lunedì 26 ottobre 2020

Ripensando a The Strain...


Un recupero tardivo, da parte del sottoscritto, quello dell'intera serie TV ispirata a "The Strain", la trilogia letteraria scritta da Guillermo Del Toro e Chuck Hogan. Quattro stagioni che adattano tre romanzi horror dalle venature fantascientifiche, e che particolarmente si prestano al clima autunnale di chi sta aspettando Halloween. La serie si era conclusa già da un po', tra l'altro passando discretamente sotto silenzio nella provincia virtuale dei consumatori seriali. Uno di quei prodotti che macinano una stagione dopo l'altra, arrivando alla loro naturale conclusione senza suscitare clamore, più che in sordina. Lontanissimi dal berciare suscitato da ogni episodio di "Games of Thrones" o di "The Boys", ma anche da titoli più di nicchia, come "Doom Patrol". Forse non sufficientemente pubblicizzato. Forse sottovalutato per via del tema abusato. O forse perché non ha neanche l'ombra di una componente "teen".

Un rimosso mediatico che per lungo tempo ho ignorato anch'io. Anche se forse per motivi differenti ai più. C'è da dire che quando la serie ha esordito (in America su FX, in Italia su Fox) avevo da pochissimo finito di leggere tutti i libri della saga letteraria. I vampiri creati da Del Toro e Hogan non avevano più segreti per me. Ogni personaggio aveva incontrato il suo destino e io ero decisamente satollo. Inoltre, chi mi segue su Youtube sin dall'inizio, forse ricorda quanto mi fece incazzare la girata fantasy (posticcia e contraddittoria) presente nell'ultima parte del terzo romanzo (la spiegazione sull'origine degli strigoi), e il mio rapporto con l'intero corpo narrativo della trilogia ne era uscito vagamente compromesso. Aggiungiamo che avevo completato la lettura dei romanzi in uno dei periodi in assoluto più brutti della mia vita, e il quadro sarà completo. "The Strain" per me era stato consegnato alla memoria. Non aveva nessuna voglia di ricominciare da capo e farmi raccontare tutto in live action. Non in quel momento. Ma il tempo, passa, e le cose cambiano.


A distanza di qualche anno, a serie terminata, i tempi erano evidentemente maturi. Senza sapere neanche bene perché, probabilmente influenzato dal parere positivo di altri stimati cultori, ho deciso di dare una chance al "The Strain" di FX, e alla fine l'ho consumato in maniera quasi bulimica, bevendomi un episodio al giorno fino a esaurire tutte e quattro le stagioni. Attualmente, quando si parla di serie TV, sento ripetere sempre più spesso aggettivi come "Perfetto" e "Geniale". E altrettanto spesso non riesco a mettermi nei panni di chi le pronuncia. Bene. Nel caso di "The Strain" non c'è proprio nulla né di geniale né di perfetto. Anzi, è un prodotto pieno di imperfezioni. E a tratti qualche buco logico rischia di ingoiarci per non sputarci più. Eppure è un serial che si fa vedere dannatamente bene. Forse proprio per la sua onestà, la sua capacità di mantenere alto il ritmo, l'assenza di pretese e l'uso di personaggi caratterizzati molto bene. Quei buchi, quindi, alla fine appaiono come dei nei su un corpo che esteticamente, nel suo complesso, si difende benissimo e riesce a risultare più che attraente. Chiedere altro a una serie TV è lecito. Ma bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare. "The Strain" intrattiene, cattura e ti spinge ad andare avanti. Grazie anche alle numerose libertà che si prende rispetto ai romanzi. Cosa, per una volta, saggia e tutto sommato riuscita. Giusto quello che serviva a me per riavvicinarmi a una storia che avevo già approfondito in forma diversa.


Parliamo di uno spunto horror che più classico non si può. L'aereo che atterra a New York e subito interrompe i contatti, spegne le luci e rimane inerte come un antro buio e silenzioso rimanda dichiaratamente a uno degli episodi più iconici del "Dracula" di Bram Stoker. Parliamo di vampiri, dunque, ma i succhiasangue di Del Toro e Hogan hanno qualcosa di diverso da quelli che siamo abituati a frequentare. Niente di romantico, niente di sensuale. Il vampirismo è visto più come una malattia, un virus (e sì) altamente trasmissibile, che muta la fisiologia del corpo ospite dando vita a una forma predatrice che è anche veicolo per ulteriori contagi. I romanzi di Gullermo Del Toro e Chuck Hogan, soprattutto il primo, sono fortemente debitori allo stile di Michal Chricton, e al suo approfondimento scientifico (o fantascientifico), legato a filo doppio alla storia che sta raccontando. I vampiri, insomma, sono descritti in modo molto fisico, come una malattia da combattere. Ed è per questo che tra i principali protagonisti troviamo subito un'equipe di epidemiologi. Ma anche uno zelante e pragmatico disinfestatore specializzato nella derattizzazione.
L'attore inglese David Bradley, sempre grande, è praticamente nato per interpretare Abraham Setrakian, l'anziano rigattiere ebreo, sopravvissuto all'olocausto, che sembra attendere da tempo l'insorgere di un male che ha già incrociato il suo cammino in passato. Inoltre, devo ammettere che uno degli elementi che mi avevano finora tenuto lontano dalla serie era la presenza di Kevin Durand. Attore che, dai tempi di "Lost", per qualche motivo mi ha sempre ispirato un'epidermica antipatia, e che non vedevo tanto nei panni del disinfestatore ucraino Vasily Fet. "The Strain" è stata invece l'occasione per riconciliarmi con Durand, e il suo Fet, per quanto caratterizzato in modo un po' diverso dalla sua controparte cartacea, funziona benissimo. Ma tutto il cast è al posto giusto. E mi sento di dire che la versione televisiva riesce a lasciarsi alle spalle alcune lungaggini presenti nei libri e ad avanzare agile lungo quattro stagioni dicendo tutto quello che aveva da dire senza perdersi per strada.
L'episodio pilota, diretto dallo stesso Guillermo Del Toro, è forse quello più vicino alle atmosfere originali. Ma le deviazioni (meritevoli) dal percorso sono probabilmente riconducibili allo stesso regista messicano, show runner dell'intera serie assieme al corresponsabile Chuck Hogan, scrittore con cui aveva firmato la trilogia. Magari, questo, perché Del Toro funziona meglio sul set che alla scrittura di un romanzo. Non lo so, ma è un'ipotesi da considerare. Infatti, la serie glissa sulla parte mistica (stucchevolissima) che tanto avevo odiato nell'ultimo libro. Proprio non se ne fa menzione (emmenomale!). Aggiungiamo qualche personaggio inesistente nei romanzi, altri che vedono lievitare di molto il loro ruolo (Ruta Gedmintas e Samantha Mathis sono proprio brave). Qualche risoluzione differente, caratterizzazioni rivedute... e "The Strain" si dimostra un prodotto fruibile e godibile sia da chi ha apprezzato i libri che da chi li ha trovati appena sufficienti. Niente che faccia gridare al capolavoro, ma al prodotto di qualità sì. E con il suo bel carico di difetti. Ma parliamo di quei difetti che ti fanno voler bene a un caro amico. Insomma, ho fatto pace con "The Strain". Guillermo Del Toro rimane l'uomo più bello del mondo, e i suoi vampiri "virali" sono tornati per restare definitivamente nel mio immaginario.

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