lunedì 22 giugno 2020

Curon: più ombre che luci

Non voglio accanirmi su "Curon", la serie originale Netflix italiana che in queste settimane sta facendo discutere, tra detrazioni, discreti consensi e motivatissime perplessità. La prima cosa (positiva) che sento di poter dire è che, a differenza dell'altrettanto nostrano "Luna Nera" (respingente sin dal primissimo episodio), questo mistery soprannaturale altoatesino qualche carta da giocare ce l'ha. E tra queste, per quanto mi riguarda, è c'è quella di avermi indotto a guardare la serie fino alla fine. Nonostante i dubbi che, andando avanti nella visione, aumentavano. Potremmo dire che è un po' un peccato. Che "Curon" presenta un'intrigante idea narrativa, uno scenario suggestivo, e persino qualche intuizione affascinante. Ma... spreca una grossa fetta del suo potenziale di partenza. Senza farsi detestare, per quanto mi riguarda, ma neppure amare veramente. In modo paradossale, vorrei dire, che questa serie Netflix non riesce a essere quello che avrebbe potuto o voluto essere. E che forse da qualche parte, in un'altra linea temporale, in un'altra dimensione, qualcuno avrebbe potuto farne un racconto del mistero davvero efficace. E chissà, magari sta sbraitando per farsi ascoltare e prendere il posto che gli spetta. Il problema principale non è neppure la performance del cast. Il discorso sulla qualità della recitazione della fiction italiana sarebbe lungo, ed è in buona parte ormai scontato, come una condanna passata in giudicato molti anni fa. Un trend che riguarda quella parlata pseudo "naturale" che molti scambiano per recitazione "teatrale" (come se di modo di recitare in teatro ce ne fosse soltanto uno). Quelle dinamiche di regia rese note da "Boris", vera serie di culto che satireggia le produzioni televisive italiane e ne denuncia tutte le storture. La recitazione "buttata lì", spesso per espressa richiesta del regista, dove sull'altare di una presunta naturalezza si sacrifica l'intelligibilità del copione. Ed è un peccato, perché tra i giovanissimi protagonisti di "Curon" ci sono diverse promesse, alcuni davvero intensi, espressivi e carismatici, ma non sempre in grado di esprimersi in modo comprensibile. Questo è senz'altro un male, ed è comune a una deriva tutta italiana che riguarda (ormai con poche eccezioni) le moderne fiction e anche una parte del nostro cinema. Ma come dicevo, non è la recitazione il vero problema di "Curon", che su questo fronte si difende tutto sommato discretamente rispetto ad altre produzioni ("Luna Nera" su tutte). Il punto nevralgico è... la scrittura. Un mistero che a tratti lievita e subito dopo si affloscia, appiattito da spiegoni non necessari o da scelte di regia eccessivamente chiarificatrici laddove avrebbe giovato una maggiore ambiguità. Troppe contraddizioni nelle condotte di più personaggi (si veda il forzatissimo twist che innesca il finale di stagione), e alcune caratterizzazioni eccessivamente stereotipate, suscitano parecchie perplessità. La stereotipia appesantisce anche alcuni dialoghi, rendendo il progredire del racconto prevedibile in più di un atto. L'uso scientifico della parola cazzo (Gabriel Garcia Marquez, ne "L'autunno del patriarca", cazzo, lo usò al posto della virgola con intenti sperimentali), qui usata palesemente per conferire (una cazzo di) "verità" al parlato (cazzo!), ma talmente abusata (cazzo!) da risultare un manierismo (ecchecazzo!) e quindi fallire (cazzo!) proprio nell'intento (cazzo!) che si proponeva (non diciamo cazzate!). Direi quindi che il punto più debole di "Curon" è proprio il suo copione, lo sviluppo di una storia che aveva un potenziale interessante, e una debolissima gestione dei tempi narrativi. Tutto sorvolando sul forte sospetto che chi ha scritto la sceneggiatura, molto probabilmente, non conosce affatto i gatti, non ha mai fumato una canna, e non ha mai avuto a che fare con un vero alcolista in vita sua. Tutto questo senza astio. Anzi, forse nutrendo anche la riserva di provare a vedere una possibile seconda stagione. Perché il potenziale di "Curon" resiste nonostante tutti questi difetti, e dal momento che è rimasto in buona parte inespresso (alludendo involontariamente ai temi stessi della serie), permane un notevole margine di miglioramento che gli autori dovrebbero prendere in considerazione. Gli auguro di riuscire ad aggiustare il tiro e fare di meglio la prossima volta, senza abbandonare queste promesse (comunque intriganti) sotto la superficie ghiacciata del lago di Curon.

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