mercoledì 10 aprile 2019

The Bridge... un addio


Anche "The Bridge" (la serie originale scandinava, andata avanti lasciando indietro ben due pallidi remake) è infine giunta al traguardo con una quarta stagione che raccoglie e intreccia tutti i fili lasciati in sospeso. E si dimostra una delle serie TV più sorprendenti e riuscite degli ultimi anni, distaccando di molte misure tanti gettonatissimi prodotti statunitensi. Un crime torbido, con una protagonista femminile indimenticabile e una schiera di comprimari (e partners) caratterizzati benissimo. I remake (uno americano, l'altro anglo-francese) non potevano realmente rendere le atmosfere di "Bron | Broen" (questo il titolo originale, sia in svedese che in danese, con le due parole separate da una linea verticale. Anzi un confine).


 Infatti, in "The Bridge" c'è molto più di un intrigo poliziesco che coinvolge per ragioni diplomatiche le autorità di Svezia e Danimarca, costringendo le due forze di polizia a collaborare. Il ponte che unisce i due paesi è il simbolo di una difficile convivenza. Di una sofferta comunicazione tra due popoli gemelli, che hanno avuto un cammino storico parallelo e parlano due lingue derivate dalla stessa radice, ma che hanno compiuto scelte culturali e politiche a volte diverse, e tuttora vivono un rapporto quasi competitivo su determinate questioni etiche e amministrative. Peccato che il doppiaggio faccia perdere la particolarità delle due lingue e le loro sfumature ("Bron | Broen" è recitato sia in svedese che in danese, e nei due paesi i dialoghi sono sottotitolati in base al luogo in cui la serie è trasmessa). "The Bridge" è anche il simbolo della difficoltà a collaborare tra individui, a volte a dispetto degli obiettivi comuni. E la "diversità" della protagonista femminile, quella generica "patologia", mai nominata, ma soltanto accennata (mentre nel remake americano si fa esplicito riferimento alla sindrome di Asperger) è l'ulteriore metafora di un'umanità cui difetta l'empatia, ma che ha un disperato bisogno di avvicinare i suoi simili. "The Bridge" è un noir cupo, crudelissimo e machiavellico. Ordito e recitato benissimo. Una delle serie che conserverò per sempre nel cuore assieme alla canzone che le fa da colona sonora: "Hollow Talk".

mercoledì 3 aprile 2019

Shazam! (o il ritorno dei cinecomics)



Una parola per definire “Shazam”, il cinecomic di David F. Sandberg uscito oggi nelle sale italiane, potrebbe essere “imprevisto”. Ma anche “divergente”. Non “differente”, ma “divergente”. Cioè qualcosa che prende una strada diversa rispetto a una direzione comune. E' anche un film che probabilmente dividerà il pubblico. Anzi, in parte ha già cominciato a farlo, separando chi ha avuto l'occasione di vederlo in anteprima tra entusiasti e delusi che lo hanno etichettato come un prodotto nato vecchio, riconducibile a un modello ritenuto superato, stantio. Almeno per quanto riguarda il cinema fantastico e nella fattispecie i cinecomics supereroistici. Qualcuno (ho già dimenticato chi) lo ha classificato come un film dove si respira l'aria del cinema degli anni 90, concludendo che i soli spettatori che potranno apprezzarlo saranno forse i nostalgici di quel periodo.

E' vero? Beh, forse sì. E' vero.
E' un male?
No. Non necessariamente.

Cerchiamo di capirci. “Shazam” è un film prevedibile in ogni suo atto. E' un film che attinge a una tradizione avventurosa e fantasiosa che deve molto al marchio Disney (attualmente impegnato altrove, con un'etichetta concorrente). E sì, possibilmente rispolvera anche criteri e guizzi di un modo di fare cinema dei primi anni 90, per linguaggio ed estetica. Un film tratto da un fumetto di supereroi come si facevano una volta. Senza pensare a tessere tele in cui dovrebbero convergere altri progetti filmici, ma mirando unicamente a portare a casa un prodotto decente, che duri lo spazio di una serata, senza aspirare a essere ricordato per più di qualche ora.

Sì, diciamolo pure. Quello di Sandberg è un filmetto senza pretese.

Perché, allora, “Shazam” mi ha divertito come un bambino? La sua prevedibilità, per una volta, non mi ha annoiato, ma mi ha fatto conservare fino alla fine del film una sensazione piacevolissima, facendomi uscire dal cinema contento come non mi era successo con il recente “Captain Marvel” e ancora meno con l'acclamato “Aquaman”. Come mai?

In modo paradossale, la risposta potrebbe nascondersi proprio nel tema centrale del film. Vale a dire in quel bambino nascosto nel corpo di un adulto con superpoteri che non sa nascondere (né vuole farlo) la sua identità infantile. Forse tutto sta in quel concetto cardine, perché poche cose nella vita sono più puerili (e ridicole) di un bambino che gonfia il petto e fa smorfie per sembrare adulto. Mentre di un bambino vero si può magari apprezzare la simpatia, la spontaneità, la vivacità.

La chiave anni 90, che potremmo anche chiamare “disneyana”, fonde l'avventura fantastica con la commedia, e realizza un compito diligente in cui il cinefumetto parla finalmente la vera lingua delle tavole disegnate senza pretendere di mimetizzarsi per sembrare altro. E sia chiaro che il linguaggio del fumetto non è necessariamente sciocco o ingenuo. Nel caso di “Shazam”, parliamo di fantasia, di contenuti fiabeschi, di supereroi. Un terreno minato dove tentare di essere adulti a ogni costo può portare a derive perniciose. Per una volta, un cinecomic rinuncia ad aderire a quello che è un trend non dichiarato, ma ormai pesantemente codificato dal cinema degli ultimi anni. Quello di voler sembrare un prodotto che parla a tutti, a tutte le età, e facendolo realizza un pasticcio ibrido in cerca di un target indefinibile. “Shazam”, invece, se ne frega allegramente, e la butta in burla, ma conservando il tono dell'avventura di formazione. Per questo ogni twist, per quanto prevedibile, è accolto con affetto e la linea ironica che a tratti prevale su quella più seriosa (nel film non mancano momenti moderatamente horror) centra il bersagli. Ci fa sentire come se avessimo infine vinto a una gara un pupazzo che ci stava particolarmente a cuore e che finalmente possiamo abbracciare. Bentornati, anni 90. Bentornata, ingenuità felice. E bentornata confezione cinematografica diligente ma senza pretese.


La presenza dell'attore Zachary Levi è sicuramente uno dei punti vincenti del film, rodatissimo attore di commedia in grado di far trasparire il bambino dentro il titano per tutta la durata dello spettacolo. Favorito, nell'edizione italiana, dalla simpatica performance di Maurizio Merluzzo, qui perfettamente in parte. Non serve parlare della rivincita di un prodotto targato DC-Warner contro l'avanzata del Marvel Cinematic Universe. O almeno non dovrebbe importare. Chi non conosce il personaggio si troverà davanti a un film fantastico (per ragazzi? Ma sì, non è mica una parolaccia!) leggero e gradevole. Un film che ovviamente presenta dei cliché, e uno schematismo sentimentale che a qualcuno potrebbe risultare telefonato. Ma dopotutto, è davvero una cosa così negativa? Viviamo in un periodo storico in cui la semplificazione eccessiva di problemi complessi sembra pagare. Allora perché non affidarsi anche a valori positivi altrettanto schematici? Se il messaggio è quello della famiglia che si sceglie, e della solidarietà che rende forti, ben venga. Ne abbiamo bisogno come del pane fresco. E perché no, se l'odio semplificato vince nella comunicazione, forse può farlo anche uno schema semplice che parla al cuore. Per una volta gli appassionati dei fumetti ritroveranno una notevole fedeltà alle fonti, soprattutto alla riscrittura delle origini del personaggio firmata in anni recenti da Geoff Johns e Gary Frank (e se venite a trovarmi alla Biblioteca Salvatore RizzutoAdelfio, potrette leggerlo gratuitamente). Una sola vera, grossa ma indolore, variante. E stavolta ad applaudire in sala sono i bambini. E hanno ragione a farlo. Quasi dispiace non avere il coraggio di farlo con loro. Persino i titoli di coda risultano accattivanti e degni di essere visti fino alla fine. Una scena middle-credits che introduce un altro grande avversario che a quel punto nessuno si aspetta, e un'ultima scena post credits che ironizza sulla battuta finale di un altro cinecomic che attualmente va per la maggiore.


Tutto questo non sarà perfetto. Anzi, non lo è di certo. Ma funziona. Personalmente accolgo con piacere un film che non fa nulla per piacere a tutti. Cerca solo di essere quello che è. Tanto non piacerà a tutti lo stesso. E lo sa. Ne è magari fiero. Il cinecomic è servito. Anzi, il cinecomic è tornato. Tornato quello di una volta, e già mi sembra di sentire la trita cantilena di chi mi dice che dovrei mettermi al passo con i tempi. Ma non importa, l'ultima persona che mi ha detto qualcosa del genere aveva più di trent'anni, e non ha ancora imparato che giovani si diventa con fatica. Prima si è soltanto degli arroganti pischelli. E che la giovinezza che merita di essere conservata, anzi conquistata con l'esperienza, è uno stato d'animo, non un linguaggio o un trend cui omologarsi. Ci vogliono forza e tempo per guadagnare quella leggerezza.
Per questo, oggi, sono contento di aver visto “Shazam”.

P. S. Il solito post scriptum. Con tutto il rispetto e la solidarietà che ho per chi invita a frequentare le sale cinematografiche “perché è meglio”... io vi voglio bene, ma non capisco come facciate a sopportarlo. Io se pago il biglietto desidero vedere il film, non l'illuminatissima casella Gmail del giovanotto seduto davanti che la consulta per tutto il tempo. Lo spettacolo del suo osso sacro peloso quando si alzava o sedeva era già più interessante.



martedì 26 marzo 2019

Rughe [di Paco Roca]


Rughe” di Paco Roca è un coraggioso viaggio nel territorio impervio della vecchiaia. Quando i punti fermi della vita si incrinano e il morbo di Alzeimher mina tutte le certezze. Una storia leggera e commovente su una condizione poco esplorata dal fumetto. Perché il passato è una ricchezza. E la memoria si identifica con l'essere umano. Ma anche quel senso di umanità che sopravvive nonostante tutto.

martedì 19 marzo 2019

I Supereroi Extralarge




«Quelli discriminano!»
Prendiamo spunto da una battuta del film “Deadpool 2” e esploriamo il mondo dei supereroi sovrappeso. Non i villain. Quelli non mancano e alcuni sono pure star. Gli eroi, invece, bisogna andarseli a cercare. Perché è raro imbattersi in supereroi cicciottelli? Qual è la loro storia e che cosa c'è (forse) dietro alla loro visibilità sommersa. Partiamo in un viaggio alla scoperta degli XXL-Men e Women.

martedì 12 marzo 2019

George R. R. Martin vs Altroquando (Sudario Brando)



Ancora oggi, mi sento dire che assomiglio a G. R. R. Martin. Ma il mio destino nelle opere del maestro non potrebbe che essere il martirio in un cassonetto di spade. Probabilmente.