mercoledì 8 gennaio 2020

Dracula di Moffat e Gatiss... è davvero da buttare?

Non si può negare che il "Dracula" realizzato da Steven Moffat e Mark Gatiss per Netflix abbia dei problemi. Li ha. E' un prodotto molto imperfetto. E per parlarne si deve partire da questo dato di fatto. Tuttavia, non mi trovo d'accordo con i pareri che lo bocciano in modo totale, in qualche caso con ferocia, e senza nessuna possibilità di appello. Si è usata molto la parola "trash", vocabolo entrato nell'uso comune senza restrizioni di sorta, e spesso applicato a qualunque cosa si giudichi semplicemente brutta, ma chissà perché nobilitandola con il ricorso a un vocabolo anglofono che a volte è stato usato anche per dire "spazzatura sì... ma nella quale ci piace rotolarci come porcelli". Credo (e il caso di questo Dracula di Moffat e Gatiss non è un'eccezione) che la parola "trash" sia spesso confusa concettualmente con la parola "kitsch". Anche kitsch, parola di origine tedesca dall'etimo incerto, presenta ambiguità. E' riferita generalmente al cattivo gusto, ma anche a determinate produzioni artistiche che fanno dell'eccesso la propria cifra stilistica. In qualche caso, kitsch diventa anche sinonimo di "sopra le righe" e di gusto per l'esagerazione. Tutti ingredienti che a seconda del contesto possono essere valutati negativamente o positivamente, a seconda anche dell'orientamento culturale e del gusto.
Tornando al Dracula di Moffat e Gatiss... E' vero. La scrittura è diseguale, e la miniserie in tre parti traccia una parabola discendente in cui la qualità (ma sarebbe meglio dire l'ispirazione degli autori) va scemando, fino a una scelta estetica e narrativa che non mantiene le promesse e va incontro alla conclusione in un modo che avrebbe potuto fare a meno dello scenario scelto, rendendolo in questo modo forzato e praticamente inutile.
Questo non esclude che la miniserie possa essere fruita con divertimento. Amo troppo il romanzo di Bram Stoker e ho visto troppe riletture del suo personaggio centrale per essere spietato nei confronti di questa nuova versione, che in fondo qualche cartuccia da sparare dimostra di averla. Di Dracula abbiamo visto rivisitazioni in chiavi molto disparate, serie, semiserie, decisamente parodistiche. La lettura grottesca, ma anche elegantissima di Roman Polansky in "Per favore non mordermi sul collo". Quella romantica e psichedelica di John Badham con Frank Langella nel ruolo del conte, ispirata a un dramma teatrale, e che ricalca (ma solo in parte) la versione storica di Todd Browning in cui Bela Lugosi incarnava Dracula. Il Dracula amante tormentato interpretato da Jack Palance ne "Il demone nero", e il Dracula villain fortissimo e belluino di Christopher Lee, un conte vampiro che abbiamo visto muovere anche in ambientazioni metropolitane moderne (con risultati non memorabili, è il caso di dirlo). Il Dracula antologico, polimorfo ed estetizzante di Coppola. Abbiamo avuto anche la miniserie italo-tedesca "Il bacio di Dracula" in cui Peter Bergen impersonava una versione del conte vampiro ambigua e volta alla seduzione omosessuale. Insomma, Dracula è un canovaccio, un codice palinsesto sul quale si è scritto e rappresentato di tutto. La "ditta" Gatiss e Moffat, è a sua volta un brand che ha fatto della revisione e della trasgressione il suo marchio di fabbrica. Prendere classici della letteratura e farne delle fantasie moderne (non necessariamente per ambientazione), mantenendo soltanto alcuni punti fermi iconici per poi rimodellare il tutto secondo una concezione pop, irrorata da abbondante humor nero britannico. Non è una ricetta perfetta. Anzi, non è neppure una ricetta, visto che gli approcci ai vari classici sono anche molto diversi tra loro. Ma il gioco, anche solo il tentativo, può essere divertente. Qualcuno ricorderà "Jekill", miniserie firmata anni fa dal solo Steven Moffat, in cui si rileggeva in chiave inedita il classico di Robert Louis Stevenson. Ebbene: "Jekill" era indubbiamente molto più riuscito di questo "Dracula". Ma la festa a cui siamo invitati è la stessa. Una fantasia, anzi una variazione sul tema, che prende direzioni impreviste. Con "Dracula" l'esperimento riesce a metà. E' il caso di dirlo. Il primo episodio introduce numerose varianti, ma seguendo di base gli spunti del romanzo di Stoker. Il secondo imbocca praticamente la stessa via, ma aumentando le trasgressioni e le rivisitazioni, e potrebbe in buona parte funzionare. Ma già nel finale qualcosa si inceppa, e ci lascia intuire che il progetto, interessante, sta per arenarsi. L'ultima, controversa puntata (la più debole delle tre, inutile girarci intorno) fallisce il climax del racconto, e svela le sue ultime carte in un contesto forzato. L'introduzione del personaggio di Lucy appare più che altro una citazione voluta, ma anche una lungaggine a quel punto evitabile. Certe scelte dei personaggi, una in particolare, risultano immotivate e inspiegabili. Il cambio di scenario (non un peccato in sé) azzoppa il gioco fino a quel punto abbastanza divertente, e risulta voluto, quasi stucchevole. Evitabile. Ed è un peccato, perché la risoluzione finale, il disvelamento di questa ennesima interpretazione del mito di Dracula e della sua essenza era interessante. Se condotto con il giusto climax avrebbe potuto spaccare, ma la ricerca dell'eccesso e del cambiamento continuo di registro penalizza tutto. Una conduzione più aderente agli atti del romanzo di Stoker, forse, avrebbe giovato di più. La sterzata invece porta la miniserie a sbattere, e infrange quanto c'era di buono e divertente.
Questo non significa che "Dracula" di Moffat e Gatiss sia un prodotto da cestinare. Ho letto critiche che definiscono il protagonista, l'attore danese Claes Bang privo del carisma necessario e lontano dal ruolo che gli è stato assegnato. Non sono d'accordo neppure su questo. Bang fa un lavoro del tutto diligente e in sintonia con il clima in cui il protagonista è stato inserito. Un Dracula aristocratico (con sprazzi della bestialità che caratterizzava Christopher Lee) che lascia trasparire gli atteggiamenti di un moderno serial killer in pieno delirio di onnipotenza. L'elemento del fattore "Zelig" legato al consumo del sangue è interessante. Van Helsing in versione suora atea e cinica, inoltre, l'ho trovato uno dei punti di maggiore simpatia della miniserie. Non solo un cambio di genere del personaggio, ma una variante complessa, che introduce anche un inedito rapporto tra i due antagonisti.

In definitiva... sì e no. Luci e ombre. Dolce e amaro. Non farei cadere la mannaia su questa miniserie, incompiuta, non del tutto riuscita. Senza promuoverla a must, ma neppure condannandola alla discarica.

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