giovedì 22 settembre 2016

Fumetti in soffitta: «Jesus! Koko... ma sei un Coyote!»


Correva il 1976, e chi era adolescente in quel periodo (come il sottoscritto) attraversava una trasformazione che andava oltre la pubertà. Stiamo parlando di una trasformazione “fumettistica”, che metteva in atto una metamorfosi del gusto dell'intrattenimento (anche se si rivelò essere una transizione solo temporanea), facendo “evolvere” i bambocci affascinati dai supereroi (erano i primi, floridissimi anni della Marvel in Italia grazie all'editoriale Corno) in appassionati di più tradizionali (si fa per dire) avventure western. Insomma, dalla Corno si passava alla Bonelli (che ancora si chiamava editoriale Cepim). Il personaggio di Zagor risultava un ottimo spartiacque. Offriva praticamente un effetto metadone, in quanto era un eroe che agiva nel west, interagendo con pellerrossa e pistoleri, ma era di fatto un supereroe. Un ibrido di Tarzan e Phantom (ma noi lo conoscevamo ancora “L'Uomo Mascherato”) cui era stata shakerata altra roba. Aveva persino un costume, e come tutti gli eroi super girava così conciato per le strade senza che nessuno gli fischiasse dietro (anche perché se no erano cazzottoni alla Bud Spencer... che però suonavano in modo imbarazzante, con l'onomatopea SMACK). Poi arrivava l'immarcescibile Tex, più canonico (e troppo serio già allora). La Collana Rodeo, albo antologico che conteneva una vera cornucopia di serie: Storia del West, La Pattuglia dei Bufali, I Tre Bill. I recuperi d'annata per la stessa casa editrice, come Un ragazzo nel Far West (una delle prime opere del giovane Bonelli-Nolitta), e il Piccolo Ranger, il Comandante Mark... Mister No era arrivato da pochissimo, non era un western e l'ambientazione amazzonica faceva ancora strano. Non parliamo dei personaggi con l'allitterazione nel nome (Martin Mystere, Dylan Dog, Nathan Never) che erano ancora lontanissimi.

Be', noi ragazzetti di quel periodo eravamo affamati di west e di avventura tradizionale. Per qualche motivo (probabilmente legato agli ormoni) le calzamaglie dei supereroi ci apparivano troppo infantili, e il nostro immaginario si rifugiava in qualcosa di (apparentemente) serio e cazzuto come le storie di frontiera dove fumavano le canne delle colt. Ancora meglio, però, quando in queste sconfinavano elementi neogotici e fantastici (si veda la saga di Zagor contro il vampiro, che neanche a farlo apposta era stata scritta da Tiziano Sclavi, futuro papà dell'indagatore dell'incubo).

A parte i Bonelli (che, ricordiamo, non si chiamavano così. Dal momento che la casa editrice cambiò nome più volte. Daim, Cepim... ma tanto eravamo piccoli e all'epoca nessuno ci faceva caso), iniziavano a sbucare nelle edicole tutta una serie di prodotti epigoni di quelli che ai tempi erano considerati pezzi da novanta. Titoli che oggi chiamiamo (pensa un po') “bonellidi”. Giusto per dire che il formato (più del contenuto) della casa editrice di Tex Willer aveva proprio fatto scuola nell'industria di quella che all'epoca, nel nostro paese, non era contata neppure nona tra le arti. Alcuni tra questi furono pubblicati dal gruppo editoriale Geis, dove aveva le mani in pasta Renzo Barbieri, il signore che ha legato il suo nome alla lunga stagione del fumetto erotico italiano (ops! Ai tempi, noi sbarbati li chiamavano “giornaletti di donne nude”), ma che ha dato molto anche alle avventure di frontiera. Tra questi, un ricordo molto forte lo ha sicuramente lasciato il Coyote, un oscuro personaggio western, disegnato da Pietro Gamba. Oscuro perché (per i tempi, eh!) le sue avventure erano toste assai e politicamente scorrettissime. Mettiamola così. Il protagonista, chiamato con il nome di battaglia (preso in prestito da un collega di oltreoceano) di Coyote e una maschera ricavata da una pelle di lupo (come il marvelliano Red Wolf prima di lui) era stato scotennato dagli indiani ed era sopravvissuto. 

Come? Non aveva importanza. La sua leggenda raccontava che durante un assalto di pellerrossa lui si era finto morto, e aveva continuato a farlo anche mentre gli strappavano il cuoio capelluto... come si diceva facesse il vero coyote (e io mi sono sempre chiesto chi si era preso la briga di scuoiare un canide selvatico per verificare se in quell'occasione si fingeva morto). Ad ogni modo... il signore ne esce vivo, ma calvo e affascinante come un giovane Yul Brinner nei Magnifici Sette (non deturpato come avrebbe dovuto essere, ma liscio e lucido come una palla di biliardo) e anche un tantino incazzato. Insomma, da quel momento i nativi americani (pardon, gli indiani, che ancora si chiamavano così) gli stanno sul culo (sai, gli hanno rovinato la pettinatura!) e quindi ha giurato che ne scotennerà almeno mille, perché tanto valeva il suo scalpo. Insomma, un folle maniaco. Tra l'altro pistolero imbattibile. Un serial killer di pellerrossa che casualmente si trova coinvolto anche in intrighi di fuorilegge che poco c'entrano con la sua maniacale vendetta. C'è anche una procace e tostissima donna bionda, imparentata con gente che lui ha fatto fuori, che lo odia e fa di tutto per ucciderlo. Insomma, dovrebbe essere la villain della storia, ma i due si sbaciucchiano e ne viene fuori un rapporto simile a quello tra Batman e Catwoman. Balordo, violento, e sotto molto aspetti (non sono il primo a dirlo) antesignano di antieroi psicopatici come The Punisher (ma il Punisher E' un personaggio western, in fondo! Vogliamo capirlo?!), la serie del Coyote durò una manciata di numeri (8 in tutto), ma rimasero impressi nella memoria dei bimbetti del tempo. Ragazzotti che cercavano di sfuggire alle spire dell'idea supereroistica, ma che ne erano in realtà completamente soggiogati.

Un'altra creatura della Geis che riprendeva il formato bonelliano e i temi di frontiera che fecero la fortuna della casa editrice milanese, fu il personaggio creato Ennio e Vladimiro Missaglia (fratelli, sceneggiatore e disegnatore nell'ordine) chiamato Jesus. Sì, avete capito bene. In teoria, suppongo, che il nome andrebbe pronunciato alla spagnola e quindi Heeesùs... (che poi è un nome maschile di uso comune in Messico, solo che il personaggio era più biondo di Ursula Andress) o all'inglese Giiiiisus. Ma noi pischelli dei 70 lo chiamavamo semplicemente “Iesus”. La caratteristica di questo avventuriero molto bravo con le pistole era un look che c'entrava con il vecchio west (Pirandello insegna) come Pilato nel Credo. Infatti portava una fluente capigliatura biondo oro sciolta sulle spalle, indossava un gilet a frange sul torso nudo, collane, bracciali e persino pantaloni a zampa di elefante (sic!). Insomma, era un freakettone che girava per il west, aveva un rapporto di vecchia amicizia con gli indiani Arrapaho (che ancora non avevano subito lo sputtanamento mediatica degli Squallor) e flirtava con una bella squaw chiamata Occhio d'Anitra (nome normalissimo per una donna nativa americana, ma che all'epoca a noi faceva un po' ridere). Questo Jesus (che in una successiva ristampa fu ribattezzato con un più laico Colt, forse per paura di un boicottaggio da parte dell'autorità cattolica non proprio incline a porgere l'altra guancia, o forse solo per una perdita della capacità di osare) iniziava la sua storia come una sorta di Conte di Montecristo di frontiera. Era stato condannato ingiustamente al carcere duro a seguito di un complotto, e una volta evaso inizia la sua regolare vendetta. Jesus era un western per certi versi canonico, per altri spiazzante dal punto di vista estetico, soprattutto per lo strampalato protagonista, che comunque aveva carisma da vendere. Anche la sua corsa durò poco. Oddio (e qui ci sta) volendo più di altri, visto che riuscì a superare la ventina di uscite. Un vero record per i suoi tempi. E il suo effimero ritorno negli anni 90 (un'apparizione molto più breve dell'edizione originale) fu sotto il più scontato dei nomi che un fumetto western potesse avere.

Che dire al riguardo? Un pistolero vestito come un hippy che si chiama Jesus? Be', erano gli anni settanta, in fondo, e si potevano fare cose oggi impensabili. Compreso vivere il kitsch come innovazione. Se nel film fotocopia (ma in realtà visivamente molto più trasgressivo) de L'Esorcista di William Friedkin, intitolato L'Anticristo (diretto da Alberto De Martino) veniva mostrata un'allucinazione della posseduta Carla Gravina che vede un santino raffigurante un Cristo che le mostra un'enorme erezione senza che la cosa scatenasse neanche la metà del finimondo innescato da L'ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese... i fumetti popolari godevano di una parallela, relativa libertà trash. Pellicole come Soldato Blu di Ralph Nelson erano vietate ai minori, e avevano per i più giovani la stessa aura maledetta di certi horror interdetti ai piccoli spettatori. Tempo per capire che i nativi americani erano un popolo vessato e violato dall'uomo bianco, ne sarebbe dovuto passare ancora parecchio. E il Coyote, con la sua zucca pelata ma fascinosa, poteva sventrare (e scotennare) i “musi rossi” come se fossero stati un mucchio di anonimi vaganti in The Walking Dead senza che la cosa suscitasse nel lettore nessun dubbio di natura etica, storica e politica. Eravamo ingenui, ma anche più disponibili al divertimento e alla meraviglia.

Nello stesso periodo, sempre dalle edizioni Geis, esce Koko (ebbene sì, faceva ridere anche allora. Provate oggi ad andare dall'edicolante e chiedere “E' uscito Koko?”). Stavolta non si trattava di un western, ma di un avventuroso esotico. Gli stilemi di casa Bonelli (che... uff... non si chiamava ancora così) la facevano anche qui da padroni. Stesso formato, stessa foliazione, stesso bianco e nero. La matrice, stavolta, era in parte zagoriana. Koko era ambientato nel continente nero, e il personaggio era una sorta di protettore del patrimonio ecologico (l'eroe era rigorosamente di razza bianca, eh!). Ai testi c'era Rubino Ventura (che si era fatto le ossa sui fumetti sporcaccioni accanto a Leone Frollo) e ai disegni nientemeno che Stelio Fenzo, vecchio leone del Vittorioso, collaboratore e continuatore di opere di Hugo Pratt e anche lui a bordo della corazzata di Renzo Barbieri come creatore assoluto di Jungla (e si parlava sempre di donnine e donnone nudine). Koko era un eroe ecologista con una patina alla Zagor, ma l'atteggiamento paternalistico nei confronti dei nativi del luogo era molto smorzato rispetto a quello del più celebre Spirito con la Scure. Inoltre non si fingeva una divinità. Era più buffo (anche fisicamente), più cialtrone, e aveva come compagna di avventure una buonissima leonessa di nome Ly, ovviamente ingelosita dalla fidanzatina esploratrice di turno. Un punto debole delle avventure, comunque godibili di Koko, era l'invereconda ripetitività di certi meccanismi narrativi. 

Per ben due episodi di seguito, il protagonista si sottrae a una trappola mortale che sotto alcuni aspetti anticipa quella di Indiana Jones ne I Predatori dell'Arca Perduta. La prima volta è una fossa piena di scolopendre velenose, la seconda è una caverna gremita proprio di aspidi. In entrambi i casi, l'espediente di fuga era lo stesso. Nel primo, si cosparge di una lozione contro le punture delle zanzare che puzza come cento diavoli (gliel'aveva donata la sua amorosa Vanessa... che evidentemente non ne aveva mai fatto uso) per allontanare le bestiacce. Nel secondo, scopre da solo una pozza di guano di pipistrello e ci si fa letteralmente il bagno (così noi pischelli imparammo che per non farsi mordere dai serpenti bisognava fare un bagno nella merda). Insomma, l'arma principale di Koko era la puzza (ditemi voi se un fumetto simile non è indimenticabile!). Koko durò circa una decina di albi (il decorso di queste influenze fumettistiche anni 70 era più o meno questo) e oggi è finito nel dimenticatoio come tutti gli altri, salvo che per il settore dei collezionisti.


Ricordare oggi questi piccoli passi editoriali, che hanno lasciato un'impronta nei ricordi di alcuni di noi, ci fa riflettere anche sul cinema di genere italiano, allora in auge e oggi completamente scomparso a beneficio di cinepanettoni e affini. Come al cinema, nel fumetto, esisteva una cultura bis, una tradizione dell'imitazione che in qualche modo poteva generare anche piccole gemme. Certo, erano altri tempi, e le esigenze erano diverse. E suonerà pure come una bestemmia per molti... Ma io ricordo con tanta nostalgia Jesus, tanto strampalato da essere ipnotico, molto più dell'inossidabile Tex.

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