venerdì 9 aprile 2010

In Italia sono tutti maschi



Troppi fumetti importanti sono assenti dagli scaffali italiani da tempo. Troppi. "In Italia sono tutti maschi" pubblicato nel 2008 da Kappa Edizioni è uno di questi. Oggi può essere reperito in un'edizione tedesca. Trovarlo in lingua originale, la nostra, è un'impresa ardua.
Tutto, per esistere davvero, ha bisogno di visibilità. Cose, persone e concetti, senza la testimonianza costante della parola, senza una presenza adeguata, svaniscono come un anello di fumo, e altrettanto presto si deteriora ogni ricordo di essi. Per questo esiste la Storia, quella con la maiuscola. O almeno così credono, sperano, alcuni tra noi.
Il silenzio dei libri di storia, della filmografia anche politica, e dei media in generale, sembra essere una norma metabolizzata tanto a destra che a sinistra. In questo sta il principale valore di “In Italia sono tutti maschi”, romanzo a fumetti di Luca de Santis e Sara Colaone pubblicato da Kappa Edizioni: nell'avere interrotto un silenzio durato troppo a lungo e solo occasionalmente spezzato nel corso dei decenni dall'iniziativa di singoli artisti. Negli anni settanta, il regista Ettore Scola con il film “Una giornata particolare” accennò brevemente alla vicenda degli omosessuali condannati al confino nell'Italia fascista. Prima e dopo di allora, i riferimenti a questo triste capitolo della nostra storia sono stati rari e timidi. E' dunque interessante vedere che oggi non è il cinema, e neppure l'abusata fiction televisiva, ma un racconto a fumetti a ridare voce ai protagonisti di un vergognosa pagina del fascismo, ancora oggi relegata da molti in mezzo al ciarpame degli episodi meno rilevanti di quel buio ventennio. Un fumetto cui è stato conferito nel 2009 il premio Attilio Micheluzzi, per la prosa asciutta e tagliente di de Santis, capace di illustrare miserie e speranze senza mai scadere nella retorica, e ai disegni di Sara Colaone, in grado di evocare quei giorni attraverso una grafica stilizzata dai colori aspri e giallastri che richiamano la suggestione delle foto d'epoca. Per una volta, quindi, questa drammatica pagina della storia gay non interromperà nessuno spettacolo televisivo, non profanerà nessuna trasmissione sportiva deludendo rispettabili cittadini intenti a ruminare ben altro. Ma arriverà al cuore e al cervello di chi, per propria scelta, vorrà conoscere il passato del proprio paese e guardare, con apprensione o buoni propositi, al domani. Forse è un peccato - come scrive sul web qualche acuto pensatore, disturbato da un riferimento ai diritti civili nel corso di una trasmissione sportiva - che il mondo omosessuale non sia proprio capace di lasciare in pace spettatori e lettori eterosessuali.
«Perché la loro è un’ideologia che per imporsi, non trovando forza nella natura, ha bisogno della violenza ossessiva, della maniacale insistenza senza pausa» si legge nel blog di qualche opinionista annoiato dalle lotte per i diritti civili. «Bombardare senza quartiere fino a stremare del tutto le residue forze di resistenza. Ogni spazio è buono per insinuarsi. Mi verrebbe da dire: ogni buco, ma non vorrei che mi denunciassero per omofobia».
Chissà cosa ne avrebbe pensato Antonio Angelicola, detto Ninella, giovane sarto partenopeo protagonista di “In Italia sono tutti maschi”, la cui tragica storia è rimasta ignorata per cinquant’anni. O ancora meglio Giuseppe B, il suo alter ego nella vita reale, diretto testimone delle persecuzioni fasciste ai danni delle persone omosessuali relegate nella prigione a cielo aperto sull’isola di San Domino, nell'arcipelago delle Tremiti. Confino che ebbe termine nel 1940, con l’inizio della guerra e un ritorno a casa gravato dall’infamia e da anni di arresti domiciliari. Un crimine contro l’umanità cui, come testimonia la drammatica intervista che conclude il volume, neppure l’avvento della Repubblica avrebbe posto rimedio, in quanto nessuno degli omosessuali mandati al confino dal regime fascista furono mai riabilitati. Se il ventennio fascista era giunto a termine, l’omofobia italiana stava sbocciando, pronta a mettere subdolamente radici nei terreni più disparati. Gli omosessuali non saranno stati “nemici della patria”, ma restavano comunque vittime troppo poco presentabili perché se ne potesse parlare apertamente. Persino le leggi razziali promulgate nel 1938 non contenevano espliciti riferimenti all’orientamento sessuale. Mussolini liquidò la questione con la frase a effetto che “In Italia sono tutti maschi”, pronti a combattere per la patria, a far figli a carrettate e... a giocare a calcio, o perlomeno stare religiosamente a guardare mentre altri lo fanno (del resto è così che si esprime al meglio la propria identità di genere). Il peccato di omosessualità era talmente infame da non giustificare neppure l’esistenza di una legge repressiva apposita. Se i nazisti, ricorsero al famigerato triangolo rosa per marchiare le persone omosessuali, in Italia la persecuzione seppe essere crudelmente discreta. Meglio tacere il fatto, perseguendolo poi con espedienti pretestuosi, e togliere quella spazzatura dalla circolazione, in modo che nessuno potesse vederla. Un capitolo nero soffocato tra gli orrori della guerra e la tragedia del fascismo, e tuttora per lo più rimasto celato. 

“In Italia sono tutti maschi”, con la semplicità diretta del mezzo fumettistico, solleva il velo su quel dramma, spalanca la porta e invita il lettore a dare un’occhiata alla storia del suo paese. La vicenda di Antonio e dei suoi compagni di prigionia sull’isola di San Domina, rivivono sulla carta stampata con forza dirompente. Le loro privazioni, gli espedienti per sopravvivere, gli amori disperati, nati a volte tra gli stessi militari incaricati di sorvegliarli, la follia e la vergogna di una società autoritaria che già allora riteneva di essere la più evoluta delle civilità, sono storie quasi anonime, relegate a poche pagine su scaffali polverosi. Voci lontane, sommerse dalla musica dei festival canori, dagli effetti speciali dei film di cassetta e dagli slogan calcistici. Non c’è da sorprendersi, quindi, che per essere uditi, o anche solo per sentire di esistere, a volte si debba urlare. Sorprendente, nel libro, la caratterizzazione degli esuli, personaggi talmente attuali da sembrare fuori dal tempo se non anacronistici per chi non ha vissuto quegli anni. Il clima oppressivo del ventennio, la cultura omofoba e la maggiore precarietà della vita, inducevano certe personalità a esprimersi con forza, perturbando e trasgredendo. In certi casi sublimando con il travestimento, e quindi con una rappresentazione iconica dell’identità sessuale, quella natura che chiedeva di emergere nonostante le pesanti restrizioni culturali. Il tono del racconto è delicato, e il fracasso delle esuberanze e delle occasionali volgarità sono accordate con le note di una gioia di vivere irriducibile e di un'indomabile dignità. 
Nell'opera di Luca de Santis e Sara Colaone il ponte tra passato e presente è rappresentato mediante il ricorso a due piani narrativi. Il giovane giornalista Rocco, intenzionato a realizzare un documentario sulla vicenda degli omosessuali al confino, è simbolo di un punto di vista attuale, che guarda alla storia trascorsa con interesse, ma non è ancora del tutto libero dalle catene dell’imbarazzo. Il suo rapporto con Antonio, ormai vecchio e stanco, riluttante testimone di quei tragici giorni, assume le atmosfere del viaggio iniziatico di due anime speculari. Quel tragitto in auto che dovrebbe portare giornalisti e testimone ancora una volta sul suolo di San Domina è più volte interrotto – così come il racconto retrospettivo – per sottolineare la difficoltà culturale ad assimilare informazioni scomode, e a far proprie certe emozioni. 
Il documentario, alla fine del viaggio, potrebbe anche non essere prodotto, ma quel che importa, e che ci viene suggerito dal libro, è che la comprensione avvenga al livello delle viscere più che del cervello. Solo in questo modo, sembrano dirci de Santis e Colaone, si può arrivare veramente a capire cosa significa essere “Uomini”, e che la semplice etichetta di “Maschi”, fieramente consacrata da Mussolini e ancora così cara a una certa destra, di per sé non indica nulla di cui andare realmente fieri.

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