mercoledì 2 gennaio 2019

Aquaman (ma non è proprio acqua...)



Aquaman, di James Wan. 2018.
Forse la DC/Warner ha capito che doveva cambiare strada. Probabilmente ha pure scelto la direzione giusta. Dico “probabilmente”, nel senso che la direzione intrapresa non coincide necessariamente con una qualità elevata dei film, ma possibilmente con un prodotto vincente al botteghino e soprattutto nell'ambito del merchandising. I bambini entrati in sala con in mano i giocattoli raffiguranti i personaggi del film qualcosa devono significare. E del resto l'Aquaman di James Wan, inutile nascondersi dietro un dito, parla soprattutto se non esclusivamente a loro. Oltre ad avere la valenza di un lungo, interminabile spot pubblicitario.

Ma è davvero così brutto?
Mettiamola così. Il film dovrebbe parlare di mare, di oceano, di acqua, insomma. L'elemento acquoso è parte costituente della materia dell'avventura e del nome dell'eroe protagonista. Ma la sensazione che ho avuto per tutta la sua (tediosa) durata di circa due ore e mezza, è stata quella di nuotare faticosamente in un minestrone dove a ogni bracciata emergeva un ortaggio diverso. Stantio, per giunta, e trafugato da zuppe già cotte in passato. A volte anche molti anni fa, e recuperato per l'occasione. Un minestrone che cerca di fondere avanzi di film per ragazzi di più generazioni, forse nel disperato tentativo di azzeccare almeno un sapore che sia apprezzabile. E – orrore – i risultati al botteghino e il plauso degli sbarbati sembra premiare questo sforzo di riciclaggio.

Qualcosa non va. Qualcosa non va affatto, se un film di quasi 70 anni fa come il “20.000 leghe sotto i mari” di Richard Fleischer, con i suoi trucchi rudimentali, conserva più poesia e forza ipnotica di questa baracconata che definire kitsch è un complimento. James Wan, dopo essersi fatto un nome nell'ambito dell'horror, si era prestato a prove alimentari nell'action, e qui fallisce alla grande su tutta la linea. Va da sé che la componenete visiva del mondo sottomarino avrebbe dovuto farla da padrone, ma se questo luna park volgarissimo e carnevalesco piace al vasto pubblico, a questo punto mi chiedo che cosa ne avrebbe tirato fuori qualcuno come Baz Luhrman. Il barocco di Atlantide ferisce gli occhi e ricorda (in una versione povera, pessima e svilente) i giochi di estetica pop di Pierre et Gilles, al servizio di un'espressione artistica ben più nobile. Là era la cultura LGBT ammantata di preziosismi grafici. Qui abbiamo solo Jason Momoa che a ogni sequenza sembra stare pubblicizzando uno shampoo o un deordorante per maschi alfa. Questo quando non elargisce battute salaci che sembrano uscite da un film anni 70 di Terence Hill e Bud Spencer, che quello è il livello e molto probabilmente il redivivo target.

La pretesa da film epico naufraga sin dai primi minuti. Con l'ammorbante prologo servito con immancabile io narrante a corredo. Una storia di origini accennata, schematica, frettolosa, noiosa. I tempi e il modo di fare spettacolo cambiano, ok. Ma si auspica che si evolvano. Un tempo esisteva una cosa chiamata atmosfera e un'altra chiamata crescendo per costruire l'epicità. Semplicemente non puoi... NON PUOI in un film che dura DUE ORE E MEZZA, servirmi un prologo striminziti ed esangue con tanto di spiegone delegato alla voce fuori campo. Non puoi, CAZZO. E' semplicemente un insulto. All'estetica del cinema, alla narrazione, al fumetto, al pubblico...

Ah, sì. I giocattoli non si vendono da soli.

Sorvolando sul villain Black Manta, infilato nel film a forza senza ausilio di lubrificante alcuno. Personaggio cui è attribuita l'origine e le motivazioni più insensate che cinecomics abbia partorito, senza spoilerare, e consacrandole con una battuta del protagonista sotto finale che ti va venire voglia di prenderlo a sganassoni esattamente quanto e più della sua nemesi. Sì, a quel punto anch'io diventerei volentieri Black Manta e cercherei Aquaman per farne neonata fritta (che per di più neanche mi piace mangiare).

Il film distribuisce le sue carte in modo lento e soporifero saltando da un modello a un altro. In parte mi è sembrato di ritrovarmi a guardare gli orrendi Batman di Joel Scumacher, ma se non fosse abbastanza, andando avanti il film rivela parentele anche con il Flash Gordon di Mike Hodges del 1980. In molti punti arraffa pure da “Il viaggio fantastico di Sinbad”, bel film per ragazzi del 1973 con i trucchi di Ray Harryhausen (altro esempio di cinema “vecchio” da riscoprire a dispetto di questi strillanti neonati blockbusters). Attraversa tutto il franchising di Indiana Jones scomodando pure “La spada nella roccia”. E per concludere... Jason Momoa si dimentica di stare recitando Aquaman e si trasforma in Sandokan.

E qui ricordo la frase celebre di un mio amico negli anni 70, riferito ai propri figli davanti allo sceneggiato di Sergio Sollima: «Hai visto Sandokan? E' meraviglioso! Fa impazzire i bambini!»

Esatto. La frase più importante è proprio questa. Questo è il senso del minestrone. Questo è il senso del film. Questa è la virata, possibilmente vincente sul piano commerciale, della DC/Warner. I bambini gradiscono. I bambini applaudono. I bambini comprano i giocattoli.

E alla fine che cosa vuoi dirgli? Protestare perché il film ti annoia e ti fa sanguinare gli occhi?
Non è destinato a te, fattene una ragione. Noi lettori di fumetti dobbiamo rassegnarci. Questi prodotti non parlano con noi. Conclusa la fase pseudoadulta (in realtà solo depressa) dettata da una cattiva interpretazione della lettura nolaniana di Batman, la DC/Warner vince al botteghino scegliendo di parlare a una platea infantile. I nerd (e gli appassionati di comics) saranno anche stati sdoganati. La loro visione, un tempo di nicchia, è diventata cultura di massa. E così facendo è diventata oggetto di un mercato fuori controllo, inutile aspettarsi qualcosa di diverso. Giusto? Sbagliato? Come che sia è un dato di fatto. Inutile anche rammaricarsi. E' più triste intravedere la bellezza sfiorita di Nicole Kidman nascosta a stento da una chirurgia plastica che anziché aiutarla a restare giovane fa sembrare che nasconda le sue rughe sotto una plasticosa maschera trasparente. Vedere tanto dispendio di stars, di talento, di mezzi. E uscire dal cinema pensando che i problemi veri sono altri. E che questo film non è riuscito a farteli dimenticare neppure per dieci minuti.
Per quanto mi riguarda, questo è il vero fallimento.
E a fronte di questo, vedere padri di famiglia (non ragazzini, ma genitori ultratrentenni) che senza conoscerti trovano il tempo di venire a insultarti sul tuo profilo social, a dirti che non capisci un cazzo e sei ridicolo, perché hai osato criticare un film che loro hanno apprezzato, neppure gli avessi insultato la madre, è un fenomeno fottutamente inquietante.
Meditiamo.






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