ingredienti garantiti per un prodotto volto a suscitare le simpatie dei giovani italiani, oggi più che mai bisognosi di ascoltare fiabe divaganti.
A un'analisi più attenta, però, ci accorgiamo che questi non sono che motivi di fondo. Cerchiamo di vedere in Dylan Dog il Cacciatore, e nel mostro di turno il Lupo che ha sbranato Cappuccetto Rosso. Che cosa penseremmo dell'eroe se inaspettatamente lasciasse cadere l'arma e restasse ad assistere mestamente mentre altri uccidono la belva? E' forse un invito al pacifismo? Un altro elemento che ci permette di riscontrare in Dylan il Francesco di Auclair?
Troppo semplice. Supponiamo che Dylan assista a un crimine particolarmente odioso e che la sua indagine lo porti davanti al reo. Potremmo a nostra volta assistere a un vero massacro in stile vigilante.
No. Il Doppio Immaginario, come già accennato, è solo il fondale per un teatro dove può accadere di tutto, e l'immaginario che ipnotizza i lettori deve essere necessariamente un terzo. Un modello bizzarro e contraddittorio. Giocoso e al contempo demoniaco, venuto dal profondo.
L'immaginario corrispondente a Dylan Dog e al suo mondo deve essere costruito pezzo per pezzo. Esattamente come il modellino di galeone che l'eroe monta lentamente, senza mai finire, sin dalla sua prima avventura. Ed è all'interno di quel galeone la risposta al nostro interrogativo. O forse intorno a esso. Volteggiante tra le vele.
Andiamo a cercarlo!
2. Il Club dell'Orrore
"Carogna: cibo per i vermi; il prodotto finito di cui noi siamo la materia prima." Questa battuta non è apparsa su Dylan Dog. Almeno non ancora. Non è detto, infatti, che prima o poi non salti fuori. La cinica definizione vanta una firma illustre. Quella di Ambrose Bierce, ed è tratta dal suo celebre Dizionario del Diavolo.
In un'intervista pubblicata su Repubblica il 30/10/91, Tiziano Sclavi, il creatore di Dylan Dog, dice: "Le mie storie vorrebbero possedere la leggerezza di un film di Lubitch, il dialogo brillante di una commedia di Neil Simon e la forza visionaria e allucinata dei film di George Romero".
Progetto ambizioso anziché no. Tuttavia, Sclavi e il suo team sono riusciti ad avvicinarsi abbastanza all'obbiettivo. L'orrore che impregna le avventure di Dylan è mitigato puntualmente da una generosa dose di umorismo. Le battute si succedono a raffica. Molte le abbiamo già sentite sotto forma di barzelletta o c'è capitato di leggerle in qualche antologia di Achille Campanile. Ad ogni modo, un'altra freccia all'arco del fumetto di Sclavi è la comicità. Spesso macabra come la battuta di Bierce, altre volte più frizzante e spensierata.
"Io non definirei Dylan Dog un fumetto horror," commenta Piero, un giovane assicuratore di 28 anni che segue Dylan con cadenza mensile. "Sarebbe riduttivo. L'orrore al cinema, francamente, non mi piace, e non lo cerco neppure tra le pagine di Dylan Dog. Lo ritengo un fumetto di fantasia, di avventura, dove a tratti può emergere anche l'elemento horror. Ma soprattutto un fumetto carico di ironia. La componente che apprezzo di più."
"Mi fa ridere!" trilla Beatrice, una ragazza ventenne, "Il cinema horror mi piace e non mi piace. Beh, dipende dal film. Quello che preferisco in Dylan è l’aspetto demenziale. Gli squartamenti, le lingue strappate, mi mettono di buon umore. Penso: "Magari lo facessero a tal dei tali". E rido!"
L'aspetto ironico (anzi, sardonico) in Dylan Dog era stato inizialmente affidato alla "spalla". Un ruolo classico nella produzione a fumetti della Sergio Bonelli Editore. Tutti gli eroi usciti dalla fucina dell'industriale del fumetto popolare italiano erano stati sempre accompagnati da una figura buffa. Generalmente un omino pasticcione, sempre causa di incidenti comici che avrebbero dovuto fare da contrappunto alle imprese serie del protagonista. In Dylan Dog la cosa ha avuto uno sviluppo diverso.
Il misterioso personaggio con le fattezze di Groucho Marx che assiste (poco) Dylan Dog, è nato probabilmente per rivestire il medesimo ruolo dei suoi predecessori, ma se ne distacca sin dal primo numero. E' una presenza inquietante, spesso inutile allo svolgersi dell'intreccio, che segue i passi di Dylan esclusivamente per snocciolare senza tregua freddure più o meno riuscite e più o meno edite, ma sempre e puntualmente fuori luogo. Le sue battute vanno dai giochi di parole agli aneddoti fulminanti. Alcune sembrano appartenere al vero Groucho Marx, ma la maggior parte di queste ricordano l'umorismo di Nino Frassica, cabarettista siciliano che spopolava proprio mentre Dylan Dog iniziava ad apparire nelle edicole. Il contrasto è piaciuto ai lettori, e a mano a mano l'elemento ironico ha preso piede invadendo il campo che doveva essere dominato dall'orrore.
"Sì, ho pensato anch'io di scrivere alla posta di Dylan Dog," ammette il diciottenne Angelo passandosi una mano tra i capelli. "Avrei voluto chiedere chiarimenti. Che cosa volevano dire certi episodi. Ma (Dio mio!)... io non sono un'ameba!"
E non è neanche pazzo. Care amebe è uno dei dolci appellativi con i quali i curatori dell'angolo della posta si rivolgono ai lettori. Non che questi ultimi usino un linguaggio più razionale. Il dialogo aperto tra la Posta di Dylan Dog e i lettori è diventato da tempo un ulteriore baraccone degli orrori. Una gara tra chi riesce a comporre battute demenziali, filastrocche macabre e altre spiritosaggini legate al mondo dylaniato, come viene ormai regolarmente definito.
Un esempio: "...e vi è soltanto un essere/ che può lenire il male,/ si muove tra le ombre/ e verso l'alto sale,/ non è buio né luce,/ né uomo né animale,/ e quando lui verrà / l'orrore che dilaga/ per sempre sparirà ./ La gente lo ringrazia,/ però non sa chi è,/ per me è il mio padrone,/ in pratica il mio Re."
Oppure: "La cantante preferita dal conte Dracula è Cristina da vena."
Possiamo vedere, qui, come tra i curatori della testata e il pubblico siano state scambiate delle rappresentazioni sociali che hanno portato gli uni e gli altri all'elaborazione di un codice specifico. Quello che potremmo chiamare "il gergo dei lettori di Dylan Dog", nel quale "Amebe" sta per "Affezionati", "Morto" per "Indisposto", "Loculo" per "Scaffale", "Peste" per "Feste" e così via.
Forse per la prima volta un fumetto di marchio italiano ha instaurato con i suoi lettori un dialogo così aperto e familiare. Magari spudorato, sì da spingere i giovani a presentare le rime e i pensieri più folli, quasi si trattasse del proprio diario e non di una rubrica pubblicata sulle pagine di un mensile. Chiunque può scrivere a Dylan Dog senza temere nessuna critica. Si parla la medesima lingua, si scherza su quel che si vuole. Notevole come presso i lettori basti prendere l'argomento "Dylan" perché abbia inizio una conversazione fluviale, ricca di commenti e riflessioni personali. Dylan Dog ha dato vita a un vero e proprio club nazionale.
"Scriverei, sì," riprende Angelo esasperato. "Scriverei per rivolgermi agli autori di tutte quelle idiozie. Vorrei dire loro: "Ragazzi, è ora di mollare. cercatevi un lavoro. Possibilmente di braccia, visto che siete tanto scemi."
Con quest'unica eccezione, tutti gli interpellati si sono detti divertiti dalla posta, dalle filastrocche composte da lettori come loro, dalle espressioni gergali. La maggioranza ha risposto di avere progettato di scrivere. Generalmente per chiedere una spiegazione per gli episodi più bizzarri. Tra le tante voci spicca quella di Piero l’assicuratore.
"Scriverei per chiedere che l'uscita diventi settimanale. Mi angoscia aspettare la fine del mese".
Dunque la paura, anche se si tratta di una paura gaia, scanzonata, paga. Lo dimostrano i dati di vendita resi pubblici dalla Sergio Bonelli Editore, che segnalano le cinquecentomila copie vendute nel '92. Molte edicole hanno montato degli espositori esclusivamente dedicati a Dylan Dog, serie inedita e ristampe. A Piana degli Albanesi, cittadina a 24 Km da Palermo, ci sono solo tre edicole. A queste giungono mensilmente 40 Dylan Dog, sette Tex e due Diabolik. Sembra che all'uscita di Dylan sia necessario precipitarsi all'acquisto, pena la sua sparizione. Tex e Diabolik, invece, fanno vita più sedentaria.
Difficile trovare qualcuno che non ne conosca neppure il nome. Un sessantenne dice: "Dylan Dog? Ne ho sentito parlare, sì. C'entra un cane, vero? Dog! So che è un fumetto piazzato. Un po' polemico". Nel corso della ricerca un parroco preoccupato ha chiesto lumi su questo fumetto che aveva notato spesso tra le mani dei giovani parrocchiani.
Quasi la totalità degli ammiratori di Dylan Dog è giunto alla lettura dell'albo grazie agli amici. Un fine settimana trascorso da un compagno di scuola, un albo prestato da un conoscente. Dal 1986 a oggi la fama dell'indagatore dell'incubo si è estesa come un allegro contagio e la pubblicità, per una volta, sembra aver giocato un ruolo minimo. Su 108 persone di età compresa tra i 10 e i 28 anni lo leggono in 73, per lo più studenti. I lettori maschi in numero più nutrito (53). Le ragazze tuttavia non lo disdegnano (20 lettrici).
"Dylan? Certo, lo leggo," risponde Paola, quindicenne entusiasta. Poi, sorridendo, con una luce innocente negli occhi: "E' talmente bello".
3. Attraverso lo specchio
Ascoltiamo il parere di un esperto.
Il Professore Felice Cammarata è il direttore della fumettoteca "Giovanni Denaro" di Palermo. La singolare biblioteca deve il nome a un pioniere nell'uso del fumetto come strumento didattico: Giovanni Denaro, titolare della cattedra di Informazione per l'infanzia presso l'Istituto di Giornalismo di Vicolo Sant'Uffizio. Prima di parlare di Dylan Dog, il Professore Cammarata tiene a precisare un concetto.
"Dobbiamo ricordare la parentela stretta che lega gli eroi di carta ai paladini dei nostri pupari e alle immagini dei contastorie. Il fumetto affonda le radici nello spettacolo popolare. Il paladino è riproposto come figura eroica nel fumetto. Qui il folclore cambia pelle, ma rimane viva la sua anima popolare. Per questo un fumetto ha maggiore successo quanto più è legato al folclore della terra che lo produce. Dobbiamo inoltre distinguere due diversi tipi di fumetto. Uno diacronico e uno sincronico. Il fumetto che si propone (come in certi esperimenti di Enzo Biagi) di rappresentare gli eventi della Storia, è destinato a cadere nel vuoto. Un fumetto che sia invece sincronico, che affronti cioè una realtà attuale sebbene trasfigurata, ha maggiori probabilità di imporsi."
L'affermazione del Professore Cammarata trova conferma nella prefazione di Michele Rak al "Manuale di lettura dei fumetti" di Ulrich Krafft, quando dice: "Il racconto di immagine produce una sua grammatica generale e costruisce il suo discorso e la sua testualità attingendo indifferentemente all'una o all'altra tradizione, all'uno o all'altro livello culturale, all'una o all'altra cultura storica e soprattutto lavorando, in certe fasi e solo apparentemente, al grande repertorio degli intrecci: i miti, le leggende, le fiabe, le cronache, le storie, le memorie."
"Quando la cultura dominante non ha puzze sotto il naso, è disposta a riconoscere le culture popolari," riprende il Professore. "E il fumetto è un prodotto schiettamente popolare. Un vero specchio dei tempi che si esprime attraverso la creazione di Tipi. Se il tempo di scrittura e il tempo di lettura coincidono, il fumetto crea il Tipo. Ovvero l'idea di persona che vive e agisce nel dato momento storico. In Italia ne abbiamo un esempio palese con Diabolik, che negli anni '60 capovolse completamente la tradizione fumettistica dei tempi andati. E' un uomo che si maschera, ma per commettere il male non per combatterlo. E' un criminale, ma sfoggia uno stile impeccabile e soprattutto è rigorosamente monogamo. I suoi rifugi sono spesso situati in caverne (e con una compagna di nome Eva) suggerendo una liberazione delle pulsioni primarie, amorali e atemporali. Diabolik ha trovato un grande successo al Sud per ragioni puramente sociali. La reciproca fedeltà con Eva, tanto simile a un matrimonio, risveglia nell'immaginario collettivo un'idea di vita sessuale e di coppia peculiari del meridione."
Negli strati culturali più bassi, in effetti, Diabolik batte decisamente Dylan Dog. Lucrezia, una giovane laureanda in pedagogia, svolgendo ricerche per proprio conto sul ruolo del fumetto nelle scuole, ha appurato che nel quartiere Zisa, area popolare di Palermo, il beniamino dei ragazzi delle classi inferiori è proprio Diabolik, l'eroe nero.
"In Diabolik" spiega Lucrezia, "i bambini vedono il ribelle ideale a una società sbagliata. Imprendibile per la polizia e al contempo assassino (o giustiziere) di criminali più laidi di lui. Una sorta di Robin Hood incattivito. Infatti, Diabolik ruba per lo più gioielli a chi può ben permettersi di farne a meno. Come arma usa esclusivamente il coltello. La nota più sinistra nel processo d’identificazione di quei bambini."
Tornando a Dylan Dog e ai suoi orrori: di quale realtà le sue avventure sono lo specchio?
"Dylan Dog è un figlio spurio degli eroi di carta di un tempo," dice il Professore Cammarata."E' un negativo di Diabolik. dove il protagonista torna ad essere buono e deve adoperarsi per contrastare i molti "Diabolik" spargitori di sangue. Dylan Dog può dirsi un incrocio tra l'Agente Segreto X-9 di Alex Raymond e il genere horror. L'elemento soprannaturale si sostituisce alla tecnologia. I gangster diventano maghi, i killer lasciano il posto a fantasmi o mostri di vario genere che invece di infestare castelli fatiscenti scendono ad abitare le nostre metropoli. Il racconto poliziesco va sposo all'irrazionale. Ma l'orrore contenuto in Dylan Dog è nulla a confronto di quanto ci accade vicino, e pertanto diventa evasione. Inoltre, Dylan Dog ha un vero riscontro con certe realtà sociali peculiari del Nord, dove l'occulto occupa uno spazio più significativo. Il satanismo emergente in città come Torino, i numerosi istituti di ricerca sul paranormale, le sette esoteriche, i veggenti... Tutti fenomeni sociali che nel fumetto sono portati al parossismo col risultato di azzerarli. Il successo di Dylan Dog ha maggiore peso, infatti, nelle zone di Italia che gli hanno dato i natali. Nel meridione, certe superstizioni sono assai stemperate. Da noi, gli spiriti servono solo a fornire i numeri da giocare al lotto. Non ne abbiamo paura. Ed è questo che fa di Dylan Dog un prodotto tipicamente settentrionale."
Forse sarà questa la ragione per cui sul campionario di 73 lettori da me presi in esame tra il marzo e l'aprile del '93, solamente 15 acquistano mensilmente il fumetto, mentre la maggioranza schiacciante (58) dice di leggerlo in modo occasionale anche se frequente. Magari passandosi a catena l'albo che uno solo su tre compra con regolarità.
4. Il buio
73 persone, dicevo, che coprono un arco di età piuttosto ampio. I lettori ideali sembrano collocarsi tra i 14 e i 20 anni, ma numerosi (seppure non in modo nettamente rilevante) sono anche i soggetti al di sotto e al di sopra di queste due età.
"Tra le storie di Dylan" dice Luigi, 24 anni, "preferisco quelle dove trova più spazio il buio. Dove c'è più mistero. Quando la paura comincia in sordina e a un tratto ti accorgi di trovarti in un incubo".
Luigi ha espresso una preferenza come tutti gli altri lettori interrogati. Nella saga di Dylan Dog, infatti, si articolano dei moduli narrativi apparentemente definiti e distinti. L'avventura di genere magico, con streghe e fantasmi. Il giallo, dove la paura scaturisce da delitti a opera di un assassino umano e misterioso. L'incubo fine a se stesso, con le sue sequenze illogiche e nelle cui tavole compaiono spesso gli uomini in abito scuro con bombetta e ombrello dipinti da Magritte (palese strizzata d'occhio al Surrealismo).
A ognuno dei lettori è stato chiesto quale tra questi generi lo stimolasse di più. In 16 si sono detti più affascinati dal soprannaturale e ben 29 hanno indicato come genere di maggiore interesse il giallo. Soltanto 7 il filone demenziale. 15 hanno detto di non avere preferenze, altri non hanno risposto nulla.
Benché il genere giallo sembri essere il più amato, un elemento significativo viene a sconvolgere questa piccola statistica. Dopo avere identificato il genere preferito, si è chiesto al lettore di indicare il titolo di un episodio che aveva particolarmente gustato. Ebbene: su una decina di ragazzi, otto si sono clamorosamente contraddetti facendo il titolo di un episodio che apparteneva al genere opposto a quello da loro indicato come preferito.
Perché? Perché Dylan Dog è un fumetto popolare nell'accezione più ampia. Tende a venire incontro a tutti spaziando nei generi più diversi, a volte confondendoli tra loro. Se il racconto è giallo, questo viene visto attraverso gli occhi di uno spettro, freddo osservatore degli eventi. Non muove un dito per influenzare la vicenda, ma è presente, e con lui anche l'elemento magico. In un racconto che ha per protagonisti i fantasmi, invece, scopriremo alla fine che gli omicidi sono avvenuti per mano di un assassino in carne e ossa, e che i fantasmi stessi erano solo una sua montatura.
Il mondo di Dylan Dog comprende tutte le voci del racconto d'avventura. E come non può esserci avventura senza pericolo, non può esserci pericolo senza la paura. Le letture infantili di molti tra questi ragazzi comprendono Salgari e Verne, dove l'elemento misterioso e anche quello truculento (specie nel primo) sono proverbiali.
"Non ho particolari paure. Posso aver paura di sbagliare l'orlo di un vestito (faccio la sarta), di non fare in tempo per la consegna. Non ho incubi frequenti, non ho ossessioni. Non mi spaventa neanche l'idea della morte".
E' l'affermazione di Beatrice. Ragazza ventenne, cattolica, la quale si distrae con la lettura di Dylan Dog dalle proprie piccole paure.
Quali paure? Dando per scontato che gli orrori dei delitti di mafia, della guerra nella ex Jugoslavia e le mille atrocità lette sui quotidiani sono fin troppo reali perché un fumetto d'evasione possa esorcizzarli, quali sono gli incubi dei giovani cui funge da difesa Dylan Dog?
Le paure dei ragazzi sondati sono quelle di ogni giorno. Il timore di non rendere nello studio, l'ansia per un esame. Insicurezze ordinarie. In una parola: l'ignoto. Per definizione, il mostro che spaventa di più è quello che non si vede. La paura che il bambino ha del buio è in realtà la paura di quanto può nascondersi in esso, e quindi di ciò che può accaderci domani o tra un anno. Paura di che cosa ci riserva la vita. Non a caso il nemico di Dylan Dog più amato dal pubblico è Mana Cerace, il folletto assassino che si materializza ovunque venga a mancare la luce. L'immaginario dove i lettori si immergono per cercarvi svago è quello infantile.
Dan Kiley, psicologo americano, ha dedicato uno studio a quella da lui chiamata "Sindrome di Peter Pan" dove individua quel "principio di realtà " che atterrisce i giovani delle generazioni più recenti spingendoli a opporre una dura resistenza alla crescita e alle responsabilità ad essa collegate (Dan Kiley: "Gli uomini che hanno paura di crescere" Rizzoli, 1985).
Al di là degli aspetti schiettamente patologici che la Sindrome di Peter Pan può assumere, è fuori dubbio che l'immaginario su cui opera Dylan Dog ha una parentela stretta con la teoria di Dan Kiley.
L'Isola Che Non C'è, il luogo fantastico dove Peter Pan conduce Wendy e i suoi fratelli, altro non è che l'idealizzazione di un mondo per i bambini. E questo mondo ha ben poco di idilliaco. Vi troviamo sì sirene e fate, ma soprattutto feroci pirati, pellerossa sul piede di guerra e un coccodrillo mangiatore di uomini. Tutto questo insieme, in una promiscuità che fa la gioia dei bambini. In un turbine di magia, di avventura, ma anche di paura e di sangue.
Richiamiamo alla memoria le fiabe della nostra infanzia. Quali ci appassionavano di più? L'edificante storia di Cenerentola o il gotico di storie come Barbablù e Pollicino? Il mistero, la magia e l'orrore. Ecco i principali elementi delle fiabe più note. Si sfogli la splendida antologia di fiabe popolari raccolte da Italo Calvino. Si vedrà che la tradizione fiabesca italiana è ricchissima di orchi cannibali e laide megere. Sono frequenti le descrizioni di teste mozzate, di arti mutilati, di atti sadici e supplizi raccapriccianti. Queste sono le fiabe.
Lo stesso Dylan Dog, in un vecchio episodio, confessa: "Muoio dalla voglia di essere davvero in una fiaba paurosa, come quelle che mi spaventavano da bambino."
Che dire di Peter Pan, che ha tagliato la mano di Uncino, e della malvagità di quest'ultimo? Francamente, tra i due non saprei dire chi è la figura più inquietante.
I bambini sperduti su cui regna Peter Pan, vivono come una società di caccia e raccolta composta da eterni fanciulli. Riscopriamo qui l'immaginario francescano di Auclair con il ritorno allo stato di natura, ma in questo si insinua qualcosa di sottilmente faustiano considerando che sia Peter che i suoi ragazzi non crescono grazie a un arcano sortilegio della volontà. Il faustiano esplode quando appuriamo che se uno dei ragazzi accenna di volere riprendere a crescere, Peter Pan lo espelle dalla comunità lasciandolo in balìa dei cento pericoli dell'Isola Che Non C'è (ma il suo nome originale è più categorico: Never Never Land).
Sull'Isola Che Non C'è si può trovare di tutto. Incanti, sorprese, paura. Quando James M. Barrie chiamò Pan il suo Peter, sapeva quel che faceva. Pan è il tutto. L'essenza demonica della terra e dell'aria, ma anche di ciò che vi si trova in mezzo. Per questo penso che Dylan Dog e i suoi molti mondi possano essere ricondotti a un Immaginario Panico, che affascina per la sua contraddittoria varietà.
Dylan Dog è un pellegrino in un paese di meraviglie insanguinate.
5. Scritto con il sangue
Il fumetto in esame, è un vero circo di sbudellamenti e spruzzi di emoglobina. Elemento che (dicono i lettori) non può mancare nelle avventure di Dylan Dog senza privarle di interesse.
"Dylan mi ha aiutato," afferma Angelo. "Un tempo ero facile alla collera e alle risse. La lettura di Dylan, con i suoi orrori, ha stemperato il mio carattere iracondo. Oggi, se perdo le staffe con qualcuno, reagisco con la fantasia. Penso a che cosa potrebbe capitargli in una tavola di Dylan Dog. Allora ne rido, e riacquisto la calma."
E' Il tanto discusso effetto splatter (in inglese: "schizzo") che diverte indistintamente tutti. Anzi, più ce n'è meglio è.
"Una tavola splatter mi fa pensare," dice Fabio, quindici anni. "Voglio dire... penso: "E se accadesse davvero?" Poi mi dico: "Per fortuna è fantasia". Allora mi calmo e cambio pagina".
Una ragazzina, anch'essa di quindici anni, risponde allegramente: "Le scene di splatter mi divertono quanto più sono assurde. Preferisco vedere un ciccione che si gonfia fino a scoppiare piuttosto che una coltellata. E' più sconvolgente, ma fa anche ridere".
Sono tutti concordi. Lo splatter è gradito e la dose deve essere generosa.
"Una semplice ferita" dice Angelo, "può essere curata. Lo squarcio aperto da una motosega no".
Bisogna rilevare come l'esibizione compiaciuta dell'orrore abbia fatto sentire la sua presenza anche in un altro prodotto destinato al mondo infantile. I cortometraggi di animazione, che ne hanno fatto uso praticamente dalle origini ai nostri giorni. Non si pensi tanto alla violenza ripetitiva dei cartoni animati giapponesi, quanto a quella fantasiosa e gaia di cartoons più classici. Il gatto Silvestro e il Coyote della Warner Bros, nell'inseguire rispettivamente canarino e struzzo, sono sottoposti a pene corporali devastanti e grottesche.
Ci troviamo nuovamente di fronte a un segnale infantile. A una paura di crescere scacciata dalla vista di quella che potremmo con un eufemismo chiamare "una macroscopica frustrazione". Se il Coyote si sfracella o è bruciato vivo da una delle sue stesse trappole, perché sconcertarsi se nella tavola di un fumetto vediamo un uomo rivoltato come un guanto? Anche questa parentela con il cinema d'animazione è stata dichiaratamente citata da Dylan Dog in un episodio dove il protagonista, intrappolato per magia dentro un cartone animato, deve vedersela con una versione assassina di Roger Rabbit.
L'effetto splatter, peraltro, ha valicato ormai i confini dell'horror puro. Il cinema ne fa largo uso anche in pellicole d'azione o di fantascienza, mediando anche qui l'aspetto scherzoso dei cartoons. L'orrore non mira più a impressionare, ma a divertire. Nel film Robocop assistiamo alla fuga di un criminale. Il malvivente cade in una pozza di acido e si rialza con il labbro inferiore e le dita di una mano semiliquefatti e allungati di parecchi centimetri provocando invero più ilarità che disgusto.
Lo stesso avviene nelle pagine di Dylan Dog, dove vediamo un malcapitato cassiere di banca ricevere giù per la gola un ombrello chiuso, e poi la sua gabbia toracica esplodere quando questo si apre di scatto.
Come osservava uno dei ragazzi, una ferita si può curare. D'accordo! Così Dylan Dog acquista un valore scaramantico anche nei confronti di eventuali infermità.
Ma abbiamo pure la proverbiale mosca bianca che non si cura dello splatter. E’ Piero, l’assicuratore di 28 anni.
"Quando leggo Dylan Dog, guardo subito al testo. Non faccio molto caso alle figure. Per me sono solo il pretesto per seguire facilmente un racconto".
Secondo Krafft (ibidem), leggere un fumetto partendo dal testo indica che i riquadri non vengono esaminati come un'unità autonoma, ma come effetto della segmentazione del racconto operata dagli autori. Secondo me, il caso umano in esame è stimolante, ma rappresenta una minoranza troppo netta perché si possa studiarla in questa sede. Ci limiteremo a prendere atto che, orrore o non orrore, Dylan Dog appassiona tanto chi guarda all'immagine quanto chi si lascia prendere dal testo.
Il suo fascino è panico, e se non colpisce gli occhi, scorre e imperversa nel sangue.
6. Storia di Nessuno
Orrore! Tra i 108 elementi da me presi in esame, 48 hanno risposto di apprezzare molto la paura in celluloide. Segno che l'horror al cinema è ancora efficace. Come mai, allora, tra i 73 lettori di Dylan Dog 40 hanno dichiarato di avere per il cinema di paura un interesse scarso o addirittura di non averne affatto?
Esaminando i numeri della prima annata di Dylan Dog si può notare come il personaggio e il suo mondo si siano evoluti spaziando sempre di più. E' certo (lo conferma lo stesso editore Bonelli nel presentare il numero 1) che alla sua prima uscita Dylan Dog fosse destinato a un preciso target: quello degli appassionati di storie horror. Esperimenti successivi, svolti probabilmente in concomitanza di appositi sondaggi, hanno modificato quello che doveva essere lo spirito iniziale del fumetto e del personaggio. Colui che doveva essere solo l'indagatore dell'incubo è diventato un testimone di eventi straordinari che vanno al di là del comune racconto di spavento. Sono 56 i lettori che hanno risposto di identificarsi con Dylan Dog, fossero questi maschi o femmine.
"M’identifico con Dylan!" confessa Stella, vent’anni. "Se fossi una vittima morirei subito. E non credo neppure di essere un mostro. Groucho è simpatico... Ma è Dylan il mio idolo".
Nelle vittime si sono identificati i più giovani, 6 dodicenni. Pochi, forse per scherzo, hanno risposto di riconoscersi nei mostri. Il protagonista assoluto è lui: Dylan!
"Dylan Dog è una carta che l'editore Bonelli ha giocato al momento giusto, quando Tex stava imboccando la fase calante," dice il Professore Cammarata. "Una carta furba, ma effimera a mio parere. Tex, Diabolik, Gordon, sono tutti personaggi che sono entrati nella storia del fumetto perché dotati di una personalità definita, un forte carattere. Dylan dog, invece, ne è completamente privo".
Attualmente, come fumetto, Dylan Dog gode di ottima salute. Esce tre volte al mese con una storia inedita, una ristampa e una seconda ristampa. Se resisterà al tempo o meno è ancora da vedere. Rimane il fatto che l'osservazione del Professore Cammarata è giusta. Dylan Dog non ha carattere.
Questo, però, è il suo tallone d'Achille o rappresenta piuttosto la sua vera forza?
In realtà Dylan Dog non esiste. Esistono "i Dylan Dog". Di volta in volta un nuovo personaggio eredita l'aspetto, l'habitat, la memoria e i tic del protagonista della storia precedente. Muta indole in ogni avventura. Lo troviamo ora bonario e scanzonato, ora tetro e pensieroso. A volte compassionevole e generoso. Altrove, vendicativo e implacabile, in un carosello vorticoso dove si alternano allegria e tristezza. Per ogni avventura una nuova donna. Per ogni donna, un nuovo grande amore. Si dice astemio. Eppure in alcuni episodi si accenna a certi suoi precedenti da alcolista. Periodicamente ricade nel baratro, ma niente paura: nella storia che seguirà troveremo un Dylan rinnovato, fresco e in buona salute.
Il suo passato è avvolto nelle nebbie. Viene praticamente riscritto in eterno. Sappiamo che è stato poliziotto. Che suo padre, un uomo venerando da tempo defunto, possedeva facoltà ESP che egli non ha ereditato. Il suo arcinemico è uno scienziato geniale e crudele, anch'esso dotato di poteri sovrumani. Si sospetta, tra l’altro, che questi possa essere il vero padre di Dylan.
Così in Dylan Dog può identificarsi tanto chi vive un rapporto conflittuale con il genitore come chi ha la fortuna dell'armonia familiare. Sia chi conduce una vita stabile e serena, sia chi ha problemi di relazione.
Molti lettori che si riconoscono in Dylan hanno specificato di sentirsi vicini al suo ruolo di osservatore, di uomo che indaga guardando più che agendo. L'eroismo di Dylan è quello dell'uomo comune. Non è un superman, è uno di noi.
"Nella nostra cultura sicula, potremmo paragonare l'eroe di un fumetto a un Pupo," sostiene il Professore Cammarata. "Intendendo per Pupo una marionetta con la spada. questo perché il Pupo deve essere protagonista di un'opera epica. Se gli viene tolta l'arma, cessa di essere Pupo e diventa una qualsiasi marionetta priva di interesse".
Da questo punto di vista, Dylan Dog possiede l'arma più affascinante di tutte: nulla!
Di norma dovrebbe servirsi di una vecchia rivoltella che puntualmente dimentica di portare con sé. Allora, nel momento critico non gli resta che afferrare la prima cosa che gli capita sottomano. Proprio come farebbe chiunque.
Neanche il tempo, la vita e la morte hanno senso nel mondo di Dylan Dog. Recentemente, in Italia è stato tradotto l'episodio di Batman dove Robin, il giovane assistente dell'uomo pipistrello, muore per espressa volontà dei lettori. Il curatore della testata commenta scrivendo: "La morte di Robin ci impressiona perché scardina alla base tutte le certezze tipiche del fumetto d'evasione, e ci lascia in bocca quel gusto sgradevole e amaro che ritroviamo nella cronaca, nella cultura, e nella realtà di questi anni '90."
Bazzecole! Dylan Dog se ne è sempre infischiato delle leggi del fumetto. In una sua avventura è morto e subito dopo resuscitato sotto gli occhi allibiti dei suoi fans. In un'altra lo abbiamo visto ormai vecchio e incanutito risolvere un caso rimasto insoluto anni prima. Un'altra volta ancora si è addirittura sdoppiato per amore di una bellissima strega. Parte di lui è rimasta a vivere con la fattucchiera in una dimensione parallela, mentre l’altra metà è tornata confusa e incredula a Londra. Alla fine di un intrigo giallo siamo stati sconvolti dalla rivelazione che l'assassino era lo stesso Dylan. Lo abbiamo visto assistere a una prova generale della fine del mondo. Siamo stati con lui mentre scopriva che la terra è dominata da alieni mostruosi che si celano sotto un'apparenza umana. Grazie a una magica pozione egli acquista il dono di vederli come sono realmente, ed è divenuta celebre la tavola in cui Dylan si trova davanti a un manifesto raffigurante il presidente USA George Bush come uno spaventoso mostro vampiresco.
Ecco che la vena di Dylan Dog si tinge anche di un rarefatto impegno, che va incontro alle simpatie dei giovani in cerca di ideali.
Dylan Dog non è un vero personaggio, ma solo un espediente narrativo. Una maschera duttile che chiunque può applicarsi per recitare il ruolo che più gli si addice. Lo esplica un episodio in cui l'indagatore dell'incubo viene invitato da un circolo di scrittori dilettanti che in sua presenza si sfidano a raccontare ognuno una storia che ha Dylan come protagonista. Dylan Dog non è nessuno e al contempo tutti.
Una parte determinante in questo polimorfismo del personaggio e del suo universo, è stata giocata dall'esperimento riuscitissimo di far realizzare ogni albo da un diverso disegnatore. Ognuno con il proprio caratteristico stile.
Gli altri fumetti horror non incontrano gli stessi favori da parte dei lettori. Vengono ignorati, o al massimo scartati dopo una casuale lettura. E' un mondo totalmente diverso da quello di Dylan Dog. Le loro tavole a colori, con segni di spazio ampi, dalle immagini dettagliate che ricordano più l'illustrazione che il disegno fumettistico, non piacciono agli ammiratori di Dylan. Le serie horror prodotte da case americane come la DC comics si basano su una premessa che le rende tutt'altro che popolari. Come protagonisti, in genere, hanno dei mostri, mentre Dylan Dog è un uomo, nei cui panni è più facile calarsi. Pertanto le avventure di Swamp Thing, la cosa della palude, possono incontrare i favori di pochi appassionati, non del vasto pubblico di Dylan Dog, affamato di trasgressione, ma attaccatissimo alla propria umanità. Dalla parte dei mostri, magari. Essere mostri mai.
"Più che in Dylan," conclude Piero, "m’immedesimo nel suo particolare rapporto con le donne. Credo che siano loro le vere protagoniste. Seducenti, misteriose. Mantidi. Spesso assassine."
7. La piccola biblioteca di Babele
Alberto Abruzzese, ordinario di Sociologia delle Comunicazioni di Massa della Facoltà di Lettere di Napoli, sulla rivista Max del 2/93, definisce Dylan Dog nel seguente modo: "Un Navigatore tra i mille e mille testi della letteratura e della pittura di ogni tempo e luogo. La sua è una "citazione infinita". Ed è capace di simulare come fossero reali infiniti mondi e incredibile figure".
Alberto Abruzzese intende dire che la saga di Dylan Dog si nutre abbondantemente di materiale reperibile in biblioteca o al cinema e che, rielaboratolo, lo ripropone in una forma affatto personale. I casi di citazioni letterarie illustri non si contano. Dobbiamo semmai chiederci che cos'altro legge il pubblico di Dylan Dog?
Partiamo dal fatto che tra 108 giovani interpellati solo 55 anno avuto il coraggio di confessare di non leggere niente. Sui 73 lettori di Dylan Dog, 40 hanno ammesso di non toccare un libro.
Una maggioranza davvero impressionante, alla domanda "Leggi narrativa? Se sì, quali autori preferisci?" ha risposto sciorinando i nomi di Verga, Manzoni, Pirandello. Qualcuno ha addirittura risposto: Dante.
Balza agli occhi come, sentendosi in difetto per la mancata lettura, i giovani hanno fatto ricorso ai nomi degli autori che studiano a scuola. Soltanto sporadicamente tra Verga e Manzoni sono emersi Svevo e Calvino. Una bambina di 12 anni, lettrice di Dylan, ha candidamente risposto: "Favole."
Rileviamo un paio di casi curiosi. Due ragazze, entrambe diciottenni e lettrici di Dylan Dog. La prima ha detto di gradire Wilbur Smith, Karen Blixen, Alberto Moravia e Dacia Maraini. La seconda: Virginia Woolf, Kafka e Calvino. In mezzo al pubblico di Dylan Dog fa capolino anche Thomas Mann, battuto da Oscar Wilde per tre a uno. Tra gli elementi più maturi contiamo un paio di nostalgici lettori di Salgari e Verne. Non poteva mancare Stephen King, il re dell'orrore statunitense, che si piazza con 4 punti tra gli amici di Dylan e con 6 nel mazzo dei 108.
Che i giovanissimi disertino i libri, è dimostrato da sondaggi molto più approfonditi del mio. Facile, dunque, per Dylan Dog ammaliarli con trame ispirate a penne d'autore.
Nella ricerca condotta, ai lettori di Dylan è stato chiesto se la storia narrata in un albo uscito di recente ricordasse loro qualcosa. Si trattava di un episodio in cui Dylan, adescato da una misteriosa e bellissima ragazza, si trova a vagare di notte in un cimitero sconosciuto dove a turno i morti si alzano per narrargli le loro tormentate esistenze.
Su 73 ragazzi, sono stati due i lettori che hanno ravvisato nell'episodio l'Antologia di Spoon River, e uno soltanto ha saputo dargli un titolo e fare il nome di Edgard Lee Masters.
"Per me, tutto Dylan Dog è uno Spoon river," afferma Piero, il lettore più avvertito. "Ogni avventura è il profilo amaro o satirico di un nuovo personaggio incontrato da Dylan".
Sempre nell'intervista su Repubblica, l'autore Tiziano Sclavi descrive così la propria biblioteca: "Non osservo gerarchie nella lettura, non ho generi prediletti. Negli scaffali della mia libreria si trovano uno accanto all'altro Borges, Topolino, un giallo Mondadori, le opere di Archiloco, la storia del PCI e un romanzo di Urania. Leggo allo stesso modo in cui guardo la televisione, applicando lo zapping."
E a questo metodo ha assuefatto anche il suo pubblico, che rimbalza da una citazione all'altra senza neppure accorgersene. Spesso contrabbandando loro (è il caso di Masters) un'invenzione poetica di tale potenza che pur nella contraffazione non può non incantare.
E che dire dei fumetti? Non della concorrenza horror di cui abbiamo già parlato, ma degli altri fumetti popolari. Che rapporto hanno con essi i lettori di Dylan Dog? Li leggono o sono votati unicamente al loro indagatore dell'incubo?
Una risposta praticamente plebiscitaria. Quasi tutti i 108 interpellati hanno risposto senza problemi di leggere Topolino. Tra i 73 dylandoghisti lo leggono in 27. Tex è stato nominato una volta sola. Diabolik si difende con una mezza dozzina di lettori, ma è Topolino che ha fatto saltare il banco.
Può sembrare curioso questo accostamento dell'innocente mondo di Walt Disney alle atmosfere spettrali e sanguinose di Dylan Dog. Ma in realtà i punti in comune tra loro sono parecchi.
Cominciamo col chiarire che dicendo "Topolino" ci si riferisce alla testata del fumetto e non al topo detective che le dà il nome. In "Topolino" troviamo storie di Paperino, dell'avaro zio e di molti altri personaggi noti e amatissimi da lettori di tutte le età. Questo panorama di animali antropomorfi proietta la fantasia di chi legge in un universo fiabesco non dissimile da quello di Dylan Dog, tranne che per l'elemento violento.
I personaggi disneyani spaziano infatti in tutti i generi del racconto d'avventura. Possono narrare un frammento di vita quotidiana come sconfinare nell'intreccio poliziesco, nella fantascienza, nel western, nell'avventura di cappa e spada. E non manca la magia, con personaggi come la strega Amelia. Non si contano le volte in cui Paperino (o lo stesso Topolino) e company hanno viaggiato avanti e indietro nel tempo. Le invenzioni di Archimede Pitagorico permettono questo e altro. E' stata perfino tracciata una caricatura di Diabolik con la creazione di Paperinik. Pippo, imbecille spalla di Topolino, in certe storie si sbarazza di questo ruolo trasformandosi in Super Pippo. Celebri le parodie di Walt Disney dove i personaggi di Paperopoli o Topolinia reinterpretano classici come "Il Conte di Montecristo" o "L'isola del tesoro".
Vi sembra ancora che tra Dylan Dog e Topolino ci sia tanta distanza? Anche qui riscontriamo una discontinuità tra le singole avventure. Anche qui convivono nel medesimo crogiolo fantasie numerose ed eterogenee. Riscontriamo sempre l'essenza infantile e quell'inesistenza di confini che abbraccia il tutto.
Panico da Peter Pan, dunque. Panico poiché comprende la totalità di pulsioni e aspettative. Panico giacché si può provare paura di fronte a un immaginario così vasto.
Certo, 108 giovani sono pochi per tirare delle somme definitive. Tuttavia potrebbero gettare le basi per un futuro lavoro più preciso e metodico.
Non posso fare a meno di chiedermi se il "fenomeno Dylan Dog" si allargherà un poco anche grazie a questa relazione. Inevitabilmente, nel raccogliere i dati ho finito col fare una grossa pubblicità al fumetto presso quanti lo avevano appena sentito nominare. E chi già lo legge? Si riconoscerà nelle mie riflessioni? Quanti tra i miei cinque lettori avranno notato che per ordinare gli argomenti in paragrafi ho preso in prestito altrettanti titoli della saga di Dylan Dog?
Ad ogni modo, ringrazio e concludo. Ho altro da fare adesso. Anzi, ora che ci penso, dovrei passare dall'edicola.
Potrebbe essere uscito il nuovo numero di Dylan Dog.

Filippo Messina
,
Corso di Sociologia della Comunicazione
Palermo - Aprile 1993.