sabato 24 ottobre 2020

Super... Trump... Moore...


Fa riflettere il proliferare di immagini in rete che raffigurano supereroi che picchiano il presidente USA Donald Trump. Soprattutto in un momento in cui lo scrittore di fumetti (dovrei dire ex?) Alan Moore (che da sempre si distingue per dichiarazioni e atteggiamenti radicali) afferma che l'attuale successo del filone cinematografico dedicato agli eroi con superpoteri è riconducibile alle medesime dinamiche culturali che hanno prodotto l'elezione di Trump in America e la Brexit in Inghilterra.


A mio parere non c'è né contraddizione né conferma. La cultura popolare è per sua natura espressione di visioni del mondo variegate, ma anche mutevoli. Spesso semplificate, è vero. Ma questo non deve portarci a sottovalutarle. Del resto, sulla prima copertina che lo vedeva protagonista, nel 1941, Capitan America tirava un pugno in faccia ad Adolf Hitler. Si trattava di propaganda, l'espressione mediatica di una paese che aveva appena deciso di entrare nel conflitto mondiale. E che in seguito avrebbe acquisito il discutibile titolo di "gendarme dell'umanità".
Il punto nevralgico è che gli Eroi (con poteri o meno) possono essere adottati da qualunque schieramento politico, qualunque ideologia. Dichiarata, consapevole, o meno, non fa differenza. Quelli della mia generazione ricorderanno (forse) che per lungo tempo la trilogia de "Il Signore degli Anelli" (parlo dei romanzi di J.R.R. Tolkien) era stata adottata come feticcio dalla gioventù di destra. Non per ragioni specifiche, ma perché le imprese eroiche, cavalleresche e votate al sacrificio parlano alla pancia, e molti possono leggerci quello che vogliono. Qualcun'altro, prendendo in mano quei libri in tempi più recenti, legge una storia di resistenza contro un male che tutto conquista e corrompe gli animi. Praticamente un totale rovescio della medaglia, considerato anche che per ognuno il male si identifica con il proprio antagonista. I supereroi, soprattutto quelli più moderni, sono spesso indicati come emblema di ansie sociali.


L'Uomo Ragno, un tempo, prima che il giovanilismo del nuovo millennio lo fagocitasse, era metafora di diversità, solitudine e desiderio di redenzione. I mutanti, gli X-Men, nel tempo sono stati consacrati come emblema delle minoranze bistrattate. Eppure parliamo sempre di prodotti commerciali. Prigionieri di una narrazione eterna, compulsiva, che li sfrutta fino ad annichilirne il senso. E per loro natura, pertanto, terribilmente ambigui. Alan Moore, probabilmente, esprime un assoluto riconducibile alle sue abituali posizioni estreme. Questo, però, non significa che la questione sia da liquidare con un'alzata di spalle davanti all'uscita di un eccentrico. Qualcosa di vero, in fondo, c'è. Le storie, i simboli, compresi fumetti e film commerciali, sono totem in cui un popolo si rispecchia. E come in ogni specchio l'immagine appare rovesciata. Quello che dovremmo, potremmo fare, è prendere atto di quanto questo argomento sia sfuggente e ambiguo. Quanto possa cambiare anche a seconda del contesto, storico e culturale, con il quale ci rapportiamo. Non si tratta, dunque, di dare ragione o meno a Moore. Ma semplicemente di non smettere di pensare. E interrogarci su quello che leggiamo, vediamo, fruiamo. Soprattutto se sentiamo di apprezzarlo. Chiediamoci sempre perché. E non pretendiamo di avere una salomonica risposta definitiva. Dubito che esista. Su certi argomenti, le risposte definitive (o presunte tali) sono nemiche del pensiero critico.



A proposito! In questo periodo si possono trovare anche molte immagini di Donald Trumb vestito da supereroe, compreso Capitan America.



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