martedì 10 gennaio 2012

Linea 103: Grandi Antichi


Palermo. Linea 103. In viaggio.

«Ooboshu shogg wgah'n y'hah!»
«Ah! Non si dicono queste cose!»

Le sagome sono due. Occupano interamente lo spazio della bussola anteriore, alla destra dell'autista. Uno lo si vede spesso sul bus. E soprattutto lo si sente. Cavolo, se si sente. E' quello piccolo, magro, dalla voce stentorea, senza vergogna. L'altro è più anziano, ma anche un po' più imponente, con una voce rauca. Come al solito, è il primo, quello basso, a tenere banco. Qualcosa, però, stavolta ha coperto in parte il suo strepito. Forse il rombo di una motocicletta che ci superava. Magari ero distratto, o forse ha parlato realmente in una lingua aliena. Il commento di quello più alto, invece, arriva forte e chiaro. Il tono è ironico. Non è un rimprovero, ma un assenso. Quasi una pacca sulla spalla a un amico che ha appena detto una grande, scomoda verità.

«Ooboshu shogg wgah'n y'hah!»

Ho già parlato dei grilli sparlanti, vero? Sì, certo. Io li chiamo così. Sono quei signori, pensionati o semplicemente sfaccendati, che viaggiano da un capolinea all'altro sulle vettura della linea 103 conversando ad alta voce con l'autista come se fossero seduti al tavolino di un bar. Esiste un vasto pantheon di questi personaggi, ciascuno con abitudini e frequenze caratteristici. Ricordiamo che il 103 è da considerare una vera e propria carrozza fantasma tra i trasporti urbani nella città di Palermo. Fantasma in quanto copre un tragitto contorto, ed è pertanto poco frequentata (se non dagli sfortunati habitué come il sottoscritto). Quindi è costantemente semivuota. Fantasma anche giacché inafferrabile e dagli orari imponderabili, spesso mutevoli a seconda della giornata o dell'autista di turno. Non a caso, ho preso l'abitudine di scendere da casa per recarmi al lavoro con cospicuo anticipo e, giunto alla fermata dalla quale dovrà partire la mia corsa, mi guardo intorno per scoprire quali facce saranno al volante durante la giornata. Ormai hanno tutti un nomignolo, la maggior parte dei quali preferisco tenere per me. Ciascuno di loro ha ricevuto un voto di affidabilità che tiene conto di puntualità, elasticità degli orari, lentezza, strafottenza. Una faccia piuttosto che un'altra potrà quindi segnalarvi se arriverete in orario o se fareste meglio a farvi un pezzo di strada a piedi e ripiegare su un'altra linea.

Ma qui sto divagando. In realtà volevo parlare ancora degli opinionisti, dei grilli sparlanti... Insomma, di quei figuri che accanto al più o meno compiacente autista dissertano durante l'intero percorso del bus, facendo della vettura semivuota un vero e proprio talk show su quattro ruote. Uno show il cui taglio giornalistico non può essere scelto dall'utente, destinatario finale e passivo di commenti all'attualità di caratura ragguardevole. No, davvero. Giacché lo spettacolo è comunque assicurato, e in qualche caso anche i brividi. Neanche si fosse pagato il biglietto per assistere all'ultima sconvolgente pellicola del terrore che – promettono gli strilli sui manifesti – è un vero pugno nello stomaco.

Sì, perché la linea 103 – ormai lo so... l'ho sentito nelle viscere – non è soltanto un autobus. Non è una vettura più o meno lurida e sgangherata, senza orari precisi, che bene o molto male (se hai fortuna, e non becchi l'imprevedibile “mancata smonta”, che neanche sai cosa voglia dire) ti porterà a destinazione. No, la 103 è qualcosa di esoterico. Di misterioso, inquietante. Il viaggio che ogni giorno mi porta al lavoro spalanca, di fronte a quanti hanno occhi per vedere, pozzi infernali e promesse apocalittiche che farebbero un baffo a quei buontemponi di maya. Lo sapeva H.P. Lovecraft, lo scrittore di Providence, quando nei suoi racconti del terrore ci narrava dei Grandi Antichi, dei loro iniziati e della melma primordiale che presto sarebbe riemersa dall'abisso per ingoiare la terra con buona pace del genere umano e del suo miserevole progresso.

Che esagerazione! Credete? Tutto sta a vedere quanto siete iniziati agli osceni misteri di Cthulhu, l'immenso orrore divino che esulta nella marcescenza.

Io ho visto. Ho sentito. E ora so.
So che la linea 103 non è un qualunque autobus, ma la biga di Nyarlathotep (altrimenti detto Caos Strisciante). Il messaggero oscuro, l'Ermete degli Antichi. E gli opinionisti su quattro ruote, quegli apparentemente innocui signori, per lo più formatisi su Il Giornale e La Gazzetta dello Sport, non sono che i profeti... meglio: le bocche umane prestate al nefando araldo della tenebra primordiale.

«Ooboshu shogg wgah'n y'hah!»

Il piccoletto calvo, dalla voce squillante ha parlato nella lingua del grande Cthulhu. A modo suo, da sacerdote dell'abisso, sta annunciando l'imminente ritorno del male primigenio. Ci vuole molto studio, essere pazzi o essere un iniziato per coglierne al volo il senso.

«Ah! Non si dicono queste cose!»

Il tipo più anziano ha appena esclamato questa frase con il medesimo tono di chi afferma: «Parole sante!». Non esita più di tanto. Poi passa finalmente alla traduzione.
«Che ti pare! Ne hanno grilli per la testa, queste. Fai conto... tra poco pretenderanno che i piatti li laviamo noi maschi.»

«Hlirgh gof'nn mnahn'!»

Come un rimestare di melma ribollente... Così la sua voce, così le mie viscere.
Una volta è un caso. Ma adesso no. Mi arrendo all'evidenza. Il piccolo profeta è posseduto. Attraverso la sua bocca sta parlando Yog-Sothoth, l'Altrove... il dio demente che gorgoglia e bestemmia nel vuoto per l'eternità. Il suo traduttore umano, placido e rauco, commenta in lingua umana affinché non resti speranza alle ultime orecchie ancora innocenti.
«Femmine! Le hanno tutte loro! Na cosa sula ci manca. U ciriviaddu!»

Il dialetto della mia Sicilia non m'era mai sembrato tanto simile ai blasfemi linguaggi proposti da Lovecraft nei suoi miti dell'orrore. I due araldi dell'abisso continuano la loro conversazione a fianco dell'autista.
«Manca picca! Vulissiru cumannari idde! U sesso debole! Ma su cretine!»
«Seeee. E cu da cosa... SE NON ORA QUANDO?! Tantu su cretine ca si fannu usare da cu è gghiè na piazza!»
«I piatti s'avissiru a lavari, e mute. Oddio, certo... ci su pure chidde sperte. Qualcuna.»
«Nafl-lw'nafh ph'-s'uhn! Tharanak syha'h!»

A questo punto ero davvero in preda al terrore. Saltare giù dalla vettura sarebbe sembrato consigliabile, ma il dialogo degli iniziati, che procedeva fitto, sempre più osceno e indecifrabile, mi gelava immobilizzandomi. Avevo appena toccato con mano il vero orrore cosmico cantato da H. P. Lovecraft. La prova definitiva che la linea 103 non è un normale autobus, no. Ma un varco, una porta temporale che collega il nostro tempo con un'età remota, cupa e grezza, da cui strisciano fuori cavernicoli ringhianti e mostruosità antidiluviane. Altro che le anomalie spazio-temporali dei telefilm di fantascienza. Decenni di progresso sociale, di conquiste, di sogni sanguinanti, di martirio e duro lavoro... insomma, di faticoso cammino dell'umanità, spazzato via da poche impronunciabili sillabe. Ed ecco aprirsi sotto i nostri piedi un baratro che ci fa sprofonda direttamente nel passato, nelle tenebre primordiali dove ogni luce è bandita, e dove il mostruoso Cthulhu e i Grandi Antichi dimorano sovrani, imprecando stolidamente per sempre.

Da qualche parte, un negromante ha aperto le porte. Ha trovato i canali giusti e ha pronunziato gli osceni incantesimi spalancando i cancelli all'avvento del caos. I Grandi Antichi sono tra noi. Sono emersi da un passato polveroso che credevamo superato. Sono strisciati rapaci fuori dai tubi catodici, dall'odore acre della cattiva stampa, dalle inutili risa e clamore dei più volgari spettacoli...
I Grandi Antichi avanzano, stroncando una dopo l'altra ogni speranza del genere umano di potersi realmente evolvere.

Il 103 dispensa il loro vangelo tenebroso per la città, ma il tristissimo odore è già per ogni dove. Sappiatelo, donne. Meditate, uomini. Essi sono tornati, sono feroci, e godono della propria verità... urlata senza pudore. Stanno vincendo. Lo svilimento del linguaggio è un'arma potente.
E io, povero illuso, che pensavo di viaggiare su un bus e tenere un diario di facezie... ignoravo di stare compilando quello in cui lo stesso Lovecraft, oggi, vedrebbe forse il vero Necronomicon.

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