giovedì 1 gennaio 2026

Si cresce (forse): nuovo anno, nuovi propositi

 


Buon anno, margherite!

Io sto cominciando questo 2026 portando avanti il nuovo editing della mia Storia dei cinecomics (che per inciso cambierà anche titolo).
È una sensazione stranissima, bella ma anche straniante.

Mi chiedo: è editing o riscrittura?

Il libri (i tre volumi) stanno cambiando perché nel frattempo sono cambiato io. E credetemi: va bene così. Sono contento che la prima versione (totalmente sbagliata) non sia stata portata a compimento. Meglio che in pochissimi l'abbiano letta. Non è stata sfiga, ma fortuna ammaestratrice. Oggi so che non solo è meglio puntare sul self publishing, ma sono anche più consapevole su come affrontare la scrittura. La prima volta volevo dimostrare qualcosa. Ora voglio raccontare qualcosa. Basta con gli elenchi, la frenesia di mettere dentro tutto. Adesso conta il tono, l'affabulazione, la complicità con il lettore, l'interpretazione della storia e la voglia di scoprire dettagli. Insomma, il progetto è più maturo. Ci sarà persino la bibliografia che prima mancava.

E le nuove, rifatte, rivedute, meravigliose tavole di Federico Sfascia che portano la data dell'anno appena concluso.

Avrò bisogno di tempo, ma ci sto lavorando sodo. Qualche inutilità sarà tagliata, altre cose utili saranno aggiunte. Rimane la dedica a Salvatore Rizzuto Adelfio, quella non si tocca. Ma credetemi: se avete anche solo sfogliato la versione (incompleta) precedente, non la riconoscerete.

Quando? Spero tra non troppi mesi. E sostenetemi su Tipeee, che self o non self devo pagare il grafico. Leggetevi, intanto, i miei racconti, comprate il mio libretto intitolato "Il senso del tutto", lo trovate qui: https://tinyurl.com/y4yxbnpx Non costa neanche tanto.

E per chi lo ha già letto: non finisce qui. C'è un altro progetto narrativo in corso, i miti e i misteri continuano. La Rocca è anche casa mia, anzi, credo di venire da lì, forse da una vita precedente, vissuta in un altro quando.

Si sgobba, dunque. In allegria, con passione, e desiderio di condivisione. Perché scrivere è questo (almeno per me): un atto d'amore che chiede solo di essere riamato.


Ancora buon anno. Siate creativi, margherite. Difendete i vostri sogni, vivete, scoprite cose nuove, e che i cinghiali siano con voi.

mercoledì 24 dicembre 2025

Buone feste!

 


Buon Natale, margherite! Festeggiatelo (o anche no) come più vi aggrada. Basta che non rompiate le palle con stuchevolezze o grnchiate, che poi sono le due facce della stessa medaglia. Mangiate, bevete, e beccatevi la visita del Babbo Natale che meritate. Buon tutto, e che i cinghiali siano con voi.

venerdì 5 dicembre 2025

UN ALTROQUANDO - Un racconto per ricordare Salvatore Rizzuto Adelfio

 



Il 5 dicembre Salvatore Rizzuto Adelfio, fondatore della libreria Altroquando e mio compagno di vita, avrebbe compiuto 74 anni.
Per ricordarlo, stavolta lascio la parola a un amico scrittore, ex compagno di liceo, che ha conosciuto Salvatore e ha voluto omaggiare lui e il nostro rapporto con un breve racconto, scritto in occasione del mese del Pride, ma valido in qualunque momento. 
I personaggi di questa storia sono controfigure di chi ha vissuto realmente quei momenti. C'è molta fiction e una punta di paradosso, di questo va tenuto conto. Bisogna anche dire che, nella realtà, io e Salvo non abbiamo avuto impedimenti a stare vicini durante la sua malattia, e che il personale dell'ospedale è sempre stato molto accogliente con me.
Ma questa è una storia, e le storie, se vogliono parlare a tutti, devono essere universali. Quindi, in un momento in cui il clima culturale sembra voler guardare al passato, e ancora ci sono traguardi sociali da raggiungere, questo racconto fa la sua parte. E ci permette di ricordare Salvatore come uomo e attivista, regalando un momento romantico e fantasioso che rende mito quello che per alcuni è stato un momento amaro della vita. 

Grazie, Marco Castagna.



UN ALTROQUANDO

  di Marco Castagna


Non era stato facile. Niente era facile per uno della sua stazza. Però c’era riuscito. Aveva scavalcato la ringhiera e aveva rasentato il muro camminando sul cornicione. La pancia gli impediva di guardare in basso e questo, pensò, fosse un bene per lui che soffriva di vertigini.

La parte più impegnativa era stata trascinarsi dietro il borsone. Era pesantissimo! Pensò che tra il suo peso e quello del borsone aveva trasportato quasi 130 chili oltre la ringhiera.

Si sentiva strano lassù al quarto piano. Un caparbio venticello teso e fresco gli accarezzava il viso sudato. Era un classico settembre palermitano e lui non si sentiva adatto a tutto quel movimento. Però era così fiero! Il suo piano era andato esattamente come da progetto.

Aveva prenotato la visita cardiologica intra moenia. Non poteva permettersi di aspettare i tempi della sanità pubblica. Aveva pagato il ticket e si era seduto in sala d’attesa. Tre persone erano già a turno prima di lui, ma non gli importava. D’altronde non aveva bisogno di alcuna visita cardiologica. D’accordo: il cuore era a pezzi, ma nessun medico avrebbe potuto ripararlo.

Quando l’ultimo paziente fu ricevuto, afferrò il borsone per i manici e si affacciò al balcone. Adesso era al di là della ringhiera, sul cornicione: lui, la sua pancia e il borsone.

L’edificio dall’altra parte del viale alberato distava meno di una dozzina di metri. Era Il padiglione che tutti chiamavano “il paradiso”: il plesso dove venivano ricoverati i malati terminali. La stanza di Gaetano era proprio lì, davanti a lui.

Era venuto ogni giorno ed era stato parecchie ore seduto su una panchina a studiare la situazione: gli orari, le distanze, chi entrava e chi usciva. Aveva visto arrivare il pasto di mezzogiorno e quello serale contenuti nelle buste ermetiche dentro le scatole di polistirolo.
A un inserviente aveva domandato cosa ci fosse per cena.

«Fesa di tacchino» aveva risposto.

Gaetano odiava il tacchino. Quel giorno Federico avrebbe voluto comprare delle arancine per lanciarle come granate contro la finestra al quarto piano del paradiso.

In quei giorni li aveva visti tutti quelli che andavano a trovare Gaetano. Tutti quelli che avevano diritto di farlo.

La sua ex moglie, suo fratello, sua sorella… Loro – quelli da cui Gaetano era fuggito – avevano diritto.

Lui, che conosceva ogni centimetro quadrato della sua pelle, che conosceva ogni suo sospiro, che condivideva con lui ansie e tenerezze da oltre sette anni, lui no. Non aveva alcun diritto. Era nessuno. Nessuno sapeva neppure chi fosse. Nessuno lo conosceva e in questo, ora come ora, Gaetano non poteva aiutarlo. Il cancro aveva preso alcune zone del cervello che lo rendevano incapace di intendere. Anche se…

Anche se Federico lo aveva visto alla finestra più volte guardare il cielo e studiare la forma delle nuvole oppure seguire il volo di un uccello.

Si erano conosciuti nella libreria di Gaetano. Non proprio una comune libreria: più un presidio di libertà e di uguaglianza.

Gaetano era un attivista anarchico che conduceva una sua personale battaglia per i diritti delle persone LGBT. Gli “arrusi” come li chiamava lui e come amava definire se stesso.

Quando qualcuno gli domandava se fosse omosessuale, lui rispondeva «Io? Ma quando mai? Io sono arruso!»

Perché Gaetano era una persona speciale.

Si erano subito piaciuti: entrambi alla ricerca della libertà. Entrambi emancipati dai canoni stereotipati di bellezza. Entrambi amanti della vita e della poesia.

Gaetano era un orso. Non perché avesse un carattere schivo. Anzi! Era così comunicativo!

No, lui semplicemente si riconosceva in quella corrente della cultura gay definita bear: uomini dalla corporatura robusta, spesso pelosi e sovrappeso. 

Non ne faceva però una questione legata soltanto alla fisicità. Niente affatto! Il concetto fondamentale per lui stava nella rielaborazione e nel rifiuto degli elementi e degli stereotipi dell’immaginario gay maggioritario.

Per Federico fu un’illuminazione. Quell’uomo e il suo mondo lo affascinavano. Per la prima volta in vita sua, si sentì libero, sereno, alleggerito. Si sentì… bello!

Si trovarono e si riconobbero come due anime gemelle e cominciarono a frequentarsi sempre di più, ritagliandosi il tempo necessario.

Il retrobottega era diventata la loro bolla: un luogo ideale, quasi immaginario. Un “non luogo” che conteneva i pensieri, le idee, i sentimenti. Tutto il resto stava fuori. 

Vivevano il loro amore in un altro luogo e in un altro tempo. Altro, rispetto al mondo e ai suoi luoghi comuni.

Questo altro luogo e altro tempo, questa bolla che li proteggeva e conteneva le loro emozioni, Gaetano l’aveva battezzata “altroquando”.

«Ci sarà sempre un altroquando per noi» gli sussurrava quando stavano abbracciati sulla branda guardando il soffitto ingiallito dall’umidità, a saracinesche chiuse in libreria, durante la pausa pranzo.

Il fatto che Federico non avesse mai fatto coming out non era un problema per Gaetano e a Federico non era mai sembrato importante. Ma adesso…

Adesso, all’improvviso, il fatto che nessuno sapesse di loro due gli impediva, di fatto, di vedere Gaetano.

Con un po’ di impegno si tolse la maglietta. Larghe bretelle rosse campeggiavano tra la folta peluria del suo torace e facevano pendent con il cappellino da baseball. Quello era il marchio di Gaetano: bretelle e cappellino rossi.

Adesso la parte più difficile. Ci volle tutta la concentrazione per mantenere l’equilibrio mentre tirava fuori dal borsone l’amplificatore. Era uno di quelli a batterie che usano i musicisti di strada. Infatti era a un chitarrista che Federico aveva dato 50 euro per farselo prestare. Lo conosceva bene perché si incontravano tutti i giorni. Il musicista si piazzava sempre a pochi passi dalla libreria e Federico era uno dei pochi che gli dava una moneta ogni volta.

«Quanto vuoi per prestarmelo per un paio d’ore?» gli aveva domandato.

«Se mi dai 50 euro lo puoi tenere per tutto il giorno».

Tirò fuori un mangianastri, lo collegò all’amplificatore e lo accese. Si sentì un fruscio. Inserì una musicassetta, prese un grosso respiro e premette il tasto play.

Già dalle prime note qualcuno alzò lo sguardo e lo vide lì a torso nudo sul cornicione. In pochi secondi si creò un drappello di curiosi.

La canzone era Vita di Lucio Dalla. La loro canzone. In pochissimi minuti era già al ritornello.

“Siamo angeli con le rughe un po’ feroci sugli zigomi. Forse un po’ più stanchi ma più liberi. Urgenti di un amore che raggiunge chi lo vuole respirare”.

Federico vide il volto di Gaetano attaccato al vetro della finestra della sua camera.

Era il momento.

Tirò fuori lo striscione e lo srotolò in tutta la sua lunghezza reggendolo da un’estremità.

Era alto sei metri: due piani.

Le lettere erano iridescenti, colorate di rosso, arancio, giallo, verde, blu e viola su fondo bianco.

Tutti potevano leggere. C’era scritto: “ci sarà sempre un altroquando”.

Sotto la scritta,  un cuore rosso.

Federico avrebbe giurato di avere visto sul volto atono di Gaetano prendere forma un sorriso.



martedì 4 novembre 2025

Un senso al tutto? Non è mica facile!



Ed eccolo qua. Il mio bambino, il mio libro, il mio ritorno alla narrativa dopo lunghi anni di separazione. 
Posso dirlo? Mi mancava. Perché avevo smesso? Non lo so. Mi ero messo in testa di non sapere scrivere. Il che ci può pure stare, non è cosa per tutti. Ma si può imparare, si può studiare. E soprattutto, le passioni, anche se a volte muoiono, possono risorgere più forti di prima.

Per me è stato così, e il risultato è questo libro di racconti. Racconti nati tempo fa, sepolti in un cassetto, poi riletti, stracciati e riscritti da zero, secondo la mia sensibilità attuale. 
È un esordio. Non avevo mai stampato niente in forma narrativa, a meno che non vogliamo mettere nel novero i siti amatoriali che praticavo all'inizio del nuovo millennio.

"Il senso del tutto", per esempio, era già apparso su uno di questi portali che ospitavano narrazioni spontanee. In una forma ridotta, meno curata e decisamente diversa da quella attuale. In passato si è intitolato "Solidum", poi è diventato "Una cosa sola". Ora è "Il senso del tutto" e dà il titolo all'intera raccolta. 


Un senso che va cercato nelle singole parti che compongono l'insieme. Reinventare questi spunti, scelti tra quelli che mi sono sembrati più presentabili, ha comportato anche immaginare un quadro generale. Oggi so di amare il realismo magico, un'atmosfera fantastica, ambigua, a volte percepibile, altre volte sfuggente. 

Sono storie mirabolanti, basate su eventi bizzarri, ma anche romantiche — a volte — e beffarde. Tanto beffarde. La commedia, soprattutto se nera, è la mia passione.

Poi ci sono i cinghiali, per me adorabili. Simbolo di sensualità, di vita e libertà. Ma anche di fragilità e di legame intimo con la terra.

In "Il senso del tutto" troverete storie di fantasmi che in realtà sono storie d'amicizia, forse d'amore. Avventure fantasy scurrili e grottesche. Mockumentary sorprendenti tra leggenda e cronaca storica. E una fantascienza di provincia (mi diverte chiamarla così), dove gli eroi non esistono e a documentare i fatti ci sono gli ultimi.

Mi sono divertito a scrivere queste storie. E ringrazio Davide Mana, il cui lavoro, la cui ironia e vitalità mi ha ispirato a ricominciare. Un peccato ci abbia lasciato così presto.

Adesso tocca ai lettori. La campanella suona. Il sipario sta per aprirsi. Se vorrete sedervi in sala, lo spettacolo comincia adesso.

Buon divertimento.


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sabato 27 settembre 2025

Quarant'anni dopo: esce in Italia "L'uovo dell'angelo"

 



A dicembre, per un periodo limitato di tempo, esce al cinema in Italia "L'uovo dell'angelo" (Tenshi no Tamago) di Mamoru Oshii del 1985 (quarant'anni fa), precedente al celebre "Gosth in the Shell" che lo stesso regista realizzò nel 1995. Il film è finora inedito nel nostro paese, con l'eccezione di qualche proiezione clandestina. Mi sembra ieri di averlo proiettato alla Biblitoteca del TMO a Palermo, per un pubblico ridottissimo.

Immaginifico, incantevole, quasi muto, criptico, spettacolare, Tenshi no Tamago è definito da alcuni cinefili il "2001 Odissea nello spazio dei film d'animazione". Al di là di questi paragoni retorici, è un titolo che dovreste assolutamente recuperare. Soprattutto ora, se avrete la possibilità di vederlo sul grande schermo.
Dalle mie parti, mi aspetto le solite programmazioni in periferia a orari impossibili.

lunedì 1 settembre 2025

12 anni... per ricordare

 



E sono già 12 anni che te ne sei andato.
Impressionante a dirsi. Assurdo a pensarlo. Eppure è così.
Il tempo è passato, e io ancora qui, rimasto aggrappato alla zattera, nel tentativo donchisciottesco di tenere alta la memoria di famiglia.
Per la legge non eravamo niente. Per noi eravamo tutto.
Ricordo le nostre complicità e anche le nostre liti, le nostre affinità e le nostre grandi differenze.
Alla luce di quell'esperienza indimenticabile, andiamo avanti come si può, in qualche modo ancora insieme. Con la cultura, con l'estro, con la tenacia e le nuove sfide. Nel nostro piccolo grande modo, a dispetto di tutti. Per il tuo, il nostro Altroquando, che portiamo con noi. E come Papillon ripetiamo: Sono ancora vivo, maledetti bastardi! Sono ancora vivo!

Salvatore Rizzuto Adelfio - dicembre 1951 - agosto 2013

giovedì 12 giugno 2025

Addio a Gino Campanella

 


Apprendo con dolore della scomparsa di Gino Campanella.

Un pioniere, un'istituzione cittadina, un esempio di resistenza assieme a Massimo Milani, il compagno di una vita. Gino e Massimo sono stati, e resteranno, un simbolo per la nostra Palermo e il movimento LGBTQ+ tutto. Senza il loro coraggio, le loro sfide, la loro presenza costante, i traguardi raggiunti in questi anni non esisterebbero. Quir, il loro negozio, aperto anche al confronto umano, è parte integrante della nostra storia. Una testimonianza viva nel cuore di Palermo.
La scomparsa di Gino rappresenta un pezzo in meno per l'anima della comunità, ma ora va a costituirne uno in più per la memoria, per l'orgoglio, per la spinta ad andare avanti.
Un abbraccio sentito a Massimo.
Ciao, Gino. Non sarai dimenticato. Non sarebbe possibile.

sabato 17 maggio 2025

Giornata Internazionale contro l'omolesbobitransfobia


 
17 maggio: Giornata internazionale per il contrasto all'omolesbobitransfobia.

Chi si aspettava qualcosa di diverso dal nuovo pontefice Leone XIV, è rimasto deluso. Ma questo non sposta niente. Il Papa è il capo della chiesa cattolica. I diritti riguardano tutti e tutte, appartenenti (o estranei) a qualunque fede. La politica dovrebbe... no: DEVE tutelare i diritti di chiunque. E questo è il primo punto.

Neppure, però, è possibile nascondersi dietro un dito, e negare che gli atteggiamenti papali abbiano influenze culturali di un certo rilievo. Ma sotto il sole, di nuovo non c'è nulla.

Anche gli atteggiamenti di Papa Bergoglio, peraltro blandissimi, rimanevano qualcosa di confinato alla sua persona, tra l'altro criticata dalla parte più conservatrice della sua stessa chiesa.

Il Papa, chiunque sia, non può modificare sostanzialmente la dottrina. Non è un monarca, ma risponde a meccanismi millenari. Non è una giustificazione. Questa consapevolezza deve spingerci a collocarlo nel suo giusto spazio, e a fare il nostro cammino in modo indipendente.

E poi, Papa Francesco, con le sue timide aperture, non faceva che riprendere paro paro passaggi dei Vangeli. Sull'accoglienza, sulla tolleranza, sulla carità. Ripeto: i Vangeli. La cosa più "woke" della storia umana, prima che questa parola del cavolo fosse inventata. Anche se molti fingono di non accorgersene.



domenica 4 maggio 2025

L'Eternauta di Netflix


L'Eternauta, la serie Netflix, molto probabilmente dividerà il pubblico italiano. Personalmente, l'ho trovata un adattamento molto interessante. Anche coraggioso. E ce ne voleva!

Coraggioso perché confrontarsi con un'opera della forza, narrativa e politica, di quella realizzata da Hector Oesterheld e Francisco Solano Lopez, è un'impresa da far tremare le vene ai polsi.
Coraggioso perché l'opera necessitava comunque di un forte adattamento. E' pur sempre un romanzo a fumetti uscito dagli anni 50 del secolo scorso, e per quanto tenga ottimamente botta, conserva al suo interno degli elementi che trasposti così come sono striderebbero.
Coraggioso perché azzarda nuovi parallelismi politici, tenendo conto della memoria storica argentina.
Coraggioso perché rinuncia (per adesso!) al gancio metanarrativo e scaraventa subito nel cuore del discorso. Coraggioso perché si prende il suo tempo, e adotta un ritmo lento, che a molti farà storcere il naso, ma che a mio parere è consono allo spirito della narrazione.
Coraggioso perché per una volta i protagonisti non sono giovanissimi. Anzi, sono quasi tutti agée. A partire dal protagonista, Ricardo Darìn, una star in patria, ma poco noto dalle nostre parti. Elemento che quasi sicuramente lo farà aborrire al pubblico della generazione Z.


Per rispondere alla domanda che mi sento porre: "E' all'altezza del fumetto"? Direi... no, e non intende esserlo.
E' come sfogliare I promessi sposi mentre si guarda uno dei tanti adattamenti, cercare le cose che ci convincono meno e decidere in base a quelle.
Per me non ha senso. L'Eternauta di Oesterheld rimane là. Con il suo valore, la sua poesia, il suo fortissimo impatto culturale.

L'atteggiamento più corretto è spogliarsi da questo sentimento inquisitorio e lasciarsi trasportare dal racconto. Quindi... niente sarà mai all'altezza. Ma può essere interessante, piacevole, e a tratti anche commovente, osservare come una narrazione che ci è cara è stata trasposta secondo un nuovo linguaggio, un sentire contemporaneo.


Io ho apprezzato questa prima stagione. Imperfetta, ma a mio parere amabile. E sono stracontento che, al di là delle stroncature che leggo in Italia, sia già stata confermata per una seconda, che a quanto pare punterà più in alto della prima. E dopo quello che si intravede nel finale, sarebbe stato un peccato mortale non andare avanti.
Ci sono numerosi semi che possono germogliare in corso d'opera. Alcuni dei quali riguardano il cammino, la natura e il destino del protagonista. Le variazioni sono accettabili, gli inciampi prevedibili.
Nel complesso, promuovo El Eternauta di Netflix. Me ne frego se non è all'altezza del capolavoro da cui è tratto. E' una storia che mi piace sentirmi ancora raccontare. E la voce che me la sta raccontando, ha un tono tutto sommato carezzevole.

Poi lo so, io appartengo a un'altra generazione. Da ragazzino, mi emozionavo davanti a Il libro della giungla di Zoltan Korda del 1942 (molto precedente al classico Disney). Anche quello presentava tante varianti. Eppure Sabu era Mogwly e c'era il duello con Shere Khan. Quello delle trasposizioni in live action è un piacere infantile, che ha tutto il diritto di essere conservato.
Questo Eternauta, vista la sua natura, forse ha qualcosa in più. Pertanto, direi, dategli una possibilità. E se le leggi spietate dello streaming non lo buttano giù, vediamo cosa riesce a dire nella sua completezza.

giovedì 13 febbraio 2025

Captain America Brave New World: Bene, ma non benissimo



 Captain America: Brave New World...

Allora, che dire?
Mettiamola così. Un film non brutto. Non noioso. Anche perché misericordiosamente breve rispetto a certi suoi predecessori. Un compito svolto con diligenza che merita una sufficienza. Sì, perché a mio avviso i problemi sono altri.
Il film di Julius Onah non è un dito in un occhio. Non è quell'agonia di "Quantomania" e neppure il brodino annacquato di "The Marvels". Il guaio è che se non disturba, neppure appassiona. O almeno non è riuscito a farlo con il sottoscritto.
C'è da dire che dopo anni e anni di film Marvel, sorprendere, emozionare, è diventato difficilissimo. Inoltre, ormai tutto è telefonato. Quelli che dovrebbero essere colpi di scena, li abbiamo tutti visti nei trailer. O peggio ancora, sono stati annunciati con mesi di anticipo. L'effetto finale, dunque, è come vedere un film giallo in cui i personaggi non conoscono l'identità dell'assassino, ma il pubblico sì. Non c'è il piacere della scoperta, ma soltanto l'attesa di vedere entrare in scena l'annunciato divo di turno.
Come può quindi un film d'avventura intrattenere davvero e funzionare alla luce di questi elementi. In un meccanismo produttivo in cui il film finito è solo il punto d'arrivo di un crescendo onanistico che alla fine ottunde l'orgasmo e conclude con una sensazione di liberazione più che di appagamento.
Non pollice verso (pare non sia vero che i romani lo facessero al Colosseo), ma neppure applausi. E la scena post credits, tanto attesa, non dice niente che non ci fosse già stato annunciato a gran voce un sacco di tempo fa.
Bisogna cambiare il meccanismo. Ma questa, diciamocelo, è un'utopia. Il giocattolo ha funzionato, ma siamo noi che siamo cambiato. Perché dopo una tempesta di stimoli arriva l'abitudine.
E addio.
Non escludo, comunque, che mantenendo le pretese basse possa intrattenere. Io stesso non l'ho odiato. Però...
Lo ammetto. Ora ho bisogno di altro.

lunedì 26 agosto 2024

Alien: Romulus



Una volta, parlando di cinema, un amico mi disse: «Non capisco i sequel! Sono una ripetizione degli eventi visti nel film precedente. Tanto vale rivedersi l'originale.»

C'era del vero, anche se non in modo assoluto. Io risposi che, al di là dell'opinione rispettabile, credevo di capire il senso commerciale dei sequel.
«Per lo spettatore che ha apprezzato il primo capitolo,» dicevo, «è come tornare a visitare un luogo vacanziero in cui l'ultima volta si è trovato bene. Incontrare di nuovo le persone che si sono conosciute la volta prima e che avevevi trovato simpatiche. Riscoprire le sensazioni già vissute e cercarne di nuove respirando la stessa aria.»

Lo penso ancora. Almeno per quanto riguarda una certa modalità di sequel.

Poi vengono i franchise, quelli belli lunghi, e lì la cosa si complica.

Un brand come quello di Alien è sempre stato caratteristico e imprevedibile nello stesso tempo. Dal prototipo di Ridley Scott, che ha dato nome e forma a uno spunto horror classicissimo trasformandolo in mito, a una serie di seguiti dagli stili tutti diversi. Action, dark, grottesco, per poi tornare in mano al suo demiurgo Scott, che ha voluto reinventare la materia originale dandogli un'impronta autoriale talmente libera dai condizionamenti del brand da risultare indigesta a molti. Due escursioni (Prometheus e Alien: Covenant) che se ne infischiano della verosimiglianza e si concentrano su una riflessione allucinata dell'esistenza, della genesi umana e del suo diritto alla vita.

La serie cinefumettistica-videoludica di Predator vs Alien fa storia a sé. Ed è meglio lasciarla dove sta, senza troppi pensieri. Alien: Romulus, sbanca al botteghino e spacca in due il pubblico come Mosé con il Mar Rosso. Capolavoro o zozzeria?
Naturalmente, la risposta si colloca in mezzo. Alien: Romulus è un onesto e piacevole film d'intrattenimento. Azzecca le caratterizzazioni dei suoi protagonisti, ha un ritmo forsennato e riesce persino a mettere ansia (ma che paura i facehuggers!). La vera domanda è: dove finisce la normale dinamica da sequel (il ritorno nei luoghi ameni di cui cianciavo all'inizio) e dove inizia il dar di gomito allo spettatore abituale, quello che ormai siamo abituati a definire "fanservice"? E forse dobbiamo sottolineare il fatto che il fanservice, specie se insistito, ha acquisito nel tempo una connotazione piuttosto negativa. Beh, io credo che in larga parte, in questo caso, le due cose si trovino a coincidere. Il regista Fede Alvarez, che non è un genio, ma neppure uno sprovveduto, fa un lavoro diligente, recuperando feticci dai film precedenti e sfruttandoli come innesco per il suo spettacolo. In un certo senso, Alien: Romulus si può considerare un sequel diretto del primo film diretto da Ridley Scott. Si colloca proprio tra il primo e secondo capitolo della saga e riesce furbescamente a plasmare un nuovo episodio, ancora differente dagli altri. Dinamica da sequel e fanservice si sovrappongono, dicevo, in modo (per me) indolore, generando un effetto che alla fine della fiera è abbastanza canonico. Quando si torna a visitare una meta turistica dove si è già stati, ripeto, è normale aspettarsi di rincontrare facce già viste e sentire gli stessi profumi (di mare, di monti... fate voi).


Certo, qualcosa di gridato c'è. Senza fare spoiler (che fuori contesto, parlando di xenomorfi famelici,
significa tutto e niente), quel «Stai lontano da lei, maledetta!» magari Alvarez se lo poteva pure risparmiare. Stessa battuta, circostanza un tantino diversa (mica tanto, in verità, ma è un sequel, quindi... ). Ammetto che risentire questa frase mi ha dato un leggero fastidio, giusto perché scopre fin troppo le carte del citazionismo.

Tutto il resto, gli echi di dinamiche passate, situazioni che ricicciano fuori... ne dobbiamo davvero parlare? Sono i sequel, bellezza!
(cit.) Declinazioni di una storia già narrata. Cambiano le maschere, forse anche i fondali, ma la fabula è sostanzialmente quella. A meno che il suo autore originale non decida di prendere una direzione diversa scontentando una larga fetta di pubblico. Ma non è questo il caso. Ci sono le astronavi, i viandanti dello spazio che chiedono solo vivere le loro vite, c'è lo xenomorfo con le sue nefande caratteristiche e... "nello spazio nessuno può sentirti urlare". Sappiamo benissimo a cosa andiamo incontro.
Inoltre, parliamo di un franchise vecchio di quasi mezzo secolo, che conta al suo attivo sette film più le contaminazioni con il suo quasi gemello, il brand di Predator. Possiamo chiamarlo come vogliamo, ma scoprire all'interno del nuovo capitolo una lunga serie di references è addirittura fisiologico.

Rimane la domanda: il fanservice di Alien: Romulus è davvero così irritante? A mio parere no. Non più di tanti altri sequel di film seriali blasonati. Forse qualche citazione troppo urlata, ma sono peccati veniali. Il film di Fede Alvarez è divertente, riesce a inquietare e fa intravedere un cuore pulsante dietro a tutto il fracasso, il sangue e la sequela di orrori fantascientifici che ormai lo spettatore scafato conosce a menadito. Non è neppure troppo lungo, ti fa affezionare ai protagonisti. Ti fa temere per la loro sorte. E da
un film del genere non mi aspetto niente di più.

sabato 22 giugno 2024

Doctor Who 2024: Riflessioni finali



...e si è conclusa anche questa stagione.
Allora... al netto dei difetti (che sono quelli di sempre), io direi: bene, ma non benissimo. Magari con un possibile margine di miglioramento nella prossima stagione.

I difetti: dicevo, sono quelli di sempre. La fretta nel chiudere certe macrotrame. La farraginosità di situazioni che sono affidate più alla suggestione che alla logica (è Doctor Who. Più che fantascienza, più che fantasy, aveva ragione chi lo definiva un serial "pazzo").
La melassa dei buoni sentimenti (che però gli perdono, perché il cattivismo ormai ci è servito abbondante da una miriade di altri prodotti, e un po' di rassicurazione fiabesca ci vuole pure).
L'altalena di qualità tra i vari episodi (dopotutto è una serie che va avanti da parecchi decenni).

Ncuti Gatwa? Un Dottore interessante, promettente, anche simpatico... ma che penso debba ancora definirsi veramente. A tratti lascia emergere il suo personaggio di Sex Education, e in altri appare fin troppo emotivo (Gesù, quanto frigna!). Ma in fondo ha avuto 8 episodi, mentre le serie precedenti ne avevano almeno 12. Forse, dico forse, deve ancora carburare. Non è che non vada bene, ma la concorrenza con le incarnazioni precedenti è ferocissima. Non è arrivato da Jodie Whittaker, ma dall'interregno del ritornato David Tennant. Eredità pesante. Teniamolo presente.

In definitiva, dopo l'era di Chris Chibnall, lo stacco qualitativo si vede. Si respira aria di casa, anzi di Tardis, ma c'è ancora strada da fare. Cose da aggiustare.

Per concludere con una nota rompipalle...

Io l'avevo detto che la bigenerazione era da intendere in modo allegorico, giusto per pacificare la vecchia idea del Dottore e guardare avanti. Ma se ci si attacca letteralmente agli snodi di trama, quella scelta già presenta il conto.

Rusell T. Davies ha affermato che non rivedremo il Dottore di David Tennant. Per ora non è nei piani, almeno.
Dico una cosa sola. E questa la capisce solo chi ha visto il finale di stagione. Nessuno spoiler, resto vago.

Il Tardis non si era pure sdoppiato?
Come la mettiamo?
Dovrebbero essere cazzi. O no?

Vada come vada, è sempre Doctor Who.
E ci sono affezionato.

domenica 2 giugno 2024

Un'altra serialità è possibile - Terza Parte

 

Parliamo ancora di serialità. Anzi, di serial. E di alternative. Alternative a grossi titoli. Grossi nel senso di gettonati, discussi, supportati da sponsor e orde di fans. Quelle che vi presento in questa rubrica, arrivata al terzo episodio, sono alcune serie da me ritenute interessanti e, se non passate sotto silenzio, ampiamente sottovalutate dal vasto pubblico.


Evil – Se non gli avete mai dato una possibilità, questo sarebbe il momento giusto per farlo. Evil, infatti, è appena arrivato alla sua stagione finale, la quarta, attualmente in fase di programmazione. E' vero, le premesse iniziali possono non apparire particolarmente allettanti. Di serie sul soprannaturale ce ne sono state a bizzeffe. Satanasso, i suoi adepti e fenomeni paranormali che si intrecciano a complotti terreni rappresentano una formula abusata. Eppure Evil, nonostante le premesse già viste, con tutte le sue imperfezioni, può contare su un punto di forza non indifferente. La scrittura, opera dei coniugi Robert e Michelle King, già autori di successi come The Good Wife.

Prodotto dalla CBS, Evil descrive il lavoro di una squadra al servizio della chiesa cattolica statunitense il cui compito è valutare l'attendibilità di fenomeni apparentemente diabolici o divini e l'eventuale decisione dell'istituzione ecclesiastica di contrastarli o accreditarli. Abbiamo David, un seminarista afroamericano (Mike Colter, visto in Luke Cage, e qui in un ruolo parecchio sfaccettato), Kristen, una psicologa forense e Ben, un hacker esperto in più rami della tecnologia, radunati per gestire casi bizzarri che potrebbero essere elaborate truffe come eventi oggettivamente soprannaturali. La trama verticale si intreccia con una densa progressione orizzontale in cui il tema dei singoli episodi spesso torna in scena in modo sorprendente. Le vicende personali dei tre protagonisti, cui si aggiunge il diabolico antagonista interpretato da Michael Emerson (Lost, Persons of Interest) nel ruolo di uno psicologo votato alla corruzione e al caos, svolgono una funzione rilevante nel mosaico generale. 

La narrazione di Evil procede costantemente sui binari dell'ambiguità, presentando ciò che potrebbe essere ultraterreno, ma anche manipolato da esseri umani senza scrupoli, assumendo una connotazione sempre più onirica che lascia allo spettatore la libertà di scegliere a cosa credere. Non esente da difetti, ma insidioso come una trappola, Evil è in grado di catturare l'attenzione dello spettatore e condurlo avanti di episodio in episodio, mentre lo status quo dei protagonisti matura e cambia generando un crescente senso di inquietudine.
Insomma, una serie poco frequentata che però sa come intrattenere. Se amate l'horror, una vostra occhiata la merita. Lo trovate su Paramount +.


The Strain – Tratta dalla trilogia di libri che va sotto il titolo generale di Nocturna, scritta a quattro mani dal regista Guillermo Del Toro e dal romanziere Chuck Hogan, The Strain è una serie già conclusa che conta quattro stagioni, andate in onda tra il 2014 e il 2017 sul canale statunitense FX e trasmessa in Italia da Fox. Anche il tema del vampirismo è stato sovraesposto, in televisione come al cinema, e oggi da dire sembra rimasto ben poco. 

I romanzi di Del Toro e Hogan propongono un approccio che rasenta la fantascienza (sebbene contaminata da una grossa componente gotica) e iniziano la loro saga riscrivendo il mito di Dracula, il suo arrivo nel mondo contemporanea non su una nave, ma a bordo di un modernissimo aereo che non appena atterrato spegne tutte le luci e rimane avvolto dal silenzio. I vampiri non sono raffinati aristocratici, non hanno canini appuntiti e la loro modalità di nutrirsi e riprodursi è qualcosa che va scoperta un poco per volta, attraverso l'analisi scientifica di medici abituati a confrontarsi con virus ed epidemie pericolosissime. 

Ci sarebbe da dire che la trilogia letteraria tende un po' a disperdersi, e smarrisce per strada alcune premesse iniziali proponendo delle rivelazioni sull'origine delle creature succhiasangue che possono risultare irritanti per qualche lettore. La serie televisiva, dove a condurre il gioco è lo stesso Guillermo Del Toro, anche regista dell'episodio pilota, elimina felicemente i punti deboli dell'ultimo romanzo e procede coerente per la strada che ha imboccato sin dall'inizio. Le poche variazioni sono efficaci e in definitiva la visione è gradevole anche per chi già ha letto la saga romanzesca. Consigliabile, quindi. Potete vedere tutte e quattro le stagioni di The Strain su Disney+.



Our Flag Means Death
– Basato molto liberamente sulla figura storica di Stede Bonnet, divenuto noto come il “Pirata gentiluomo”, Our Flag Means Death è una serie prodotta dalla HBO Max nel 2022. Tra commedia, avventura e romance, lo show ideato da David Jenkins è divenuto popolare presso la comunità LGBTQ+ per i suoi contenuti esplicitamente queer trattati con delicato umorismo. 

Nel XVIII secolo, il gentiluomo Stede Bonnet (l'attore neozelandese Rhys Darby) decide di abbandonare un matrimonio senza amore e le agiatezze della sua vita borghese per prendere le vie del mare, arruolare una ciurma di disperati e dare inizio alla carriera di pirata. Si tratta, però, di un sempliciotto con la testa piena di sogni che incontrerà non poche difficoltà sia a mantenere coeso l'equipaggio, sia a sopravvivere in mare durante quella che è ricordata come l'età d'oro della pirateria. La sua strada si incrocia con il più famoso e spietato dei pirati: Edward Teach, noto con il soprannome di Barbanera (Taika Waititi in persona). Tra il navigato corsaro e il sognatore, nascerà un'inattesa complicità che li porterà a innamorarsi scontrandosi con le convenzioni del loro tempo e le regole stesse della pirateria.

Strano, surreale, buffo, imprevedibile, Our Flag Means Death è una serie che oscilla tra il farsesco e il romantico, giovandosi di una ciurma di personaggi fortemente caratterizzati. Su tutti svetta Taika Waititi, in grado di apparire serio, languido, pagliaccesco e temibile a seconda delle esigenze di copione. Purtroppo, la serie è stata cancellata dopo due sole stagioni, ma merita comunque di essere recuperata. A proposito, in Italia non è mai arrivata. Quindi, per vederla è necessario ricorrere al pensiero laterale e affidarsi a sottotitoli artigianali.





venerdì 17 maggio 2024

17 maggio: Buona Giornata Mondiale contro La Omolesbobitransfobia


Per tutto il giorno, anche un po' ossessivamente, mi sono chiesto come potevo contribuire a questo 17 maggio (venerdì), Giornata Internazionale contro l'OmoLesboBiTransfobia.

Mi è venuto in mente in serata, un po' tardi (per me è un periodo un po' così. Sono tardo io), ma credo di avere trovato la forma giusta.

Mi piace ricordare un episodio di una delle mie serie TV preferite, Doctor Who, da poco tornato nella sua quindicesima incarnazione. Il Dottore in carica ha una certa caratterizzazione queer, ma ho preferito guardare al passato, e celebrare un ricordo personale. Il primo episodio dell'ottava stagione del rilancio moderno, il primo con protagonista il Dottore di Peter Capaldi, intitolato "Deep Breath".

Nell'episodio si esplorava la relazione di Madam Vastra, aliena siluriana (rettiliana) e sorta di Sherlock Holmes in versione science fiction, con l'umana Jenny Flint, sua moglie e stretta collaboratrice nella Londra vittoriana. Il rapporto con il maggiordomo Strax, sontaran che ha rinunciata alla vita militare del suo popolo per vivere con le due donne sulla terra e formare di fatto una sorta di famiglia allargata.

Ricordo questo episodio non tanto per la sua trama, per il debutto di Peter Capaldi (uno dei miei dottori preferiti) e la presenza di quel tenerissimo, sfortunato Tirannosauro femmina cui il Dottore si rivolgeva con l'appellativo di "Bomba Sexy". Lo rammento e mi è caro perché ricordo come lo commentai, all'indomani della visione, con Luigi Carollo, attivista e coordinatore del Palermo pride, che lo definì «la puntata più queer in assoluto vista finora nello show».


Penso avesse ragione. L'episodio mostrava una relazione, anzi, un matrimonio tra un'aliena e una terrestre, entrambe identificate dal genere femminile (almeno credo, visto che non si sa molto dei siluriani) in un contesto estremamente puritano come quello dell'Inghilterra vittoriana, e una forma di amore puro, passionale, libero da qualunque condizionamento.


Luigi ci ha lasciati meno di un mese fa, troppo presto e in modo troppo brusco per riuscire a metabolizzare la cosa. Per questo dedico il mio pensiero di oggi a lui, a uno show che amavamo entrambi e che ci capitava di analizzare insieme a ogni nuova stagione. Per la prima volta, quest'anno, non leggerò i suoi commenti suoi nuovi episodi né mai saprò che cosa avrebbe pensato del Dottore di Ncuti Gatwa, per la prima volta nero e queer.
La cosa mi addolora, perché mi priva del conforto di una persona intelligente che non era solo un attivista, ma anche un frequentatore della cultura pop, in grado di riconoscere ed evidenziare in essa temi che ci riguardano, ci parlano... o almeno ci provano. Sta a noi farne buon uso. Le storie sono nostre, le storie siamo noi.

Buon 17 maggio a tutti, tutte e tuttə. Viva l'amore, viva noi, viva il Dottore, viva Luigi.