domenica 9 settembre 2018

Lake Mungo



In queste sere di fine Estate, mentre il caldo, mio grande nemico, continua a posticipare la sua ritirata, sono tornato a dedicarmi a una delle mie passioni più inveterate: la visione di film horror, possibilmente scelti tra titoli poco noti e potenzialmente portatori di sorprese.

Eccomi dunque affrontare la visione di “Lake Mungo”, film australiano del 2008, inedito in Italia, ma del quale avevo sentito parlare solo bene. Il film è un mockumentary, cioè un falso documentario. Non un found footage, non un Pov. Siamo lontani dal concetto dei filmati amatoriali ritrovati per caso che narrano un'esperienza in prima persona secondo il modello di “The Blair Witch Project”. Qui siamo in presenza di un finto documentario fatto e finito. Composto da interviste, filmati di repertorio, vecchie foto, testimonianze, e – inevitabilmente, sì – anche qualche video amatoriale dalle immagini traballanti. La cornice potrebbe essere quella di un programma ascrivibile al giornalismo-spettacolo, ma senza la presenza di un anchor-man in video. “Lake Mungo” non esce mai dagli argini formali che si è imposto, e il suo ritmo è dilatato, costruendo il racconto una testimonianza alla volta, una scoperta alla volta. La storia è innescata dalla morte improvvisa di un'adolescente, Alice Palmer, che annega in un lago durante una gita con la famiglia. Già, di cognome fa Palmer. E il suo nome non può che far pensare a una citazione d'autore, e infatti è così. Tutto parte come un dramma familiare canonico, ma mentre genitori e fratello minore, affrontano il difficile cammino del lutto, in casa si comincia ad avvertire qualcosa di strano. Una presenza. Iniziano gli incubi. Gli improvvisi avvistamenti. E a un certo punto qualcosa si manifesta in foto e filmati...


Credo che “Lake Mungo” sia la più bella e terribile ghost story degli ultimi vent'anni. Un film che parte da un presupposto che più classico non si può per virare improvvisamente (con inattese sterzate da mal di mare) in territori che non ci si aspetta. In apparenza un piccolo film, tra l'altro abbastanza statico per lo stile documentaristico che adotta. Una narrazione fatta di parole, senza sangue né salti sulla sedia. Eppure, a visione completata, quando tutti i pezzi del puzzle sono andati al loro posto, ci si accorge di essere rimasti profondamente turbati. Lake Mungo” è davvero una strana creatura cinematografica. E' un dramma ed è un horror (ma anche un thriller psicologico) che alterna la marcia tra questi due generi mutando registro più volte. E' un film sul lutto, e sulle consolazioni che il paranormale in qualche caso potrebbe offrire. Ma è anche un formidabile esercizio di regia, che ammirato nella sua completezza si dimostra perturbante come poche altre pellicole. Una storia sul rapporto tra vivi e morti che nel finale (fortemente metaforico) comunica, insieme a una profonda inquietudine, una sensazione di tristezza devastante. Gli ultimi secondi di film, con le loro rivelazioni, inducono a riguardare alcune scene alla luce di una nuova consapevolezza. E notare quello che a una prima occhiata non si era visto, distratti da una regia maliziosa, fa davvero gelare il sangue. Se non fosse che a quel punto, a film finito, non si sa più se avere paura o piangere.



Il concetto di fantasma, inteso come archetipo del terrore, è da ricondurre sostanzialmente alla domanda “cosa c'è dopo la morte?”. La paura di incontrare qualcuno di trapassato, anche se un proprio caro, è quella di trovarsi in presenza di un gancio con l'aldilà. Qualcuno che in teoria potrebbe portarci con lui oltre quella soglia sconosciuta. La paura dei fantasmi è in realtà paura della morte stessa. E in “Lake Mungo” questo concetto viene ulteriormente affermato, con un twist agghiacciante e nello stesso tempo disperato che lascia lo spettatore con ulteriori domande sulla tragica morte di Alice.

E' anche un dramma sulla comunicazione tra familiari. Meglio, sulla difficoltà (o impossibilità) di comunicare e sulle sue nefaste conseguenze. Un dramma sulla solitudine dei vivi quanto dei morti, tra i quali potrebbe, in un certo senso, non esserci troppa differenza.

Lake Mungo” è un film bellissimo e strano. Sicuramente poco commerciale e di fruizione non facile per un pubblico generalista. Il fan horror di ultima generazione potrebbe non riuscire ad arrivare a metà pellicola, liquidandola come noiosa e priva di mordente. Sarebbe un gravissimo errore. Perché pochi film, sia pure solo dopo che i titoli di coda sono terminati, lasciano una tale sensazione di smarrimento. Se parliamo di orrore, orrore del quotidiano, orrore del vivere (e del morire), “Lake Mungo” è di sicuro un piccolo capolavoro.



2 commenti:

  1. Visto da poco.
    Non mi ha fatto paura , non è un horror è fatto bene almeno fino al punto in cui diventa prevedibile.
    Un mix di tante tecniche di ripresa con un risultato un po’ controverso.
    Concordo con te che alla fine ti lascia un senso di tristezza e malinconia.
    Ciao e complimenti per il Blog
    Massimiliano

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