lunedì 4 maggio 2020

I morti non muoiono [di Jim Jarmush]

Non sono sicuro di avere capito bene "I morti non muoiono" di Jim Jarmush. Nel senso che non sono certo di avere compreso del tutto che cosa Jarmush si proponeva di fare con questo metafilm a base di zombi, comedy, spunti satirici, omaggiante un genere, il proprio cinema passato e... si direbbe altro ancora. Non posso dire neppure che non mi sia piaciuto. Forse perché "I morti non muoiono" è talmente carico di spunti simpatici, di attori mostruosi e camei illustri, che semplicemente ti bagna le polveri del dissenso e ti induce comunque a un atteggiamento indulgente. Eppure, quello che penso sia più ragionevole dire è... che non credo di averlo capito. Limite mio, probabilmente, che non riesco ad allineare in modo perfetto le tessere di un mosaico citazionista e allegorico in cui i temi centrali sono già stati talmente sfruttati da risultare ovvi. La cosa che mi affascina di più, paradossalmente, è proprio la scelta di adottare un ritmo compassato. Non lento, ma di una calma esasperante (rappresentata in modo encomiabile dall'imperturbabile personaggio di Bill Murray) che praticamente ti conduce attraverso l'inizio dell'apocalisse con una rassegnazione inedita. Forse è proprio questo il bandolo della matassa. Il fluire del racconto filmico, affidato a un'ironia placida che non si scompone neppure nelle scene in cui le urla, il sangue e la morte dovrebbero farla da padrone. Un mondo che non finisce con fragore, ma con un gemito sommesso e quasi un sorriso cinico, come se l'intero pianeta, nel soccombere alla piaga che lo sta distruggendo, anziché urlare, mormorasse sogghignando «Che fregatura, eh!» Se l'intento era quello di spiazzare, con me l'obiettivo è stato sicuramente centrato. Forse, un tema così abusato, già filtrato più volte dalla commedia, e persino cannibalizzato da altri generi, non può più essere rappresentato se non con distacco. Il disincanto di chi ormai conosce non solo le regole del gioco, ma ogni possibile sviluppo e l'inevitabile finale. Un distacco emotivo e formale, perché ormai certe storie non si possono più raccontare fingendo di crederci. Oppure si possono descrivere soltanto ammettendo di non crederci più, sapendo che il giocattolo è irrimediabilmente rotto, e arrendendosi ormai alla noia di una parabola nera che avrà comunque ragione delle nostre resistenze. Vediamo il baratro, contiamo i passi, ma sappiamo di non essere in grado di fermarci. Possiamo solo accettare la fine, e andarle incontro rassegnati. Nessun twist ci illuderà con un'effimera ondata di adrenalina. Nemmeno il segreto (di Pulcinella, ormai) che i diversi, gli strani, rivelano risorse in più in situazioni di emergenza, e che forse è proprio la loro diversità, la loro stramberia, a condurli in salvo, lasciando gli omologati, i normali al loro destino infausto. E anche in questo caso, mi accorgo, non posso fare a meno di azzardare interpretazioni, anche quando ritengo di non avere ben capito. Ma mi resta la sensazione che "I morti non muoiono", con la sua placida, quasi inerte, ironia citazionista, sia un film di un pessimismo devastante.

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