giovedì 24 maggio 2012

John Carter: la principessa di Marte


Il capitano John Carter, per sfuggire a dei predoni, si rifugia in una grotta e lì cade privo di sensi, stordito dalle esalazioni di una misteriosa nebbia. Al suo risveglio si trova su Marte, un pianeta crepuscolare che i nativi chiamano Barsoom. Il suo valore di soldato, la minore gravità del pianeta rosso, e soprattutto i begli occhi di un’affascinante principessa dalla pelle color porpora, lo porteranno a mettersi alla testa degli eserciti di Barsoom e a diventare un eroe su quel mondo così lontano da casa…


Il ciclo marziano di Edgar Rice Burroughs, il creatore di Tarzan, iniziato nel 1912 con il racconto Sotto le lune di Marte, pubblicato a puntate su una rivista pulp e in seguito divenuto una vera e propria saga letteraria, ha goduto negli anni di parecchie versioni a fumetti. Questa lettura marvelliana, firmata da Roger Langridge e Filipe Andrade, risale appena al 2011 e giunge in Italia a seguito del film Disney con Taylor Kitsch, corredo irrinunciabile di ogni film di genere che aspiri a fare cassetta. Un adattamento non particolarmente ispirato, che si limita a riproporre senza aggiungere nulla la trama del primo romanzo che ha per protagonista John Carter, con una linearità che per molti versi amplifica la fisiologica ingenuità del romanzo scritto agli inizi del secolo scorso.

E’ interessante, tra l’altro, notare come lo stesso John Carter attingesse a un personaggio meno noto della narrativa popolare del suo tempo: Gullivar Jones, di Edwin Lester Arnold apparso in un romanzo del 1905 (Lieutenant Gullivar Jones: His Vacation) e che presentava molti punti di contatto con l’opera che Burroughs diede successivamente alle stampe. Come Carter dopo di lui, anche Jones era un ex militare approdato su Marte (in questo caso grazie a un tappeto volante) e innamorato di una principessa dalla pelle d’oro. Sia Jones che Carter hanno destato l’interesse del mondo dei fumetti, e in particolare della Marvel, che negli anni settanta dedicò a Gullivar Jones uno spettacolare ciclo di storie disegnate da Gil Kane. Inoltre, entrambi gli eroi terrestri di adozione marziana appaiono nel prologo del secondo ciclo de La lega degli straordinari gentlemen, dove Alan Moore rilegge l’invasione della terra a opera di Marte descritta da H. G. Wells nel suo La guerra dei mondi. Ad ogni modo, sono l’opera e il personaggio di Burroughs che, grazie a una serie di libri di successo, sono riusciti in qualche modo a superare il mare del tempo e a giungere fino a noi come icona vintage di quella che un tempo si iniziava a chiamare timidamente fantascienza.


Nei primi del novecento la science fiction non era ancora un genere letterario ben codificato. La tecnologia aveva appena fatto capolino nel quotidiano della gente con l’invenzione del telefono, e immaginare di spostarsi da un pianeta all’altro richiedeva un discreto sforzo di fantasia. Sarebbe facile, oggi, etichettare il ciclo di Barsoom come un fantasy, un cappa e spada ambientato tra umanoidi verdi a quattro braccia e sinuose nobildonne dalla pelle rossa, se non fosse per la totale assenza di vera e propria magia nelle avventure firmate da Burroughs. John Carter, ufficiale della guerra civile americana, arriva su Marte in modo misteriosissimo e farraginoso. Per sfuggire a dei pellerossa, entra in una grotta inesplorata, e lì un fenomeno privo di spiegazione lo trasporta attraverso le stelle. In spirito, viene suggerito, eppure anche fisicamente, in un modo enigmatico quanto confuso. Tuttavia, sebbene i riferimenti scientifici siano limitati per lo più al generico macchinario che permette a Marte di risparmiare l’ossigeno in via di esaurimento, non v’è traccia di incantesimi nelle storie di John Carter. Solo fazioni marziane (uomini verdi, uomini rossi) in lotta tra loro, battaglie all’arma bianca, muscoli ed audacia elementare.

 

Il fumetto Marvel che recupera con civetteria il titolo voluto da Burroughs per il suo romanzo di esordio (La principessa di Marte, poi modificato dall’editore in Sotto le lune di Marte), scorre veloce nella lettura senza lasciare nessuna traccia significativa come un diligente riassunto. Una menzione in più meritano i disegni del portoghese Filipe Andrade, mai così distante da uno stile mainstream, in grado di ibridare pittorico e cartoonesco in modo accattivante, e fornire al prevedibile e ormai datato racconto di avventura un’aura piacevolmente insolita. Quel che può esserci di divertente, a livello filologico e deliziosamente nerd, è osservare quanto fosse seminale per l’immaginario fantastico il personaggio di John Carter nel 1912, e quante successive invenzioni, pulp e fumettistiche, gli sarebbero state debitrici nei decenni successivi.

Il genere chiamato sword and sorcery (o heroic fantasy), e il suo personaggio di punta, quel Conan tanto corteggiato da cinema e fumetto, non esistevano ancora e John Carter (pur muovendosi in un mondo fantastico ma senza magia) è il tipico esempio di uomo forte e abile con la spada che abbatte mostri e guerrieri a frotte senza battere ciglio. Altro elemento che fa riflettere è il rapporto di John con la differente gravità di Barsoom, cosa che gli conferisce una forza superiore alla media degli individui e la capacità di saltare con una leggerezza innaturale coprendo grandi distanze. Se queste caratteristiche vi ricordano qualcuno, come l’ultimo rappresentante di una razza aliena giunto sulla terra dove sviluppa straordinari poteri grazie alle diverse condizioni ambientali… beh, forse non vi state sbagliando. Ma sotto molti aspetti, John Carter e il suo habitat alieno possono essere considerati anche dei precursori del Flash Gordon di Alex Raymond e del suo teatro di azione: il pianeta Mongo. Un militare e un campione di polo, entrambi esseri umani al top della forma fisica, un pianeta dalle atmosfere fiabesche, dove si consumano complotti di corte e si affrontano mostruose creature. Sì, il concetto dell’audace terrestre che diventa un esotico eroe in una landa interplanetaria s’era visto ben prima del 1934 e della partenza del razzo del dottor Zarro. Così come la successiva capacità di Carter di viaggiare tra la terra e Marte sfruttando la misteriosa caverna ricorda parecchio il personaggio di Adam Strange (nato per il marchio DC Comics nel 1958) e le sue cicliche visite sul pianeta Rann grazie al manifestarsi del raggio Zeta.


Poco di nuovo sotto il sole, dunque, ma numerosi palinsesti su cui scrivere ancora, e ancora, e ancora, ricordando la lezione secondo la quale a contare è soprattutto la forma. Questo ennesimo John Carter marvelliano ci intrattiene per essere subito dimenticato. Le illustrazioni di Andrade, per quanto suggestive, non bastano ad alzare di molto la qualità di un fumetto abbastanza superficiale. Resta la curiosità storica per un canovaccio narrativo (già debitore ad altri) che ha influenzato parecchio un immaginario oggi caro a moltissimi lettori. E di per sé questo è già un piccolo valore aggiunto.

[Articolo di Filippo Messina]

Questa recensione è stata pubblicata anche su Fumettidicarta.


Nessun commento:

Posta un commento